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Sembrava Bellezza. Intervista a Teresa Ciabatti



Candidata per la seconda volta al Premio Strega, Teresa Ciabatti, con Sembrava bellezza (edito da Mondadori) racconta le vicende di una scrittrice che ha rincorso per anni il successo, ottenendolo dopo aver vissuto un’infanzia e un’adolescenza dettati dall’inadeguatezza. Sarà un’amica tornata dal passato a far rivivere, nella donna, quegli anni di turbolenza emotiva, di amori mancati, di corpi non posseduti, di specchi che rilanciano immagini scomode tanto da voler scomparire in una botola ideale. Proprio ad un’apparente bellezza, quiete e opacità si contrappone il dolore della verità sottaciuta, ambita, sottratta. È attraverso elementi come la memoria, la finzione e la seduzione, che Teresa Ciabatti ci racconta di lei e del suo rapporto con la scrittura.

Nel suo romanzo il valore della memoria è ambivalente, da un lato è attraverso la memoria che racconta la storia di un’epoca in cui la sua protagonista è vissuta e vive oggi, in cui si confronta con i ricordi; e dall’altro è una memoria che trasporta dolore per ciò che è stato, per ciò che non c’è mai stato e forse, per ciò che non c’è più. Lei dice, però, una cosa vera, cioè che il dolore è memoria del dolore. Fermo restando che è impossibile occultare i ricordi dolorosi, in un’intervista si chiede che se non avessimo memoria saremmo più felici?
A questo corrisponde proprio il personaggio di Livia, che ha la memoria danneggiata, ha cinquant’anni e ogni mattina si sveglia non ricordando che ha cinquant’anni, non ricordando nell’immediato che la madre è morta, non ricordando tutti i subìti, tutto il passato; affronta ogni giornata come la giornata di una sedicenne, tra l’altro ancora bellissima, perché è rimasta lì, in quel frangente del suo passato. Quindi si muove, volteggia come una ragazzina perché non ha il peso e il senso del passato, non ha bisogno dei ricordi, non ha la coscienza del tempo che è passato, quindi è veramente leggera e, ovviamente, questo è un po’ l’unico modo per non provare dolore. Mi colpì anni fa, mentre stavo scrivendo questo romanzo, un fatto di cronaca: in Australia avevano scoperto che una donna di 75 anni non sentiva dolore. Avevano studiato il suo caso all’università e avevano trovato un’anomalia del Dna. Per tutta la vita ha vissuto così: quando si feriva non se ne accorgeva, non si è mai accorta di niente perché non sentiva dolore. Quando le hanno chiesto che tipo di vita avesse avuto, nel suo complesso, lei diede una risposta che mi è piaciuta molto e dentro c’è tutto: «una vita molto spensierata e smemorata». A un grado maggiore, questa assenza di dolore è rappresentata da Livia che non ha memoria; rappresenta quasi la felicità, altro che spensieratezza.

In Bel Ami di Guy de Maupassant, l’autore scrive: «L’amore è la sola cosa buona della vita, e noi spesso lo sciupiamo con impossibili pretese». È d’accordo con quest’affermazione?
Sì, anche se per me il fuoco di Bel Ami non è l’amore: nella mia mente, nella mia memoria l’amore più grande di quel personaggio è per se stesso, la sua ambizione è quella dell’ascesa sociale, quel sentimento è al servizio di quell’ascesa, che è la sua ragione di vita. Per me rimane un romanzo fondamentale perché mi interessa tantissimo raccontare il movimento di personaggi che ambiscono all’ascesa sociale e poi falliscono: i miei in genere non ci riescono quasi mai. Però per me quel libro è un paradigma per raccontare quel tipo di quel fuoco lì.

Che poi è un profilo che corrisponde alla sua protagonista.
La mia è una Bel ami versione femminile, fino ad un certo punto. Poi, ci sono gli oggetti: in Bel ami la storia è costellata di oggetti che rappresentano i vari gradini di quell’ascesa. L’oggetto massimo che rappresenta l’apice raggiunto, in quel caso, è il quadro di Gesù che cammina sulle acque. A me piace raccontare i desideri, raccontare anche l’identità delle persone attraverso gli oggetti. Nel mio romanzo ci sono oggetti che possono essere status symbol, ad esempio Livia ha un lettino solare e ce l’ha solo lei; c’è lo zainetto koala della protagonista che rappresenta il suo essere provinciale, il suo essere inferiore, non all’altezza. Senza entrare troppo in tecnicismi, faccio molto uso del correlativo oggettivo, cerco di trovare degli oggetti che raccontino quel tipo di emozione e sentimento.

Ciabatti

Il microcosmo che ricrea nel suo romanzo ha al centro un universo femminile, la scrittrice, le amiche Federica e Livia, la loro madre, ostinatamente destinata a occultare il dolore. C’è un passaggio molto forte nel suo libro che dice: «La bomba dell’adolescenza non ero io, non era la nostra rabbia contro i coetanei, la scuola, non il senso d’inferiorità, non il rifiuto di un mondo che progrediva senza di noi. Nè frustrazione, umiliazione,neppure il corpo mostruoso che credevamo di avere e in fondo non avevamo – non eravamo speciali nemmeno nell’orrore». Lo spartiacque nella vita di queste donne è l’adolescenza, in cui accade di tutto e in cui si può cadere nell’oblio. Lei che tipo di adolescente è stata?
Tremenda, (ride, ndr). Corrispondo in parte e tanto a quell’adolescente del libro a cui ho dato il mio corpo. Riguardo al corpo, per me, è stata una scoperta scoprire che il corpo è un ingombro per tutti, belli e brutti, grassi e magri, però uno lo scopre tardi e sul momento pensa che sia un problema solo suo, esattamente come accade alla protagonista, che ha la percezione di questo corpo come enorme. Però, in qualche modo, nobilito questi sentimenti, perché la vergogna e i complessi sono quelli che mi hanno fatto diventare una scrittrice. Ad esempio, io ho una figlia di dieci anni: a parte il dolore, non cerco di risparmiarle la vergogna o questi sentimenti, perché sono una ricchezza, ti permettono di scavare dentro di te e di scendere nel profondo. È un dramma per tutti questa trasformazione, abbandonare il corpo dell’infanzia, ci vuole tempo per abituarsi a un corpo nuovo e non è detto che uno si abitui, può essere che per tutta la vita conviva con quel conflitto.

