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Raccontare il demoniaco. Intervista ad Andrea Tarabbia



Quando ci si trova di fronte a un’antologia è chiaro che le scelte non possono che riflettere in parte il gusto di chi ne ha la cura. Questo vale tanto più per un’antologia redatta da uno scrittore, nella cui selezione scorgeremo predilezioni e ossessioni del proprio lavoro. L’antologia Racconti di demoni russi curata da Andrea Tarabbia per Il Saggiatore non si sottrae a questi assunti, anzi mette in evidenza fin dal titolo il carattere programmatico di uno scrittore che ha fatto del Male e del demoniaco, declinato in vari modi, la propria forza narrativa (su tutti basti ricordare Il demone a Beslan). Tuttavia Tarabbia non è solo scrittore dalla forte affinità “russa” ma è anche studioso di quella letteratura. Questo ci permette di apprezzare sia il rigore storico-critico del suo percorso antologico, che va da Puskin a Bulgakov, sia quelle che sono scelte da lui stesso definite di gusto. Ne parliamo con l’autore.

demoniaco

Nell’introduzione all’antologia metti in chiaro come il concetto di demone in Russia sia sempre stato molto ampio. Più che una figura maligna specifica, il cristianesimo ortodosso individua nei demoni “forze impure” di vario grado. Quanto ha influito questa base culturale nello statuto che ha il demone all’interno della letteratura russa?
Moltissimo, e in almeno due modi: nel primo, perché coloro che (da Gogol’ in giù) hanno voluto occuparsi di “Male” e sono partiti dal folklore, hanno avuto a che fare con una schiera enorme e spesso bonaria di demoni minori, fate, streghe e streghette – dunque non per forza con esseri mostruosi: l’idea di forza impura è pervasiva, ha a che vedere con l’ineluttabilità del destino – entro in un luogo dove ci sono queste “forze” e devo farci i conti, può andarmi male o bene (spesso i demonietti del folklore sono sciocchi, ingenui, facilmente raggirabili da chi ha coraggio e buona volontà) ma in definitiva non dipende del tutto da me: da qui, semplificando un po’, viene il fatalismo tipico del modo di pensare russo, e anche il grande livello di sopportazione dell’ingiustizia; nel secondo, perché, dato che né il folklore né l’ortodossia fornivano un Satana, o una rappresentazione del Male puro, chi ha voluto farci i conti ha dovuto pescare dall’Occidente, e ha ricavato i suoi demonî dalla tradizione cattolica e protestante.

Leggendo in fila i racconti e i brani dell’antologia colpisce il costante scambio tra la tradizione folklorica che alimenta un demoniaco soprannaturale, ma non meno psicologicamente inquietante (penso al Vij di Gogol o al gran ballo di Satana nel Maestro e Margherita), e il suo assorbimento realistico nel grande tema tragico del Male (penso all’incubo diabolico di Ivan Karamazov o alle allucinazioni de Il fiore rosso di Garsin). È come se gli scrittori russi avessero assunto per vero il fantastico del loro patrimonio culturale, trasponendolo in sintomo universale dell’uomo. Come spieghi questo slittamento tra “demoni immaginari” e “demoni reali”, per usare le categorie con cui hai diviso l’antologia?
Tieni conto che le scelte che si fanno per un’antologia sono sempre arbitrarie, e io sono stato molto attento, nella prefazione, a non spacciare come regola ciò che ho selezionato per mio gusto. In ogni caso, quello che dici è vero, o almeno mi ci ritrovo in pieno: la letteratura russa, quando ha avuto a che fare con i grandi temi, per così dire, ha spesso scelto di rappresentarli attraverso il soprannaturale, il visionario (senza andare fino alle allucinazioni dostoevskiane o al fantastico di Bulgakov: il racconto di Leskov, per esempio, che pure è realista, o quello di Cvetaeva, che ha tratti autobiografici, contengono lampi di fantastico che per certi versi possono sorprendere il lettore occidentale); il punto secondo me è questo: rispetto a letterature come la nostra, che nasce alta e che, per lingua, modelli e generi, opera una divisione netta tra ciò che è colto e ciò che è popolare, quella russa è una letteratura più ibrida, dove i linguaggi e le forme si mescolano e, di conseguenza, si mescolano anche i temi e le suggestioni. Basta leggersi un po’ di Puškin per rendersene conto.

La letteratura italiana moderna, diciamo dopo Tasso, è stata un po’ allergica alla rappresentazione del demoniaco. E ho come l’impressione che anche gli aspetti sotterranei, morbosi e devianti del reale, con cui i russi sembrano avere un naturale commercio, siano stati relegati dalla nostra tradizione fuori dall’Io. D’altra parte la grande novità della letteratura russa è stata proprio quella di vedere l’uomo come problema da risolvere e scontare ogni giorno. In Italia siamo rimasti per lungo tempo, e credo ancora ad oggi, “pudici” in questo senso, riluttanti a “scavare fuori l’uomo” come diceva Dostoevskij. Perché secondo te?
È difficile dare una risposta, è una questione molto complessa. D’istinto, mi viene da dire che una letteratura le cui opere fondative sono i Fioretti, la Commedia e Boccaccio nasce fortunatissima, ma si trova a dover fare i conti con dei modelli insuperabili; dunque, per certi versi, per uno scrittore italiano è più rischioso affrontare certi temi. Poi però penso a Manzoni, e a un certo nostro Novecento (che so: Malaparte, Tobino, Levi, Piovene, Ortese per fare dei nomi) e alla fine non credo di essere d’accordo con la domanda: i demoni li abbiamo, e li abbiamo guardati dritti in faccia molte volte.

Nel capitolo conclusivo di La Russia di Putin Anna Politkovskaja ritrae il presidente russo come un personaggio letterario, in sostanza un uomo del sottosuolo divorato dai suoi stessi demoni. Non voglio fare facili accostamenti e sociologia culturale spiccia, ma credi che questa anima, questi demoni russi, siano anche alla radice del feroce imperialismo che Putin sta dimostrando?
Putin è l’espressione politica di un certo modo di essere proprio dei russi: i suoi discorsi sul destino della Russia, sulla “missione” contro l’occidente, vengono dritti da un lavoro di rielaborazione in chiave contemporanea di certe teorie filosofico-politiche degli ultimi due secoli (da Berdjaev a Gumilëva Il’in) ma anche, in fin dei conti, dal celeberrimo e per noi controverso Discorso su Puškin, che è il testamento di Dostoevskij e, allo stesso tempo, una lezione di nazionalismo e messianismo russo che è interessantissima da rileggere oggi. C’è poi la questione del rapporto con la Chiesa ortodossa, con la sua visione e il suo linguaggio, che Putin rimastica e restituisce riprendendo i concetti di missione e di unità del “mondo russo” al di fuori dei confini della patria. Infine, tieni conto che raccontare i dittatori come personaggi letterari è una pratica letteraria che i russi hanno frequentato molto: il Ponzio Pilato di Bulgakov è, per certi versi, una versione letteraria di Stalin, lo stesso Stalin è stato descritto come Satana da Solženicyn nel Primo cerchio e così via: quando Politkovskaja scrive quelle pagine ha senza dubbio presenti questi grandi modelli e, anzi, il fatto di riferirsi a loro più o meno esplicitamente è già un giudizio di valore e una presa di posizione nei confronti di chi sta al Cremlino.



Copertina: dettaglio da Dante e Virgilio all’Inferno di William-Adolphe Bouguereau

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