Il perturbante si annida nel quotidiano, non va ricercato altrove: malattie, depressione, morte, perdita, la paura di invecchiare e l’inevitabile metamorfosi del corpo, in fondo è già tutto inscritto nella drammatica e sconnessa tessitura del reale. Lo sa bene l’acclamata scrittrice argentina Mariana Enríquez, considerata la regina del gotico latinoamericano. Nella sua nuova raccolta di racconti, Un luogo soleggiato per gente ombrosa (Marsilio, 2025, trad. Fabio Cremonesi), il focus principale è sulla risonanza interiore della paura più che sul colpo di scena estremo e terrificante. I racconti di Enríquez sono orrorifici proprio perché avvelenati di realtà. E sono, soprattutto, racconti politici in quanto narrano il male che permea la società contemporanea ed è perennemente in agguato, ormai sempre più manifesto nelle sue molteplici sembianze: capitalismo, precariato, guerriglia urbana o movimenti politici estremisti.
«Il fascismo inizia con la paura e si trasforma in odio» scrive Mariana Enríquez, servendosi della parola come di un’arte magica per traslare gli orrori reali su un piano fantastico. A una prima lettura le storie narrate in Un luogo soleggiato per gente ombrosa appaiono come il perfetto libro “da brivido” da leggere in occasione di Halloween: sono racconti popolati da fantasmi, creature metamorfiche e animali feroci, inquietanti bambini spettrali dagli occhi neri e, insomma, da tutte le possibili e paranoiche incarnazioni del male. Leggendo tra le righe, però, si comprende che la vera dimensione perturbante della scrittura è politica e ha, quindi, una profonda connessione con le angosce del nostro quotidiano.

Nel primo racconto, I miei tristi morti, la protagonista è una donna che, dopo l’atroce morte della madre («è morta urlando»), si scopre in grado di parlare con gli spiriti dei defunti. Il centro nevralgico della storia, tuttavia, non è la medium né l’apparizione terrificante dei fantasmi, ma il quartiere in cui la donna vive e le sinistre dinamiche sociali che vi si istituiscono. Si tratta di un quartiere degradato della periferia di Buenos Aires che ha conosciuto tempi migliori, ora vi dominano l’illegalità e la violenza, oltre al pericolo di proiettili vaganti che possono colpire gli abitanti persino in pieno giorno. Alla luce dei fatti i fantasmi appaiono innocui, perché è dei vivi che bisogna avere paura.
«Era circondato da boia senza cappuccio, nascosti dietro a maschere da classe media e buon vicinato».
Tutti i fantasmi sono vittime. Il “buon vicinato” continua a organizzare assemblee di emergenza sulla sicurezza senza mai risolvere nulla, poiché dietro il finto perbenismo si nasconde il vero volto del male. Scopriamo ben presto che sotto la patina di vita comunitaria vige la concezione hobbesiana «homo homini lupus», l’uomo per gli uomini è un lupo. La natura umana è fondamentalmente egoistica e, dinnanzi al pericolo, a dominare è l’istinto di sopravvivenza e la volontà di sopraffazione. Narrando una storia di fantasmi, Mariana Enriquez ci spinge a vedere il marcio che dilaga nella società contemporanea dove, tra crisi economiche e povertà in crescita vertiginosa, aumenta la diffidenza verso l’altro e dunque il razzismo, l’odio, l’ira, o l’ancor più disumana indifferenza – che non è un sentimento inoffensivo, perché uccide. Quando non viene più posto argine alla violenza, cosa resta? Il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti si fa labile, sfocato. La conclusione del primo racconto sembra essere un ritratto spietato del mondo in cui viviamo, un mondo che sembra aver smarrito la capacità di credere nel domani: «E fuori un futuro di ragazzi morti e una città che non sa più che cosa fare». L’orrore, in Enríquez, ha una profonda attinenza con la realtà: basti notare come, alla fine di una storia di spettri l’autrice, anziché consegnarci un’immagine sepolcrale, si focalizzi invece sulla visione concreta di una città che ormai è divenuta cimitero; non l’inferno dei non viventi, ma l’apocalisse dell’oggi.
L’Argentina è la vera presenza fantasmatica dei racconti di Un luogo soleggiato per gente ombrosa (che il titolo stesso non sia, in fondo, che una metafora?). Come accaduto nella precedente raccolta di Enríquez, Le cose che abbiamo perso nel fuoco (Marsilio, 2023), è la terra sudamericana la protagonista silente; a volte nominata, altre taciuta, ma indubbiamente presente nelle scene di guerriglia, furti e sparatorie, o nella sterminata desolazione della pampa o, ancora, nel grigiore disadorno e vuoto delle periferie. La vita nei ghetti e nei quartieri oscuri nei dintorni della capitale, Buenos Aires, fa da sfondo a vicende in cui l’elemento fantastico si mescola alla cronaca nera intessendo una trama che pone al centro la denuncia sociale. I miei tristi morti e Il cimitero dei frigoriferi sono i racconti nei quali meglio si percepisce la situazione critica dell’Argentina contemporanea, dove il tasso di povertà è molto elevato e sono stati effettuati pesanti tagli alla sanità pubblica. Questo Paese in bilico, dissestato dal precariato e dalla criminalità, si presta come lo scenario perfetto per delle storie di fantasmi, perché del resto è l’Argentina stessa a non aver mai fatto pace con il proprio passato feroce di dittature militari e con la ferita ancora aperta dei desaparecidos.

