05.03.2026

Virginia Woolf prima di Virginia Woolf. Genesi di un’autrice

Un’analisi dei primi racconti inediti e del romanzo d’esordio della grande autrice inglese

Questa storia ha inizio da un manoscritto ritrovato e si evolve pagina dopo pagina sino a delineare il ritratto di una delle maggiori autrici del Novecento, oggi divenuta mito: Virginia Woolf. Della Woolf scrittrice ormai abbiamo imparato a conoscere tutto, persino i più reconditi e sfilacciati pensieri contenuti nei diari – le cui citazioni ogni giorno spopolano al pari di slogan sui social network –, abbiamo letto cose privatissime, quali le lettere d’amore a Vita Sackville-West e d’amicizia a Katherine Mansfield, Lytton Strachey e Victoria Ocampo, gli appunti annotati a margine per il marito Leonard, le recensioni di libri e le lunghe analisi critico-letterarie, oltre ai grandi romanzi da La signora Dalloway (1925) a Gita al faro (1927), sino a Orlando (1928).

Ma c’è anche una Virginia Woolf sconosciuta, che viene prima del mito letterario da lei stessa creato in punta di penna. Ed è proprio quella Virginia che mi interessa indagare, la sua vita nascosta, a partire dal manoscritto ritrovato recentemente dalla studiosa Urmila Seshagiri, docente all’Università del Tennessee, sino al suo romanzo d’esordio La crociera (titolo originale The Voyage Out, 1915) per approdare infine al racconto rivoluzionario La macchia sul muro (1919), che avrebbe inaugurato la tecnica dello stream of consciousness attraverso il fenomeno dei momenti d’essere o moments of beings, sorta di istantanee dell’esistenza in grado di racchiudere sensazioni e ricordi al contempo passati, presenti e futuri.

La vita, per Virginia Woolf, è duplice e metamorfica, come scrive in Una stanza tutta per sé (1929): «La bellezza del mondo ha due tagli: uno di gioia e l’altro di angoscia, e taglia in due il cuore», l’immagine della lama è inscindibile dalla scrittura woolfiana che sembra sempre muoversi in bilico tra il reale e il trascendente. La vita ferisce e consola, è il veleno e la cura, non può essere trascritta, spiegata, perché «tutto si muove, cade, scivola via, svanisce», ma è in qualche modo riconducibile a una metafora evanescente e tuttavia perfetta nella sua densità: «un alone luminoso», il celebre «luminous halo» teorizzato nel saggio Modern Fiction. Cerchiamo allora di cogliere l’alone luminoso della vita della scrittrice attraverso i suoi primi scritti, forse meno noti, nei quali però è già contenuto il progetto di tutte le opere future, perché l’intera opera di un autore è in fondo interamente racchiusa nel suo primo romanzo. Per anni ci è stata tramandata una Virginia Woolf «sconfitta e travolta dalla morte», tuttavia il destino di una scrittrice non è custodito nella sua fine, ma nei suoi inizi.

Prima di Virginia Woolf c’era una Adeline Virginia Stephen, terza dei quattro figli di Leslie Stephen, storico, critico letterario e saggista britannico. La sua infanzia fu segnata da gravi lutti – la morte precoce della madre Julia, poi della sorellastra Stella che aveva preso le redini della famiglia sostituendo la figura materna. Sappiamo che Virginia iniziò a tenere un diario all’età di quindici anni, proprio dopo la morte di Stella – la dolorosa ricerca del materno sarebbe poi stata sublimata nella figura della signora Ramsay in Gita al faro che la sorella Vanessa definirà «un ritratto commovente della madre».

Ma il grande e devastante spartiacque nella giovane esistenza dell’autrice sarebbe stato determinato dalla morte del padre, il grande intellettuale Leslie Stephen, nel 1904: Virginia ha soli ventidue anni e tenta, per la prima volta, il suicidio. Per fortuna non muore e invece risorge dalle ceneri, scrivendo.

