12.12.2025

Tra buio e luce. Il nuovo romanzo di Eduardo Savarese

Dentro il mondo sospeso dell'autore, dove dolore, fragilità e meraviglia accendono una piccola luce

Chi ha detto che il fantastico sia solo un genere per ragazzi o adulti sognatori? Chi ha detto che non ci possa essere introspezione, sentimento e ragionamento all’interno di un’intelaiatura immaginifica e una storia apparentemente lontana dalla realtà? Fortunatamente, la retorica che circonda l’industria culturale ora ha cambiato direzione. Forse è diventata più morbida, forse più frammentata, ma sicuramente il modo in cui si percepiscono e vengono prodotti i libri, oggi, nel bene e nel male, è diverso. È giusto tirare in ballo la diversità (qualunque sia il vero significato di questo termine nella società odierna) nel parlare del nuovo romanzo di Eduardo Savarese: un libro delicato, onirico e difficile da catalogare in modo univoco. Sicuramente, la dimensione narrativa scelta dall’autore contiene una tonalità fiabesca, un genere dove, oltre i buoni sentimenti, le speranze e riflessioni, si possono trovare molto spesso anche le tenebre che vanno a oscurare la bellezza del mondo.

Qui, siamo in un luogo scampato all’apocalisse, un’Era identificata come “la seconda venuta di Cristo”, periodo in cui i parametri di interazione umana sono ridotti al minimo, praticamente scomparsi. In questo mondo trasfigurato e metaforico si muove Bibo, un giovanissimo eroe armato di violino la cui unica compagnia è costituita dalla sua gattina Susanna. Insieme, intraprenderanno un viaggio che li porterà in cinque città misteriose, dove in ognuna delle quali, uno dei sensi è proibito. Sono luoghi in cui chi non rispetta le regole viene punito severamente, ma questo nuovo ordine, spietato e tetro, non intimidirà il ragazzino che, certo della sua missione, continuerà a sfidare il destino credendo di riuscire a portare una piccola luce attorno a lui.

Eduardo Savarese, scrittore e magistrato con diversi titoli all’attivo, l’ultimo dei quali Le madri della sapienza per Wojtek edizioni, torna in libreria con Una piccola luce, la sua ultima fatica, edita, stavolta, dalla casa editrice indipendente Alter ego, in questo caso alla sua prima collaborazione con l’autore.
Non poteva essere altri che una realtà indipendente a ospitare una storia come questa, una realtà di ricerca, non meccanizzata e lontana dagli ingranaggi del mainstream letterario, che pone l’accento su caratteristiche più sottili e raffinate nello scegliere un progetto, determinarne la lavorazione e quindi la proposta al pubblico.
Nel caso di Savarese, pare sia proprio il libro a dettare le regole ai lettori attraverso un ritmo particolare, quasi sospeso, e uno stile che mette al centro la lingua, ma soprattutto il sentire dei personaggi, i loro vissuti e le sensazioni che li guidano. Quello che spesso rappresenta l’ineffabile è il vero protagonista di una storia in cui, oltre agli elementi tipici della fiaba, si trovano anche sfumature distopiche. Il perimetro in cui Bibo e la sua gatta – e l’inseparabile violino – si muovono è creato per l’appunto dai codici del genere fantastico, ma si tratta solo di confini per dare una forma e un volto a tutto quello che spesso si cerca di reprimere e mettere in un cantuccio poiché disabituati alle vere emozioni.

Il dolore, misteriosamente, ci serve a smettere di fingere. A sentire e, a volte, anche a dire la verità. Il dolore scioglie i nodi della maschera.

Il dolore è un altro elemento centrale non solo per quest’ultimo romanzo, ma anche per altre opere dell’autore, come per esempio Il tempo di morire (Wojtek), titolo contenente altre due tematiche fondamentali che incontriamo anche in quest’ultimo testo: il tempo e la morte, la cui conseguenza diretta è la sofferenza. Il dolore è qualcosa che tutti proviamo nella nostra vita, un’esperienza tragica eppure determinante delle nostre esistenze e anche, purtroppo o per fortuna, un’occasione per riflettere e crescere. Solo il tempo rappresenta l’unità di misura con la quale possiamo valutare il male che prima o poi ci toccherà, solo i giorni, i mesi e gli anni sono in grado di plasmare, o almeno contenere la sofferenza, per poi farcela guardare diversamente. Potremmo definire Bibo un figlio del dolore: è un ragazzino orfano, “portatore di sventura” secondo gli abitanti dell’isola della Grande Adozione, luogo in cui è cresciuto. Ma Bibo è riuscito ad abbracciare e ad attraversare la tragedia creandosi una sua corazza, anche grazie all’insegnamento di Maestra pazienza, un’altra guida che fa capolino nei suoi pensieri durante i momenti di difficoltà.

Non è un caso che a porsi domande sul senso e il relativo significato delle regole, e di conseguenza sulle imposizioni che ne derivano, sia proprio qualcuno che della legge ha fatto il suo mestiere. Seguendo il protagonista e vivendo insieme a lui le restrizioni delle città che attraversa, l’autore sembra interrogarsi sul significato profondo dei dettami e delle norme che possono influenzare la vita degli individui, anche quando li conducono al patimento, perché le emozioni si muovono nella nostra interiorità, e quello è un territorio in cui non ci sono norme che le possano bloccare o tenere al guinzaglio. Poi c’è la musica, un vero e proprio personaggio all’interno del racconto, qualcosa che non rappresenta solo un elemento salvifico per il mondo, ma anche un’amica fedelissima di Bibo, una forza in grado di penetrare e stimolare le coscienze narcotizzate degli abitanti delle città quasi fosse un vero e proprio veicolo sostitutivo dei sensi, oltre a essere chiaramente una passione/ossessione dello scrittore napoletano e un altro elemento chiave delle sue opere, nonché, come ha dichiarato, un’inesauribile fonte di ispirazione per la sua scrittura.

Sì, il nuovo libro di Eduardo Savarese potrebbe sembrare a molti un testo complesso, intriso di riflessioni filosofiche in cui perdersi – o farsi trascinare? – e omaggi ai grandi maestri del racconto fantastico, ma si tratta di un libro dai tanti strati di comprensione e dalle varie chiavi di lettura, un’opera che non cerca risposte ma comunica la speranza che dentro di noi e soprattutto nel mondo, anche nei momenti di più grande sconforto e strazio, si possa accendere una piccola luce.

Foto in copertina: Foto di Matthew Stephenson su Unsplash

categorie
menu