La finzione e la menzogna sono due aspetti speculari di questo racconto, del racconto imbastito dalla voce narrante, è lei stessa a mettere in guardia il lettore che tutto ciò che sta raccontando potrebbe non essere vero, manipolato, a proprio piacimento, ai fini del racconto, ai fini della scrittura. Finzione e menzogna sono anche strumenti di seduzione, forse lo è anche la scrittura. E poi c’è un senso di rivalsa che la sua protagonista sente, che vuole sentire nei confronti di chi l’aveva schernita, dimenticata. Lei, scrittrice, gioca con il lettore portandolo al confine fra realtà e immaginazione, il sentimento di rivalsa è un sentimento che le appartiene?
No, evidentemente l’ho scaricato tutto nei libri. Anche io, per esempio, ho avuto il mio breve successo, durato veramente una stagione, poi un successo relativo. Con il romanzo La più amata, rispetto ai romanzi precedenti, che non leggeva nessuno, c’è stato un cambiamento, però è durato pochissimo: tre mesi e poi sono tornata in oblio, in quei tre mesi tutti mi volevano e poi non mi voleva più nessuno. Quando è accaduto, però, ero già una quarantenne e soprattutto avevo alle spalle un’esistenza all’ombra. Il fatto di aver vissuto la luce per poco tempo non mi ha destabilizzato tanto, tornare nell’ombra non mi ha sconvolto, sono ritornata dove sono sempre stata e forse è la mia dimensione giusta. Ho capito anche la bellezza di quel ruolo ai margini. Nell’adolescenza, a tratti, siamo tutti messi da parte e questo senso di rivalsa, se c’era, l’ho esaurito scrivendo, attribuendolo ai miei personaggi, che invece sono tormentati da questa cosa.

Antonio Tabucchi scrisse: «Credo di aver capito una cosa, che le storie sono sempre più grandi di noi, ci capitarono e noi inconsapevolmente ne fummo protagonisti, ma il vero protagonista della storia che abbiamo vissuto non siamo noi, è la storia che abbiamo vissuto». In questi anni, com’è cambiato il suo rapporto con la scrittura?
È cambiato molto, rispetto alla realtà. Mentre prima mi capitava, con personaggi altri, di mettere cose mie, di scavare dentro me stessa, di riportarli a me, attribuendo al personaggio un altro nome, la tentazione era di tornare a questioni che mi riguardano, anche se le storie sono sempre state tutte di invenzione. Nel momento in cui ho dato al personaggio il mio nome e il mio corpo, questo è stranissimo, è diventato un’altra cosa, un’altra persona che vive in un altro modo, con una personalità diversa, a cui succedono cose che non sarebbero potute succedere mai a me, sia per il mio carattere che per la mia personalità. È come se, a un certo punto, avessi cambiato la prospettiva e nel farlo ci sia stata un’inversione del rapporto fra realtà e finzione. Da La più amata in poi è la vera finzione. Non essendo me, il personaggio può fare qualsiasi cosa, non ho questa mania o questa mitomania di farla apparire (la protagonista, ndr) intelligente, profonda, dignitosa o elevarla. Invece dichiarando che è una storia reale, lascio libera la protagonista, riuscendo a farla meschina, stupida, riesco a raccontarla bene, senza nascondere le ombre. Non so cosa sia successo ad un certo punto nella mia scrittura, ma è cambiata la proporzione che mi ha permesso di essere più libera.

Ciabatti

La sua scrittura è capace di descrivere la scomodità delle cose, i corpi di questo libro sono corpi assetati, vogliono essere vissuti, anche scomparire in una ideale botola, scomparire come Emanuela Orlandi, pur di vivere attraverso il corpo i propri desideri e le proprie paure. I corpi sono scherniti, sono grassi o sono perfetti, sono forti e dolorosi, sono occultati, mascherati e poi esibiti quando ormai è troppo tardi. Sono corpi sopravvissuti anche a coloro cui appartengono. Se lei dovesse dare una definizione della parola desiderio, guardando alla sua vita e alla scrittura, che definizione ne darebbe?
Non so dare una definizione esatta di desiderio, ma penso che la mia scrittura, tutto quello che scrivo, siano tentativi di raccontare il desiderio, di raccontare anche la misura sbagliata del desiderio e anche lo sbaglio di cosa si desidera: c’è tanto errore eppure è l’errore che ci rende delle persone migliori. Il desiderio è tutto, non è solo quello d’amore, di amare qualcuno, ma anche quello di una madre verso la figlia o il figlio, quindi la proiezione. Penso di raccontare sempre desideri, non sbagliati ma che non sono del tutto messi a fuoco da chi li ha: si pensa di desiderare qualcosa, in realtà è altro.





In copertina: Teresa Ciabatti, Lapresse

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