27.10.2026

«Mosè non fu usato giustamente», il mistero della poesia dimenticata di Emily Dickinson

Tra i versi di Emily Dickinson, le possibili tracce di Harriet Tubman e dello sguardo della poetessa sul proprio tempo

Un nome molto noto è quello della poetessa americana Emily Dickinson. La sua figura candida di donna-vate reclusa per propria scelta, estranea dalle questioni terrene, ci giunge attraverso i secoli in cui la melodia delle sue migliaia di versi, pubblicati postumi, ha risuonato tra i lettori di tutto il mondo. Ma l’idea che Dickinson possa aver vissuto attraverso un periodo cruciale per la storia americana – quello della guerra civile – senza averlo commentato sta iniziando a scricchiolare sotto il peso di nuove interpretazioni e analisi. Recentemente, una curiosa scoperta si aggiunge al timido coro di voci che svelano lo sguardo della poetessa sulla propria contemporaneità e sulle sue questioni più cocenti, come ad esempio fu quella che fece scattare la guerra di secessione: la questione della schiavitù delle persone nere. Si tratta di una poesia dimenticata, il cui significato è rimasto per secoli avvolto nel mistero.

Nei primi anni Settanta del 1800, quando in America il ricordo della guerra era ancora vivo, Emily Dickinson mise su carta i seguenti versi:

«So I pull my Stockings off
Wading in the Water
For the Disobedience’ Sake
Boy that lived for “Ought to”
Went to Heaven perhaps at Death
And perhaps he did’nt
Moses was’nt fairly used –
Ananias was’nt –
»

«Così mi tiro via le Calze
Guadando nell’Acqua
Per lo Scopo della Disobbedienza
Ragazzo che visse per “Devi”
Andò in Paradiso forse alla Morte
E forse non ci andò
Mosè non fu usato giustamente –
Anania non lo fu –»

Il simbolismo di questa poesia, a prima vista non molto esplicito, non ha mai attirato grande attenzione. La “Disobbedienza” di chi visse per “Devi” ha sicuramente un ruolo chiave in questi versi. Alcuni sforzi interpretativi, come quelli compiuti da Cecily Parks e Shira Wolosky, vi avevano visto un commento alle vicende del Mosè dell’Antico Testamento, con riflessione sul concetto di ribellione e sulla validità del giudizio divino. Altri, come Paul Crumbley, hanno pensato che la poetessa stesse scrivendo a proposito della disobbedienza propria di un bambino.

Un fatto interessante a cui nessuno ha saputo trovare una giustificazione, tuttavia, è che la poesia nel suo manoscritto originale presenta una annotazione ulteriore sotto il verbo “ought to” (reso in italiano con l’imperativo in seconda persona del verbo “dovere”, “devi”). Nella stessa scrittura della poetessa, si legge “or’ter”, come se Dickinson avesse voluto annotare il modo di leggere quella particolare parola.

Frammento del manoscritto della poesia So I pull my Stockings off. MS Am 1118.3 (208a). Houghton Library, Harvard University

Una nota così rara e peculiare meritava forse più attenzione di quella concessale fino ad oggi, ma la perplessità sul suo significato è rimasta sospesa finché due appassionati studiosi della poetessa e della storia americana non hanno ritrovato, per caso, proprio la stessa trascrizione a rappresentare la medesima parola nel discorso di una celebre abolizionista, contemporanea di Dickinson: Harriet Tubman. «Dat’s what Massa Linkum orter know» («questo è quello che il signor Lincon deve sapere») diceva Tubman nel suo accento afroamericano, riportato da chi aveva trascritto il discorso.

La straordinaria Harriet Tubman non solo era riuscita a fuggire le catene della schiavitù, ma aveva messo in salvo dozzine di schiavi, organizzando pericolosi viaggi dagli stati del Sud (schiavisti) a quelli del Nord (abolizionisti). Per le sue eroiche imprese era diventata nota con il nome di Mosè. Alla luce di questa incredibile coincidenza la domanda sorge spontanea: è possibile che Dickinson possa aver registrato in questi versi le sue riflessioni non sul Mosè della Bibbia, ma su Harriet Tubman? È possibile che il «Ragazzo che visse per “Devi”» non sia un bambino ribelle, ma una persona che ha vissuto in schiavitù? La prima testimonianza di una Emily Dickinson che non solo parla di schiavi, ma anche che menziona esplicitamente una donna nera mettendosi quasi a paragone con lei, viene alla luce dopo oltre duecento anni.

