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Nello strappo tirannico del desiderio. Fame blu di Viola Di Grado



Una delle iniziative letterarie che seguo con più spasso è il premio annuale per la peggior scena di sesso in un romanzo – Bad Sex in Fiction Award. Ahimè, nel 2020 la giuria del premio ha decretato che l’affezionato pubblico del progetto, promosso dalla Literary Review fin dal 1993, con l’avvento della pandemia fosse stato esposto a troppi orrori e troppe tristezze per meritarsi pure la descrizione delle prodezze copulatorie di personaggi immaginari; per fortuna però, in attesa che – si spera – il premio torni ad essere assegnato rimangono comunque aperti gli archivi, che presentano una ricchissima casistica di descrizioni ridondanti, metafore kitsch fino al grottesco, enfatiche perifrasi, iperboli irrealistiche.
Spesso, ad aggiudicarsi il primo posto sono autrici e autori di fama acclarata e di indubitabile talento (a onor del vero, mi pare che siano più di frequente autori: uno dei rari casi in cui noi scrittrici possiamo ridacchiare, con una punta di Schadenfreude, dell’imperituro disequilibrio di genere nell’assegnazione dei riconoscimenti). Penne raffinate, amate dalla critica e dai lettori, che però, per qualche ragione che sarebbe divertente indagare, nel momento in cui si trovano a raccontare gli amplessi fra i loro personaggi paiono perdere ogni aplomb e delicatezza di sguardo, ogni ironia, naturalmente, ma anche ogni inclinazione al realismo nel dosare e misurare i gesti, le azioni e le reazioni dei malcapitati, a favore di roridi intrecci in cui i corpi dei poveretti si torcono e si deformano in pose implausibili, e il piacere scoppia in maremoti scomposti e, diciamolo, anche piuttosto disgustosi.

Già: quali saranno le ragioni per cui menti avvezze alla seduzione affabulatoria del racconto si ritrovano ad abiurare al loro talento, giusto giusto nei momenti in cui le loro creature di carta si abbandonano alla passione? Forse una sorta di pudore introiettato, sfidato malamente; forse un malinteso puritanesimo, o una vera e propria carenza della lingua, nel rendere sensazioni così sfumate, così vicine all’ineffabile?
Chissà. Sta di fatto che, da grande ammiratrice delle pazienti selezioni che negli anni hanno animato gli annali del premio, mi trovo ogni volta a pensare a questi brani come alle scene di sesso dei film visti nell’infanzia, da dietro la mano genitoriale che, al cinema, mi veniva all’occorrenza piazzata davanti agli occhi perché non mi turbassi, con il risultato che i momenti di passione li vedevo come da dietro una persiana accostata, senza capire un granché di quel che accadeva – un po’ come successe al piccolo Marcel Proust, quando la mamma gli leggeva François le Champi, il romanzo di George Sand che racconta un rapporto quasi incestuoso fra una donna e il trovatello che lei adotta, saltando però tutte le scene d’amore: cosicché i comportamenti dei personaggi, racconta il narratore di Alla ricerca del tempo perduto, risultavano del tutto incomprensibili, perché mancavano, a fare da collante fra un passaggio e l’altro, le scene che raccontavano l’insorgere dell’innamoramento.

Fame blu

Insomma: le scene d’amore sono il cruccio di schiere di romanzieri, e mettono a dura prova la sospensione dell’incredulità di chi i loro romanzi li legge, rovinando l’incantesimo narrativo come l’impazienza di aprire il forno troppo presto può rovinare la soffice esuberanza di un soufflé. Ma, per fortuna, non sempre è così; e anzi, di recente mi sono imbattuta nel romanzo di un’autrice che non solo non si aggiudicherà il Bad Sex in Fiction Award, nemmeno nell’auspicabile caso in cui i prossimi anni ci regalino nuove edizioni del premio; ma che mostra di avere abbastanza ardire, follia e talento da riuscire a inventarsi una maniera tutta sua – spietata, precisa, perdutamente elegante, dolce e triste – di raccontare il sesso, arrivando a farne il fulcro di un libro atipico e sconcertante che ho trovato davvero molto bello, Fame blu (La nave di Teseo).
La protagonista del romanzo di Viola Di Grado, una ragazza di cui non sappiamo il nome, arriva a Shanghai, la città in cui sognava di trasferirsi il suo fratello gemello, che è morto da poco lasciandole un dolore feroce a cui lei ha scelto, con una ostinazione quasi ascetica, di non ribellarsi: ci si inabissa, invece, e affronta il viaggio che lui non può fare. Arriva in una città sconosciuta, straniante, disorientata e livida, appassita, putrida e scintillante, e lì conosce Xu, a cui si presenta con il nome di suo fratello. La loro storia è un’altalena di abbandoni e violenze, una lotta in cui la perfezione indecifrabile di Xu, splendida, enigmatica, lontana anche quando è vicina, sembra dettare le regole, anche se naturalmente non è proprio così che funziona – perché in nessuna relazione le cose stanno realmente come sembrano stare.
Ma non credo che questo romanzo su un amore crudele come il luogo in cui Xu porta la sua amante, il vecchio mattatoio della città, voglia raccontare una storia d’amore, di dipendenza, o di dominazione; credo che voglia fare qualcosa di molto più ambizioso, e che ci riesca, con molto coraggio. Racconta lo strappo tirannico del desiderio, che è desiderio di rimanere vivi, desiderio di riempire i vuoti, di colmare contraddizioni che non si possono colmare – quel principio di movimento e di persistenza che Spinoza chiama conatus, e che, senza che possiamo assumerne il controllo, rivela tanto dell’ostinazione dei viventi a perdurare.

La fame del titolo, lo struggimento crudele del piacere che la protagonista scopre con Xu, non sono puri istinti orientati alla soddisfazione, che in effetti non arriva mai, perché non è davvero possibile; sono quel che rimane dopo la devastazione, come la protagonista che prende il nome del fratello, Ruben, perché sopravvissuta alla perdita di una parte di sé. E così, per raccontare il lutto, Di Grado si inventa un nuovo modo di raccontare il corpo, la nostra parte più deperibile, più instabile, più vulnerabile perché più viva. E trova un modo per affrancare, finalmente, il sesso raccontato dalle goffaggini di chi lo considera un tema peccaminoso, o accessorio, o lubrico, o imbarazzante.
Lei riesce, invece, a guardarlo con uno sguardo oggettivo, per quanto possibile; puro, e non in senso morale, ma nel senso che è in grado di azzerare giudizi e pregiudizi, e di praticare un esercizio di distacco quasi ascetico sullo stesso terreno su cui generazioni di scrittori hanno proiettato invece solo i residui di un moralismo bigotto e diffidente verso la materia di cui siamo fatti.

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