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Perchè siamo vivi finché andiamo giù. Giovanissimi di Alessio Forgione

Lo ricordo bene, quel tempo sospeso.

Non c’è previsione del dopo, né contezza del prima: l’inizio dell’adolescenza è un lungo, lunghissimo presente lento e privo d’ossigeno. Ogni aspetto è dilatato, le giornate a scuola si fanno accumuli d’ore sbiaditi e senza memoria, anche solo guardarsi allo specchio diventa un disconoscimento. Chi sei tu, ti chiedi, cosa sta succedendo, osi domandare. Nessuno può darti la risposta; puoi solo rimanere, osservare, vivere, capendoci sempre pochissimo.

Avevo dieci anni, facevo le elementari e il tempo lo misuravo solo nell’attesa dell’estate. La maestra, per compensare quei mesi caldi di lontananza in cui non poteva controllare il procedere negli studi di noi studenti, ci dava sempre dei libri da leggere e da riassumere in quaderni a righe senza margini. Non era un problema, per me, che di storie mi nutrivo e non sapevo come altro passare il tempo se non leggendo; quell’anno, però, odiai la scelta della maestra.

È un libro da maschi!, pensavo, del tutto contrariata a dover leggere di un bambino, Nicola, che passava le proprie giornate a fare scherzetti ai compagni di classe e a giocare a calcio. Non scorgevo avventure di pirati o anche solo storie di animali parlanti: no, niente. Il protagonista era un comune bambino che faceva cose da bambino, una dietro l’altra, nella schiuma dei giorni che passavano. Dall’alto dei miei dieci anni non sentivo la meraviglia del leggere di situazioni conosciute, non provavo la rincuorante conferma di specchiarmi nelle abitudini di tutti i ragazzini e sentirmi così meno sola: no, ripetevo come un mantra tra i denti che quella storia fosse per i maschi. Smisi di leggere I divertimenti di Nicola, indispettita e offesa; al rientro a scuola la maestra, per la prima volta, mi sgridò delusa.

«La strada che percorremmo, da quel punto in poi, fu solo un’interruzione tra quello che eravamo riusciti a fare e quello che avremmo fatto. Tra il passato, tra quello che sapevamo, e il futuro, ovvero le cose a cui saremmo andati incontro.»

Alessio Forgione

Con Giovanissimi di Alessio Forgione ho avuto lo stesso pensiero. È un libro da maschi!, ho detto leggendo le prime pagine colme di ragazzini annoiati, partire di calcio, spaccio di fumo come unica alternativa al livore dei giorni. Ho sbuffato, poi ho sorriso.
Non avendo più dieci anni non mi sono fermata. Ho continuato a leggere.
È stato come un viaggio, di quelli in cui la strada davanti a sé è dritta, luminosa, apparentemente senza ombre. Poi però s’osserva meglio e ci sono depressioni sull’asfalto, massi dietro cui si nascondono ombre e brulichii clandestini. La stessa luce quasi acceca, rende spogli di difese: aggredisce, non preserva.

Forgione ha scritto un libro così: che toglie, sfronda pensieri e protezioni. È una storia disarmata, di una tenerezza sfolgorante. Il protagonista, Marocco, vive negli spazi che esistono tra mancanze e silenzi. L’abbandono della madre, le solitudini condivise col padre. E ancora, gli amici con cui parla poco ma fuma molto, i giudizi degli insegnanti e degli adulti tutti, muri di gomma su cui rimbalzare; il calcio come respiro di speranza. E le ragazze, poi, con movimenti d’avvicinamento che sanno di struggenti inadeguatezze.

Forgione

Forgione racconta piano, con parole lisce e morbide. Pare ti accompagni per mano lungo i giorni tutti simili della prima adolescenza. Descrive, accarezza, fa della fragilità una forza. Ed è davvero qui la potenza del libro: denuda Marocco e lo rende così somigliante a ognuno di noi, alle emozioni provate durante una giovinezza tumultuosa e abbandonata da cui tutti siamo passati, da cui non c’è modo di slegarsi. Noi siamo lui. Le sue debolezze sono così esplicitate da diventare motivo di rivalsa, uno stacco dal brusio di sottofondo.

Ricordo un documentario folgorante. Si chiama D’amore si vive: è di Silvano Agosti e ha più di quarant’anni. La telecamera è fissa, inquadra via via persone differenti. Una prostituta, una tossicodipendente, una madre, un bambino. Ci sono molti silenzi. Nelle pause di parole sospese si sentono i respiri, i rumori di fondo. Ogni azione pare misurata; abbiamo il tempo di osservare e di conoscere. Non c’è fretta. Non troviamo niente di esagerato; ognuno parla della propria vita, del proprio sentire, delle proprie enormi piccolezze. Ed è qui che accade la magia: la vita di ognuno si assurge a rappresentazione universale, umanità condivisa che ci rende meno soli. Marocco me l’immagino così, come un ricordo di quello che siamo, che siamo sempre stati. Fallibili e insieme perfetti.

«Non siamo altro che cose che rotolano giù per una discesa e che prima o poi si fermeranno. Perché siamo vivi finché ci muoviamo. Perché siamo vivi finché andiamo giù».


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