Dettagli tra le righe

A corroborare l’idea che Emily Dickinson stesse proprio parlando dell’ex schiava, altri dettagli sono venuti via via alla luce.  Per esempio, l’immagine, nella prima strofa, del “guadare nell’acqua” non solo evoca un famoso momento di una delle missioni di salvataggio in cui Tubman aveva attraversato l’acqua per raggiungere l’altra sponda di un fiume (l’esatta espressione “guadare” fu usata per raccontare l’episodio nello Springfield Republican, giornale abitualmente letto dalla famiglia Dickinson), ma è curioso notare come Wade in the water (appunto, Guada nell’acqua) è il titolo di un famoso canto spiritual che è oggi fortemente associato con il personaggio di Tubman. Gli spiritual furono usati dagli schiavi come mezzo di svago e preghiera, e si racconta come Tubman avrebbe usato proprio questo canto come codice per invitare i fuggitivi ad allontanarsi dalla strada e immergersi nell’acqua in modo che eventuali cani degli inseguitori perdessero ogni traccia.

La stessa trascrizione e sostituzione dell’espressione “ought to” con “or’ter”, era stata già usata per rappresentare lo slang dell’inglese afroamericano anche nel famoso capolavoro La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe. Forse, ispirata proprio dal romanzo (che aveva sicuramente letto, come testimoniato dalle sue lettere), Dickinson aveva pensato di usare la stessa trascrizione nei suoi versi.

Sebbene l’uso del “ragazzo”, nel quarto verso, potrebbe allontanarci da associare la figura di Harriet Tubman a quella del Mosè di cui parla la poesia, non sarebbe, in realtà, strano che Dickinson possa aver racchiuso la celebre abolizionista in una forma maschile. La donna non incarnava la tradizionale immagine femminile di metà Ottocento: era molto nota per la sua forza fisica, era stata soldato e persino comandante in guerra. John Brown, noto abolizionista, la chiamava “Generale Tubman” e sosteneva, usando il maschile, che «Lui (Harriet) è il più uomo che abbia mai incontrato».

Emily Dickinson e Harriet Tubman – donne a confronto

Che Dickinson avesse sentito parlare di Tubman non sarebbe assolutamente improbabile. L’ex schiava, infatti, era divenuta molto presto un personaggio leggendario del proprio tempo grazie ai racconti, sempre più popolari, delle sue incredibili missioni di salvataggio. Tubman, inoltre, era una abituale ospite nelle conferenze abolizioniste. Il colonnello Thomas Wentworth Higginson – uomo di lettere, comandante del primo reggimento di afroamericani dell’Unione e, coincidentalmente, amico sia di Dickinson che di Tubman – descrisse la coraggiosa fuggitiva come «la più grande eroina dei nostri tempi».

Harriet Tubman

Nel ‘69 Sarah Hopkins Bradford pubblicò il libro, Scene nella vita di Harriet Tubman (intitolato Il Mosè della sua gente nella edizione dell’86). Il volume fu molto pubblicizzato nello Springfield Republican, di cui tutti i membri della famiglia Dickinson erano avidi lettori. In un pezzo a promozione del libro, dove sulla seconda pagina del 6 gennaio 1869 Tubman viene paragonata a Giovanna d’Arco, si legge: «Nessuna vita è più romantica di quella di Harriet Tubman». Non è troppo difficile immaginare come la poetessa – meno estranea al presente di quel che si immagina di solito pensando a lei – possa essere rimasta colpita da questa Giovanna d’Arco del suo tempo e abbia voluto fissare la sua impressione su carta.

Gli articoli sulla biografia di Tubman scritta da Bradford apparvero almeno cinque volte nelle edizioni dello Springfield Republican nell’arco dell’anno in cui la stessa fu pubblicata. Inoltre, “la Mosè al femminile” fu menzionata nei giornali datati 1° giugno 1868 (ripubblicato il 6 giugno nell’edizione settimanale) e 19 febbraio 1872. Anche il matrimonio di Tubman era stato annunciato nel numero del 25 marzo 1869 (ripubblicato il 27 marzo e il 10 aprile nell’edizione settimanale). Ciò rafforza notevolmente la possibilità che Dickinson (e la sua cerchia) avessero familiarizzato con Tubman proprio nello stesso periodo in cui la poetessa avrebbe messo nero su bianco i versi in analisi.

