14.10.2025

Come striscioni appesi sui fili del bucato. Le madri di Plaza de Mayo e una lotta meravigliosa

La prima parte di un reportage della memoria perché le voci che hanno denunciato con forza gli orrori del passato siano ispirazione per affrontare le lotte del presente

«Se ne occuperanno i nipotini, se mai verranno a sapere chi sono stati gli ultimi insorti del nostro Novecento»1 – auspicava Erri De Luca, tra le pagine del quotidiano il manifesto, in un ormai lontano 19 maggio 1998. Tra dicembre 2024 e luglio 2025, il ritrovamento dei nipoti 138, 139 e 140 ha tracciato un importante fil di luce oltre le maglie di un infernale oblio, pianificato tra le mura delle tristemente note carceri argentine sotto dittatura. «Questo è il figlio di Marta Enriqueta Pourtalet e Juan Carlos Villamayor» – ha rivendicato, fiera e commossa, la presidente dell’associazione Estela Carlotto nel corso della conferenza stampa di dicembre. In quel richiamo ai nomi di chi è stato portato via dalla violenza della dittatura (1976-1983) scorre ancora tutta l’energia degli instancabili giovedì della Plaza e di una marcia in cerchio, e in senso volutamente contrario che, con generosità, ha restituito al mondo l’immagine di una fine catastrofica da cui ripartire per creare nuovi orizzonti di lotta e improrogabile riparazione.

Skyvan PA-51
Fort Lauderdale, Florida, United State
22 aprile 2013
Lo Skyvan PA-51 che compì il volo del 14 dicembre 1977, per cui tre piloti (De Saintgeorges, D’Agostino e Arru) furono accusati e arrestati per essere l’equipaggio responsabile di aver gettato nell’oceano le vittime della dittatura. Da questo velivolo, secondo le indagini e l’accusa, furono gettate nell’oceano circa quindici persone. Tra queste le Madri di Plaza de Mayo” Azucena Villa Flor, Esther Ballestrino de Careaga e Maria Ponce, la suora francese Leonie Duquet e Angela Auad, i cui corpi furono ritrovati sulla costa vicino a General Lavalle.
Lo Skyvan è stato ritrovato a Fort Lauderdale perché fu venduto dalla Marina argentina all’aviazione CAE aviation in Lussemburgo. Successivamente l’aviazione CAE vendette l’areomobile alla compagnia commerciale GB AirLink, con sede a Fort Lauderdale. Il velivolo è tuttora operativo.

Viaggio all’inferno

Nel 1961 la Walt Disney Production presentava sugli schermi cinematografici il film d’animazione La carica dei 101 dando gran rilievo, sul finale, alla corsa infuriata della cattivissima Crudelia De Mon al volante della celebre Panther De Ville. A coadiuvarla, nel sequestro malvagio dei cuccioli dalmata, vi fu un camion verde militare, rimasto nell’immaginario infantile di una notte oscura, e due sodali, tanto inesperti quanto pasticcioni. Nell’Argentina sotto dittatura, circa un ventennio più tardi, temibili e poco dissimili Ford Falcon invasero incubi e notti di paura, lasciando al mattino e alle giornate a seguire il solco di un’angoscia dubbiosa, per molti rimasta tragicamente perenne. Il governo golpista del generale Jorge Rafael Videla si servì della crudeltà della sparizione come della chiave più efficace, non solo per liberarsi degli oppositori e dei dissidenti al regime (in larga parte giovanissimi), quanto e soprattutto come mezzo, lugubre e insano, per relegare i cittadini al ruolo di sudditi mansueti, tanto accorti quanto silenziosi. 

I muri di Buenos Aires, rincorrendo la bellezza assordante e allegra del colore, ricordano oggi che le sparizioni sotto dittatura furono più di trentamila. Un macabro conteggio, che in qualche modo riconduce a uno scritto fondamentale e dalla storia travagliata, che porta il titolo di Le atrocità di Mussolini, opera questa dello studioso italo-americano Michael Palumbo, distribuita in Italia dall’editore Alegre, sul finire del 2024. Come sottoscrive l’autore, nell’introduzione al volume:

«Questo libro ha avuto inizio nel 1979 mentre lavoravo al mio dottorato di ricerca sui rapporti tra Hitler e Mussolini presso la City University of New York, che all’epoca ospitava la facoltà di storia più prestigiosa del Paese. Nella principale biblioteca pubblica di New York trovai un libro, in cui i crimini di guerra italiani in Jugoslavia erano descritti come molto più cruenti rispetto a quanto comunemente creduto. Come spesso accade, allo storico che scrisse il libro mancò l’immaginazione per chiedersi: perché tutto questo è stato tenuto nascosto? Il destino stava bussando alla mia porta».2

Con un puntuale lavoro di ricerca (in Italia dato al macero nel 1992, probabilmente sulla scorta di un netto rifiuto a riconoscere la verità e gli sbagli della Storia), Palumbo ricostruisce – documenti inediti alla mano –, il violento e imperialista trascorso fascista, andando dalla Libia all’Etiopia e dalla Grecia alla Jugoslavia. Tra le testimonianze rinvenute dall’autore sanguinano i racconti delle “uccisioni sistematiche”, che per modus operandi sanno evocare la crudeltà perpetrata tra le stanze dell’orrore dell’ESMA e nei “voli della morte”, intercorsi decenni più tardi nei cieli sopra Rio della Plata. 

Ricorda Palumbo, a proposito dell’intervento fascista in Cirenaica:  

«[…] Lo spostamento di decine di migliaia di persone fu un’operazione gravosa, in quanto Graziani dovette usare la metà dei suoi uomini per raggruppare la popolazione, “scortarla” lungo il tragitto e infine sorvegliarla nei campi. […] Uno degli episodi più raccapriccianti fu l’assassinio dello sceicco Said El Rafidi e di quindici suoi compagni: vennero gettati da un aeroplano da un’altezza di 400 metri, mentre molti dei loro compagni venivano obbligati ad assistere all’atroce spettacolo. Anche il generale […] e molti soldati italiani stavano a guardare i corpi che si sfracellavano al suolo […] applaudivano e gridavano oscenità».3

E ancora, per quanto concerne Addis Abeba e l’invasione dell’Etiopia: 

«[…] I reclusi erano tormentati da insetti e sporcizia. Era concesso loro di uscire solo per venti minuti al giorno, sufficienti per vedere nel cortile i corpi dei prigionieri torturati durante la notte. Un tentativo di fuga fu punito senza pietà; il corpo del prigioniero era segnato da lividi e lacerazioni, e perfino da segni di morsi; lo legarono poi per le gambe, lo capovolsero e gli misero la testa in un secchio di escrementi umani».4

A tutti gli effetti rincuorati da cattivi uomini di fede, i quali affermavano che la tortura con una durata inferiore alle sette ore non costituisse peccato per i suoi aguzzini5, i militari invasati dalla spietatezza del regime, anche in Argentina, si abbandonarono agli indicibili crimini, che videro perire, martoriati, un’infinità di donne e uomini incarcerati tra le lugubri stanze dell’Escula de Mécanica de la Armada (ESMA): 

«Qui le detenute […] che erano in stato di gravidanza partorivano su di un tavolo, bendate, tra percosse e insulti [con] i bambini e le bambine sottratti loro poco dopo la nascita. Nella maggior parte dei casi, quei neonati erano l’unico motivo per cui le donne erano mantenute in vita fino a quel momento. La pratica del “robo de niños” fu operata in modo sistematico nell’ESMA e in altri centri clandestini di detenzione. “I bambini non hanno colpa” si dicevano i perpetratori per giustificare quel disumano furto, “sarebbero stati cresciuti da gente per bene” (ovvero ceduti a famiglie di militari o vicine al regime oppure venduti). Nel piano dei carnefici, i bambini non avrebbero mai conosciuto la propria identità di figli di genitori assassinati; le madri, infatti, venivano uccise con i voli della morte, sedate e gettate ancora vive nel Rio della Plata».6

Il notevole interessamento da parte degli studiosi, e la derivante attività di trattatistica in proposito, ha portato all’evidenza quella che, difatti, fu la fuga protetta di numerosi gerarchi, nazisti e fascisti, in terra d’Argentina, e più generalmente in America Latina, sul finire del secondo conflitto mondiale.7

«Gente di Cirenaica, voglio che sappiate che Dio ha ceduto a noi i suoi diritti su di voi, non provate più a rivolgere a lui le vostre lamentele»8 – è quanto, contando nella superbia dell’impunità, il generale fascista Rodolfo Graziani sentì di esprimere nel suo insediarsi nel ruolo di vicegovernatore di una terra violentemente occupata, ovvero la regione libica della Cirenaica. Specularmente, anche il regime del terrore argentino si illuse di poter ovattare il rimorso delle coscienze affidandosi alla parabola dell’erba buona e dell’erba cattiva, promulgata ancora una volta da servi della fede, che appoggiando la morte e la violenza stavano di fatto rinnegando gli ideali di un mondo fraterno e solidale, retto da un irrinunciabile, e sempre necessario, rispetto dell’uomo per l’uomo. 