I racconti ora ritrovati dalla studiosa Urmila Seshagiri a Longleat House sono datati 1907, nel frattempo Virginia ha affrontato anche un altro lutto, la perdita dell’amato fratello Thoby, morto di tifo dopo un soggiorno in Grecia. Malgrado ciò che si possa pensare questi primi racconti, ora pubblicati in Inghilterra dalla Princeton University Press con il titolo The Life of Violet, non sono affatto cupi, bensì ironici, travolgenti, addirittura immaginifici. Raccontano la storia di Violet, una ragazza altissima, una sorta di gigantessa che viene al mondo «ridendo e piangendo» mostrando da subito la propria singolarità. The Life of Violet in origine vuole essere una biografia romanzata dedicata all’amica Mary Violet Dickinson.

Virginia conobbe Violet Dickinson quando aveva vent’anni: l’amica ne aveva trentasette, all’epoca, e non era sposata, ebbe un ruolo di mentore e introdusse la giovane Woolf all’ambiente aristocratico letterario, facilitando la pubblicazione dei suoi primi scritti su riviste. Inoltre anticipò, in un certo senso, il suo destino femminista perché gli interessi di Violet vertevano sulle vite di donne straordinarie cui dedicava seminari, incontri, romanzi. Violet era a sua volta una scrittrice, Virginia recensì un suo libro, Miss Eden Letters, sul Times Literary Supplement definendolo «un contributo allo studio e all’arte delle donne», una sorta di anticipazione dei temi che lei stessa avrebbe affrontato un decennio dopo con la scrittura di Una stanza tutta per sé (1929).

Forse in Violet Dickinson possiamo cogliere il primo prototipo di “intima amica” in seguito soppiantato da Vita Sackville-West, cui pure Virginia avrebbe dedicato un’altra maestosa opera letteraria che riportava come sottotitolo la fallace dicitura di «biografia», Orlando: A Biography. Del resto lo stesso The Life of Violet con la sua narrazione surreale, favolosa, a tratti fantastica (a un certo punto la protagonista parte per un viaggio in Giappone, che Woolf non aveva mai visto, infatti in una lettera scrive: «La mia geografia mentale si ferma all’America»), sembra essere il primo embrione di Orlando (1928): un libro dedicato a una cara amica che ne narra le avventure attraverso il tempo e lo spazio intessendo una sorta di leggenda moderna di Melusina, la figura mitologica della donna-sirena nella quale Virginia colse la perfetta rappresentazione della «forza androgina della mente creativa».

Facendo un’analisi critica più attenta potremmo rintracciare in questa prima biografia romanzata scritta in omaggio a Violet il complesso apparato strutturale che sarà alla base del testo forse più innovativo di Virginia Woolf, un’opera letteraria sperimentale e di confine che presenta una contaminazione di generi, tra fiction, pamphlet e saggio. Violet, proprio come Orlando, è un personaggio fuori dagli schemi, non rientra nel suo ruolo e non intende adattarsi, lo si evince sin dalle prime pagine in cui la protagonista si ribella e pretende di fare tutto di testa propria e, inoltre, viene considerata poco femminile perché troppo alta. Qui non avviene ancora il cambio di sesso – e quindi l’incarnazione dell’androginia intellettuale prefigurata da Woolf – ma già ci avviciniamo a quel mito ideale attraverso le avventure di una donna che vuole solo essere libera.

Il tono di questi primi racconti è satirico, irriverente, tuttavia possiamo cogliere tra le righe il ragionamento della Woolf scrittrice che, a tratti, fa capolino nelle vesti di narratore con le sue sentenze implacabili (e irresistibili): «Questa biografia non è un romanzo, ma una sobria cronaca» e ancora «non stiamo scrivendo romanzi, ma l’essenza della verità». Assistiamo così alla crescita di Violet che, a un certo punto, in un bel giorno luminoso di aprile, scopre il piacere sovversivo della lettura: «Oh, I love reading!» e, alcune pagine dopo, un’altra esclamazione di sorpresa «My God, I can write!». Non a caso le due affermazioni sono l’una la diretta conseguenza dell’altra. La prima eroina creata dalla penna di Woolf ha scoperto i propri superpoteri, che sono nient’altro che la lettura e la scrittura, le stesse armi di cui si sarebbe servita l’autrice per farsi strada nella vita.   