Una nuova lettura

Tenendo presente Harriet Tubman come potenziale soggetto della poesia, cosa potrebbero dirci questi versi? Collocata nel contesto storico e geografico del suo tempo, la poesia acquista un nuovo senso, aprendo la strada a una nuova dimensione interpretativa del pensiero di Dickinson. Nessuno nella famiglia Dickinson (poetessa inclusa) ci ha lasciato un messaggio chiaro sulla propria posizione riguardo alla schiavitù o riguardo alle persone nere. Forse si potrebbe essere inclini a giudicare le opinioni di una persona in base alla sua cerchia di amici: Thomas Wentworth Higginson, Samuel Bowles e altri abolizionisti e attivisti politici erano frequenti ospiti della famiglia Dickinson. Oppure, forse, si potrebbe notare un dipinto che oggi corona la mensola del caminetto nella stanza di Emily Dickinson. Il ruolo di un uomo nero, in quanto unico servitore di una Comitiva di pescatori, è chiaramente raffigurato dalla madre della poetessa, Emily Norcross Dickinson.

Fishing Party di Emily Norcross Dickinson (Dickinson, Emily Norcross, 1804–1882, artist. [Monson, Massachusetts], 1827. Dickinson family artifacts, Dickinson Room, 2011M-137. Houghton Library, Harvard University)

Un contesto così ambivalente dà adito a una moltitudine di interpretazioni, una delle quali è che la poesia sembri intraprendere un percorso di riflessione. Introducendo un pensiero di auto-proiezione con l’uso dell’interiezione “So” (resa con “così”), è come se l’autrice immaginasse di trovarsi nei panni di Tubman per comprendere meglio la sua situazione. Nel corso del ragionamento, passando dal tempo presente al passato e dalla prima alla terza persona, il tono poetico si sposta da una dimensione più personale a una più assoluta. Alla fine, Dickinson sembra incapace di esprimere un giudizio morale sulle azioni di Tubman. La poetessa non sa se il “Ragazzo” del quarto verso sia andato o meno in paradiso alla propria morte. Con “Mosè non fu usato giustamente” Dickinson potrebbe aver inteso che il soprannome “Mosè”, come termine di paragone positivo, non sarebbe stato usato in modo appropriato per descrivere Tubman. Allo stesso modo neanche il nome “Anania” – un antagonista emblematico del Nuovo Testamento che fu colpito a morte per aver mentito a Pietro – sarebbe stato adatto a descrivere Tubman. Il dubbio tra “Andò in Paradiso”/ “E forse non ci andò” viene riforzato con il paragone antitetico tra Mosè e Anania.

Ci si potrebbe chiedere perché Emily Dickinson non riesca a collocare con certezza in paradiso un personaggio considerato eroico non solo ai nostri giorni, ma già ai suoi tempi, e se questa esitazione possa essere un’allegoria della duplicità dell’animo umano, oppure un certo accenno alla sua percezione della razza. Sebbene non sarebbe sorprendente se Dickinson avesse riflesso nei suoi versi quel timore di contaminazione razziale e diffidenza sociale da cui era circondata, l’elemento prevalente della poesia resta più che altro il concetto di disobbedienza. In questa lettura, Dickinson non giudica le azioni di Tubman in quanto persona nera, ma si sofferma sulle sue azioni in quanto persona che decide di disobbedire allo status quo. È giusto o ingiusto andare contro il sistema consolidato? La poetessa potrebbe aver esplorato qui la propria disobbedienza nei confronti dei valori patriarcali dell’epoca attraverso il prisma di una figura di spicco come Tubman, che si era opposta, fuggendo, alle norme consolidate della società.

Cercando di penetrare nel mondo interiore di Harriet Tubman, Emily Dickinson ha forse subliminalmente formulato una sua importante dichiarazione politica: non si è soffermata sulla distinzione razziale o sociale tra sé e Tubman, ma le loro estremante diverse condizioni di vita sono state soggette allo stesso scrutinio morale. Questo esercizio di critica rivela la prospettiva senza precedenti di una donna bianca privilegiata che si mette nei panni di una schiava nera fuggitiva.

Foto di Mrika Selimi su Unsplash

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