Oggi l’ex ESMA è un museo alla memoria che vuol farsi voce, mai silenziata, sulle ingiustizie del presente, come di allora. In una delle piccole stanze, in cui nacquero giovani vite private della più personale «storia di un amore»poche parole vogliono interrogare le coscienze di quanti in quel luogo metteranno piede: 

¿Cómo era posible que en este lugar nacieran chicos?

È stato difficile, e lo è tutt’ora, spiegare a quei bambini, divenuti ormai adulti, delle innumerevoli storie d’amore spezzate sul baratro di una crudeltà, che non aveva nulla da invidiare all’idea spaventosa di un’imminente fine del mondo. «Se ne occuperanno i nipotini, se mai verranno a sapere chi sono stati gli ultimi insorti del nostro Novecento».

Tessere la tela

«All’inizio gli argentini mi chiedevano perché io, un italiano, volessi scavare così a fondo nel loro passato. Ma la verità è che quello che hanno fatto loro con la memoria forse non l’ha fatto nessun altro Paese al mondo»9 – ha ricordato recentemente Giancarlo Ceraudo. Il fotoreporter romano per quasi vent’anni si è interrogato e ha investigato la “destinazione finale” di quegli angeli della morte meccanici che per tempo, carichi di innocenti tramortiti, hanno sondato le onde dell’Atlantico, senza alcuna pietà o ripensamento.

«Dall’inizio [della ricerca] ho sempre avuto la convinzione che quegli aerei dovessero essere recuperati perché erano un pezzo importante della storia, come le camere a gas naziste, uno strumento terribile […] Quando sono arrivato a Buenos Aires mi sono reso conto che andare a fondo della ricerca […] equivaleva a rimestare una ferita aperta per tutti, ma tutto era già chiaro e aspettava solamente di essere ricucito».10

L’impegno di Ceraudo, e di un coraggioso e tenace gruppo di lavoro strettosi empaticamente sul campo, ha portato alla scoperta del destino toccato in sorte ad uno dei presumibili cinque velivoli impiegati per i voli della morte sotto dittatura. Il progetto Destino final (2003-2017), raccolto in un volume colmo di testimonianze e documentazione fotografica, ha riportato in Argentina il più che detestabile Skyvan PA-51, assieme a ulteriori prove fattuali, tornate assai preziose nel processo penale contro i protagonisti di anni segnati dalla morte

«[…] Qualcuno ci chiama così ancora adesso, “le vecchie pazze di Plaza de Mayo”. Perché no? Lo dico sempre, ci vuole della pazzia per affrontare quello che abbiamo affrontato. Noi avevamo la nostra pazzia, […] i militari il loro ordine, che cercavano disperatamente di mantenere. A disarmarli, era proprio il nostro modo di scardinare quello che per loro era normale».11

Gran parte dell’opinione pubblica mondiale apprese dell’inferno argentino con i famosi mondiali di calcio del 1978. Protagoniste dello svelamento, furono le Madri di Plaza de Mayo. La loro storia, come già annoverato, ha inizio in una delle tante e anonime notti, che le privarono di una figlia, un figlio, un affetto tanto amato. Nell’incertezza e devastazione della perdita – prima separatamente e poi unite nella forza della verità –, queste donne invasero lo spazio pubblico, rivendicando onestà al cospetto della Casa Rosada, sequestrata dalla violenza della dittatura e del comando. La scesa in campo delle Madri, simbolicamente, corrisponde anche alla presa in carico di un movimento civile, disarmato e disarmante, rispetto alla violenza del ferro e del fuoco degli artefici del golpe militare. Quanti, difatti, perirono tra le atrocità dei muri di una prigione o nell’oblio di mari funesti, furono coloro che per l’Argentina, l’America Latina, sognavano «un territorio, un cielo, un giardino che si afferma per essere rifondato».12

Come ha scritto Daniela Padoan, in ascolto delle Madri:  

«[…] Furono loro a spingerci a capire quello che desideravano e a farcelo sentire come nostro; in questo modo continuiamo a tenerli tra le braccia. Sono qui, nella testa, nel fazzoletto, nel cuore, nella pancia, nella piazza, nella lotta, nella forza, nella vita, nel nostro camminare in tutto quello che facciamo in ogni momento della giornata».13

Funerale di Horacio Bau
Trelew, Argentina
20 novembre 2007
Il corpo fu restituito alla famiglia dagli antropologi forensi trent’anni dopo la sua scomparsa.