L’aspetto irresistibile della narrazione non è tanto il personaggio – pure indimenticabile – di Violet e le sue battute argute, quanto il camuffamento della ventenne Virginia nelle vesti di narratrice che tesse le fila del racconto utilizzando un linguaggio al contempo ironico e riflessivo, muovendosi già in contemporanea su due piani: l’uno letterario (la storia in sé), l’altro metaletterario (le riflessioni argute sulla scrittura, il mondo, la gente, l’esistenza) e sperimentando la tecnica narrativa che poi avrebbe dato origine al flusso di coscienza.

Nel terzo capitolo, A Story That Make You Sleep, infatti assistiamo a una curiosa innovazione stilistica: l’io narrante si sdoppia, parla come un ventriloquo, prima dà voce a un uomo e poi a una donna, diventa liquido, non si capisce quale sia l’origine o la fine di una storia o di un personaggio (pensiamo alla genialità della seguente espressione a spirale «I can but tell you what my mother told me and her mother told her»). In queste pagine giovanili troviamo tutti i principi della narrativa woolfiana, anche se espressi ancora in potenza: l’autrice si interroga su come narrare la vita di una donna (pensiero che poi svilupperà ne La signora Dalloway); è già presente il dibattito tra realtà e percezione e l’inizio appena abbozzato dello stream of consciousness e, last but not least, vi troviamo quella visione di società egualitaria di matrice femminista che troverà poi pieno compimento in opere quali Una stanza tutta per sé (1929) e Le tre ghinee (1938). Fa anche la sua comparsa, nel secondo capitolo dal titolo The Magic Garden, la curiosa espressione «a cottage of one’s own», il cottage tutto per sé che la giovane Virginia immagina per la sua Violet e che prefigura quella «room of one’s own» ormai diventata simbolo universale dell’indipendenza femminile e dell’emancipazione intellettuale. Tutti i testi più rivoluzionari della scrittura woolfiana – da Orlando a Una stanza tutta per sé – erano già contenuti in nuce in quelle prime bozze giovanili, attendevano solo di essere sviluppati pienamente.

Nel frattempo la giovane scrittrice sta lavorando a un’opera più ampia, a un romanzo, il cui titolo originario è Melymbrosia, ma che nella versione definitiva sarà The Voyage Out, tradotto in italiano come La crociera.

Tutto questo avviene prima del matrimonio con Leonard Woolf nel 1912, dunque prima che Virginia diventi Virginia Woolf. Curiosamente proprio Leonard porrà un veto sui racconti di gioventù della moglie, quando giunsero nelle sue mani nel 1955 li definì «A kind of private joke, and not very good», una sorta di scherzo privato e neanche molto buono, e ne bloccò la pubblicazione invece auspicata da un’agenzia che rappresentava la famiglia materna di Violet Dickinson. The Life of Violet era scritto con l’inchiostro viola e, secondo la scoperta fatta recentemente dalla studiosa Urmila Seshagiri, Virginia lavorò con intensità sul testo annotando diverse correzioni e varianti – e, fatto ancor più rilevante, non fu sola, perché a quel manoscritto lavorò anche la stessa Violet come editor della storia a lei dedicata. Le pagine originali contengono delle note fatte da Virginia e da Violet in una scrittura a quattro mani che, in un certo senso, anticipa la corrispondenza woolfiana e le lettere scritte a Vita. Osservando le correzioni – che Seshagiri riporta nella postfazione di The Life of Violet – viene da sorridere, perché Violet tendeva a migliorare il proprio personaggio, mentre Virginia si concentrava sull’intensificare la forza espressiva della scrittura e sulla punteggiatura, ma su alcune cose si trovarono d’accordo: su consiglio di Violet, Virginia cambiò un verbo «shriekred» in «cried» – da «urlò» a «gridò» – dando quindi maggiore incisività al testo e a un’espressione singolare che, in futuro, sarebbe tornata nella sua opera.