Mariana Enríquez sa che per provocare lo straniamento deve spingere lo sguardo ai margini: le sue storie sono popolate da senzatetto, drogati, disadattati, folli, ma raramente sono questi personaggi il vero centro della narrazione. Emerge il punto di vista femminile; infatti sono quasi sempre le donne a essere protagoniste dei racconti di Enríquez. Non a caso, direi: c’è un forte potenziale perturbante insito nel femminile. Tra le mura domestiche sono proprio le donne a portare sulle spalle il compito più gravoso: il ruolo di cura, accudimento dei figli o dei genitori anziani, facendosi carico di lutti e malattie, mettendo spesso in secondo piano sé stesse per dedicarsi al sostegno altrui finché, a un certo punto, si fermano anche solo per un attimo e, con stupore, si rendono conto di non aver pienamente vissuto. Sentono scorrere sulla propria pelle il passare degli anni, d’un tratto temono di non essere più desiderabili. Per mostrare questa idiosincrasia Enríquez si serve del mostruoso femminile, ovvero della natura selvaggia della femminilità, e quindi mette in primo piano il corpo nelle sue trasformazioni. Numerosi corpi pulsano in queste pagine: corpi deturpati, corpi dilaniati, corpi indeboliti da malattie o trasfigurati da maledizioni.
«Tutti gli uccelli sono donne che sono state punite. Nella mitologia popolare della nostra provincia (…) Il castigo per quelle che disobbediscono, si comportano male o si innamorano disperatamente è venire trasformati in uccelli».
Il destino delle donne, nell’immaginario popolare ma anche in quello biblico, è un destino di colpa, cui segue un’inevitabile condanna. Persino negli antichi miti greci, riflettendoci, le donne diventano immortali non per merito, ma per punizione. Adottando il tono dell’immaginario fiabesco, ma svuotandolo dall’eterna morale, l’autrice intesse la propria rivendicazione – da leggere, ancora una volta, in chiave politica.
«Tutte le leggende di maschi trasformati in animali riguardano la competizione. La maggior parte. Le donne, invece, vengono semplicemente condannate».
Con l’abilità stregonesca di una maga Circe, Mariana Enríquez riscrive il mito dando alle sue eroine la possibilità di redimersi compiendo infine la propria, tremenda e mostruosa, metamorfosi. La critica al patriarcato scorre sottotraccia ai racconti, soprattutto ne La sventura in faccia e in Diversi colori fatti di lacrime, dove la violenza maschile si riverbera in una sorta di oscura maledizione che colpisce il corpo delle donne. In Un luogo soleggiato per gente ombrosa gli elementi terrificanti del contemporaneo ci sono proprio tutti: violenza di genere, femminicidio, crisi economica, tossicodipendenza, odio razziale, in queste pagine si combinano con atmosfere cupe, luoghi desolati e creature mostruose, a dimostrazione che l’orrore più vero non è dato dal surreale, ma dal reale.

Di che sostanza è fatta la paura? Di quale sguardo? Forse ciascuno ha una propria versione personale della paura. Ciò che ci turba sfiora corde profonde del nostro inconscio, affonda nell’abisso segreto del nostro sentire. Leggere i racconti di Mariana Enríquez è come entrare in una sala degli specchi dei vecchi luna park; bisogna perdersi nel labirinto e trovarsi a diffidare della propria percezione, scrutare la propria immagine riflessa e scoprirla deformata, distorta. Personalmente ho trovato più orrorifici i racconti che ruotano attorno al tema della malattia: La sventura in faccia e La donna che soffre, dove l’inquietudine assume la forma claustrofobica dell’ipocondria e della paranoia. La trascrizione delle riflessioni fatte nel cuore della notte, quando la mente è stanca ma il cervello non dorme, mi hanno trasmesso maggiore angoscia di certe scene splatter o dettagli raccapriccianti. Forse la mia è una paura paranoica. In Una donna che soffre la protagonista, posta a diretto contatto la grave malattia di un’altra donna, medita sulla mancanza di senso della propria vita:
«Forse aveva qualche anno più di lei. Più di trenta. Lei, invece, ne aveva quasi trenta. Poteva morire anche lei. Quali erano i sintomi del tumore alle ovaie?»
E così, di pensiero in pensiero, riflette sul tempo che tutto consuma come il fuoco scioglie la cera:
«Il tempo, che mostruosità schiacciante. Il tempo, l’unica cosa che non si può fermare e non si può nemmeno sentire».
La donna che soffre, da cui la protagonista si sente perseguitata, in fondo è una metafora: lo spettro incombente della nostra mortalità, che è una faccenda che ci riguarda tutti. Al termine di una riflessione la protagonista del racconto conclude: «Che cosa fatta male il corpo»; ecco, l’ho trovata un’affermazione schiacciante, definitiva, l’autentico nucleo pulsante dell’angoscia.
Nei racconti di Mariana Enríquez, dopotutto, fantasmi e creature mostruose non sono altro che uno schermo, perché il vero orrore si annida nel circostante. Nello svelare progressivamente, creando una sapiente suspense, i meccanismi interiori del terrore, la scrittrice argentina trova una valida progenitrice nella statunitense Shirley Jackson: entrambe sanno che gli incubi peggiori sono celati nell’inconscio e che i veri fantasmi abitano in noi. Dunque, qual è la vera sostanza della paura? È insita nello stesso contrasto tra luce e ombra proposto nel titolo del libro Un luogo soleggiato per gente ombrosa. È normale che i bambini temano il buio, ma agli adulti non è concesso avere paura della luce, devono affrontarla e – cosa ancor più difficile – imparare a fare i conti con la propria oscurità.
In copertina: La cama inglesa, Guillermo Lorca Garcia Huidobro (2020)