Nei primi incontri per la marcia della Plaza, i fazzoletti bianchi (che, come insostituibili fasce da neonato, si apprestavano a custodire il capo di ogni mamma lasciata orfana) esibivano il nome del personale e tanto amato desaparecido. Rimembrarne ogni singolo nome, illuminandone l’identità stretta al collo di ogni donna in lotta, era un po’ come farne rivivere la presenza costante, in una ricerca, mai sazia, di verità e riscatto. Con il tempo, e sulla scorta di un mondo che iniziava a interrogarsi sulla sorte crudele spettata a vittime innocenti, il fazzoletto delle madri di Plaza de Mayo ha rinunciato a farsi portavoce di un singolo nome per abbracciare la trama di una rivendicazione dell’amore e della libertà in veste collettiva. Come ricorda Rebecca Solnit, in un saggio memorabile riguardo l’effettiva autodeterminazione delle donne:

«La maternità e la rispettabilità diventarono l’armatura, il costume indossato da queste donne per attaccare in un caso i generali, e nell’altro, un programma di armamento nucleare e la guerra stessa».14

I giovani di ogni angolo del mondo, che oggi manifestano credendo fermamente nella potenzialità di un orizzonte più libero e giusto, «dovranno sempre un sogno» alle dolci e tenaci Abuelas de la Plaza, che sul precipizio della fine non abbandonarono la terra su cui sorgeva il centro del potere e, assieme ad esso, la lotta per un decisivo cambiamento.





Photo Credits
Giancarlo Ceraudo, scatti tratti dal volume
Destino Final (2017)


  1. Erri De Luca, Come il viandante di Kafka, in: «il manifesto», 19 maggio 1998. ↩︎
  2. Michael Palumbo, Le atrocità di Mussolini. I crimini di guerra rimossi dall’Italia fascista, Alegre edizioni, Roma 2024, p.17 ↩︎
  3. Ivi, p.78.  ↩︎
  4. Ivi, p.158.  ↩︎
  5. La ricerca certosina di giornalisti e studiosi come Horacio Verbitsky ha messo chiaramente in luce quello che fu il ruolo di parte delle gerarchie ecclesiastiche nella “guerra sporca” del regime militare argentino. ↩︎
  6. Helena Savoldelli, Com’era possibile che in questo luogo nascessero bambini? La Buenos Aires dei desaparecidos e l’Argentina di domani, in: «Gariwo Mag», 28 settembre 2023.  ↩︎
  7. Si prenda in considerazione Casarrubea G., Cereghino M.J., Tango connection. L’oro nazifascista, l’America Latina e la guerra al comunismo in Italia. 1943-1947, Bompiani, Milano 2007.  ↩︎
  8. Rodolfo Graziani, Cirenaica pacificata, Mondadori, Milano 1932, in Michael Palumbo, op.cit., p. 79. ↩︎
  9. Matteo Suanno, Giancarlo Ceraudo, L’ultimo volo dell’aereo che inghiottì le madri dei desaparecidos in Argentina, in: «LifeGate», 21 luglio 2023.  ↩︎
  10. Ibidem. ↩︎
  11. Daniela Padoan, Le pazze. Un incontro con le Madri di Plaza de Mayo, Bompiani, Milano 2006, p.198.  ↩︎
  12. Collettivo A/TRAVERSO, Alice e il diavolo, Shake, 2002, in Balestrini, N., D’Amico, T., Ci abbiamo provato. Parole e immagini del Settantasette, Bompiani, Milano 2017, p. 26. ↩︎
  13. Daniela Padoan, Le pazze, op.cit., p. 235.  ↩︎
  14. Rebecca Solnit, Gli uomini mi spiegano le cose, Ponte alle Grazie, Milano 2017, p.77. ↩︎
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