«To have a cottage of one’s own? Yes, my good woman» cried Violet. (emphasis mine)

Commuove pensare che quella frase – e l’incisività con cui venne sottolineata – fu frutto di un pensiero condiviso, da donna a donna, in una scrittura collaborativa professata come atto di sorellanza e, soprattutto, come un dono. Perché The Life of Violet era un omaggio all’amica, così come sarebbe stato in futuro Orlando. A biography. Quando Vita lesse Orlando, il libro a lei dedicato, comprese che nessuno l’aveva mai colta così profondamente nella sua intima essenza e scrisse a Virginia:

«Tesoro, sono così sopraffatta che non ho idea di come tu abbia potuto (…) mettere una veste così splendida su una stampella così modesta».

Complicità e scambio appartenevano alla scrittura di Virginia Woolf sin dalle sue prove giovanili, anche The Life of Violet in fondo era una maniera di trasfigurare – e quindi di eternare – una persona amata. Violet Dickinson avrebbe tenuto con sé a Longleat House il manoscritto di Virginia, scritto tutto con l’inchiostro viola, sino alla sua morte avvenuta nel 1948. Ma certi doni, per fortuna, alla fine vengono alla luce.

La nascita ufficiale di Virginia Woolf come scrittrice sarebbe avvenuta anni più tardi quella prova letteraria. Pubblicato il 26 marzo 1915, La crociera fu il suo primo romanzo. Oggi forse poco conosciuto è un libro che andrebbe valorizzato perché, come scrisse la stessa Virginia nel The Common Reader a proposito di Jane Austen, «Vale la pena leggere i lavori minori di uno scrittore perché offrono la migliore critica dei suoi capolavori». E ne La crociera c’è già tutta Virginia Woolf, anche il presagio nefasto della sua morte e il testo della sua ultima lettera a Leonard: «Mai due persone sono state tanto felici, quanto lo siamo stati noi. Nessuno ha mai amato quanto noi abbiamo amato» è ciò che Rachel, morente, dice a Terence Hewett. È straziante pensare che nel suo libro d’esordio Virginia Woolf stava scrivendo il proprio addio alla vita: le sue ultime parole erano già contenute nelle prime che consegnava al mondo e ai lettori. Ma non è tutto. Ne La crociera faceva anche la sua comparsa la signora Dalloway che intratteneva con la giovane Rachel una relazione ambigua:

«Era colta da un intenso desiderio di dire alla signora Dalloway cose che non aveva mai detto a nessuno; cose di cui non si era resa conto neppure lei fino a quel momento».

Nel primo romanzo di Woolf la signora Dalloway, Clarissa, appare per un breve cameo insieme al coniuge Richard, entrambi sembrano sedurre la protagonista – Richard addirittura le ruba un bacio «Lei mi tenta» le dice – poi se ne vanno, scendendo dalla nave e non fanno ritorno; però nella scrittura di Virginia, come sappiamo, sarebbero tornati.

Prima di comporre La signora Dalloway (1925), il suo capolavoro, Woolf doveva affinare il proprio stile e, soprattutto, risolvere l’eterno dilemma che la attanagliava, ovvero lo scambio tra percezione e narrazione. Il primo vagito di quello stile narrativo così singolare, poi denominato stream of consciousness, lo abbiamo nel 1919 quando Virginia scrive il racconto La macchia sul muro. Fu tra le prime pubblicazioni della neonata Hogarth Press, insieme a Tre ebrei di Leonard Woolf, ora è possibile leggerlo nella nuova edizione italiana curata da Oligo Editore nella traduzione di Sara Grosoli che riproduce fedelmente l’originale con le illustrazioni di Dora Carrington. La macchia sul muro, in originale The Mark on the Wall, segna una rivoluzione nella scrittura di Woolf e amplia le possibilità della sua narrativa. La scrittura parte da un’immagine – «il segno era una piccola macchia rotonda, nera sulla parete bianca» – e sottolinea l’importanza dell’influenza pittorica sullo stile woolfiano («Oh, to be a painter!» scriverà e sarà il titolo di un suo celebre saggio sull’arte).

La macchia sul muro  è un testo atipico che inizia con una donna che osserva un punto sul muro cercando di decifrarlo – è un chiodo, una crepa, una foglia? – e da lì prende il via un fluire di riflessioni che coinvolgono il rapporto tra identità e conoscenza, l’inesattezza del pensiero, il mistero della vita e le possibilità della letteratura di descrivere e narrare la realtà. Nel finale il flusso di coscienza viene bruscamente interrotto dalla voce di un uomo (forse Leonard?) che afferma «Vado a prendere il giornale», riporta l’attenzione sulla «maledetta guerra» e poi, in modo inatteso, rivela l’identità del segno sul muro: «Comunque, non vedo perché dovremmo avere una lumaca sul nostro muro». Il misterioso segno sul muro si rivela essere una lumaca, ma – il lettore lo sa – questo non aggiunge né toglie nulla alla storia, perché ciò che conta è tutto il resto.

All’epoca Virginia era alla ricerca di una forma che potesse rendere l’elemento dinamico della realtà e la ritrova nella pittura, a darle l’ispirazione per quel racconto fu una mostra di pittori post-Impressionisti tenutasi alle Grafton Galleries nel 1912 dove erano esposti i quadri di Manet, Cézanne, Van Gogh, Gauguin, Picasso. Nello stesso periodo Woolf stava leggendo Proust e nei suoi diari paragonava la scrittura proustiana a delle «sfumature di ali di farfalla» e si proponeva di riuscire a fissare nei suoi scritti la «la polvere d’oro delle ali delle farfalle», come annota nel diario. Ed ecco che la sua scrittura si fa liquida, come l’acqua, tentando di assorbire il movimento eterno della vita.  L’acqua è sempre stata l’elemento primario, direi primigenio, della scrittura di Woolf. Nel 1926, mentre sta lavorando alla prima stesura di Al faro, scrive sul diario un proposito: «Per tutto il libro si dovrà sentire il mare».  E davvero ci riesce, perché la sua era stata una scrittura acquatica sin dalle origini, pensiamo anche ai titoli dei romanzi: La crociera, Al faro, Le onde, si avverte sempre l’eco del mare. Persino ne La signora Dalloway, il suo libro in apparenza più londinese e cittadino, troviamo la seguente affermazione «perché ci sono delle maree nel corpo umano». Il flusso di coscienza woolfiano nasce dal moto ondivago di un’anima. La poetica di Virginia Woolf trae origine, in fondo, da quel gesto tante volte compiuto dalle sue personagge: «Listening to the waves», ascoltare le onde. Ne La crociera, il romanzo d’esordio, la giovane scrittrice trasfigurava se stessa nella protagonista Rachel:

 « “Mi piace stare a vedere quello che succede, mi piace la libertà della cosa…è come essere il vento o il mare”. Si voltò con un curioso gesto delle mani, come per scagliare qualcosa, e  guardò il mare. Era ancora azzurrissimo e riluceva in lontananza fin dove giungeva l’occhio».

Il mare sembra essere un cammino dell’anima nell’opera woolfiana. Poco dopo questa riflessione il personaggio di Terence Hewett dice alla protagonista che vorrebbe scrivere «un romanzo sul silenzio, sulle cose che la gente non dice». Quel libro Woolf non l’ha mai scritto; ma ne siamo proprio così sicuri? Io credo che il silenzio, la capacità di narrare ciò che sta sotto la superficie e quindi nell’abisso, sia l’unico vero tema di tutti gli scritti dell’autrice inglese.

L’ultimo racconto di The Life of Violet si conclude, non a caso, con un’immagine marina: «And took to the water again, heading out to sea», e si rimise in mare dirigendosi verso il largo. È una favola raccontata a un bambino, la narrazione orale che ammalia e ammansisce, ovvero il primo respiro di tutte le storie. Quando nasce una scrittrice? Chi può dirlo, ma ora grazie a un manoscritto ritrovato sappiamo che c’è stata una Virginia Woolf prima di Virginia Woolf.


Immagine di copertina: Virginia Woolf Portrait (1927) See page for author, Public domain, via Wikimedia Commons

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