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Maria Teresa Carbone e l’indagine sullo scrivere e sul fotografare



Per leggere Che ci faccio qui – Scrittrici e scrittori nell’era della postfotografia (Italo Svevo, 2022), a cura di Maria Teresa Carbone, bisogna separare le pagine con un tagliacarte: è un’edizione raffinata, stampa perfetta su carta meravigliosa al tatto, riproduzioni fotografiche di qualità. E già questa pratica desueta si scontra con il tema ipercontemporaneo del libro, che indaga sul rapporto che sedici tra autori (Gherardo Bortolotti, Tommaso Di Dio, Giorgio Falco, Guido Mazzoni, Giulio Mozzi, Gianluca Nativo, Davide Orecchio, Francesco Pecoraro, Tommaso Pincio, Emanuele Trevi) e autrici (Emmanuela Carbé, Carmen Gallo, Helena Janeczek, Laura Pugno, Sabrina Ragucci, Alessandra Sarchi) intrattengono con la fotografia e soprattutto con Instagram, il social che accoglie le immagini che tutti e sedici postano, qualcuno con più convinzione, altri con scetticismo. Il gesto paziente del lettore, alle prese con un volume intonso, che nessuno ha ancora sfogliato e che mantiene integro il fascino del libro antico, costringe a un tempo lento di lettura e alla decisione se tagliare i fogli tutti insieme o se dischiudere la copia pagina dopo pagina. L’oggetto-libro si modifica sotto le nostre mani, si gonfia, cambia consistenza ma soprattutto reclama un’attenzione fisica, più profonda, in contrasto e in dialogo con l’astrattezza del tema affrontato. Stiamo leggendo un libro nel quale alcuni autori si interrogano sul rapporto tra la scrittura e le immagini, senza alcuna soggezione nei confronti del modernissimo social network, Instagram, che le ospita. È il primo aspetto interessante del lavoro di Maria Teresa Carbone perché capita sempre più spesso di imbattersi in libri vittime di un complesso di inferiorità: prefigurando un futuro in cui si dice che spariranno, alcuni libri che trattano dei social non li raccontano, come un romanzo o un saggio dovrebbero fare, ma cercano di riprodurli mimeticamente, procedendo a frammenti, adottando un tipo di scrittura che rifà le caption sotto ai post, usando gerghi giovanilistici, arrendendosi prima del tempo alla dittatura degli schermi e officiando un funerale del libro quanto meno prematuro. Che ci faccio qui ristabilisce le gerarchie: sono sempre i libri – di Benjamin, di Barthes, di Sontag – a rivelare cose interessanti sulle immagini, mentre le immagini continuano ad avere bisogno di essere spiegate con le didascalie. 

Carbone

Nell’introduzione in forma di auto-intervista Maria Teresa Carbone confessa la sua fascinazione per Instagram (cui ha dedicato uno studio, «sperando che un giorno o l’altro esca dal cassetto in cui è chiuso») e, guardando il suo profilo, bisogna convenire che ha un gusto preciso, anche se risulterebbe difficile definirlo “riconoscibile”: perché su questo social tutti fotografano, senza per questo – nota Carbone – definirsi fotografi (al contrario di Jack London e Giovanni Verga, che rivendicavano il loro essere scrittori e fotografi) e i milioni di scatti non fanno altro che comporre «un paesaggio in trasformazione, per molti versi alieno, da decifrare o forse da conquistare.» Ma non sembrano interessati a conquistarlo i sedici autori a cui Carbone ha posto le stesse domande sul prima/oggi, su Instagram, sulla Fotografia, sulla Scrittura. Ognuno di loro mantiene un rapporto distaccato con Instagram, tutti troppo smaliziati per dichiararsene “dipendenti”. L’altro aspetto pregnante di questo libro sta proprio nell’aver chiesto a degli scrittori se c’è una relazione tra il modo in cui fotografano e quello in cui scrivono: la stessa domanda non avrebbe potuto essere posta ad altrettanti fotografi, qui si dà per implicita la superiorità della parola sulla fotografia: se è vero che l’immagine non ha bisogno di essere tradotta, dal libro di Carbone emerge senza ombra di dubbio che chi ha gli strumenti per scrivere vince su chi ha solo occhi per guardare («Quando scrivo vedo di più», dice Sabrina Ragucci). Uno degli interventi più interessanti è proprio il suo, intitolato L’algoritmo come un luogo in cui nascondersi. «L’immagine e la scrittura non dicono la stessa cosa, nemmeno se le poni di fronte allo stesso oggetto. Qualche volta si contraddicono. Oppure, a prima vista, non sembrano coerenti. Ecco, questo leggero scarto e spaesamento nella percezione tra scrittura e immagine mi interessa molto. La fotografia è un modo di rendere il mondo visibile altrimenti.» dice Ragucci che, non a caso, è un’artista visiva che ha anche scritto un romanzo. Instagram, luogo dell’algoritmo, smette di «essere fotografia» per diventare un’espressione relazionale dove i like vengono attribuiti automaticamente, «nell’ambivalenza democratica tra essere attore e spettatore». E, a proposito del complesso d’inferiorità del libro nei confronti dello smartphone, crudelmente dice: «Qualcuno si ricorderà di quando le case editrici invece di cambiare il mondo donavano centinaia di euro in libri a influencer che apparecchiavano colazioni mattutine con finte tazze in porcellana, per vendere qualche centinaio di copie?». Continuano a farlo, allargandosi ora anche su Tik Tok. Gianluca Nativo sostiene che in entrambi i casi – quando scrive e quando fotografa – «so che sto cercando una storia». Ma quando fotografa riconosce che quell’immagine gli suggerisce una storia che «però non spetta a me raccontare, anzi, non ho nessuna intenzione di farlo. Altrimenti non l’avrei fotografata, l’avrei scritta». La mania di leggere tutto, per cui anche le foto “si leggono” e diventano linguaggio è il luogo comune da evitare («La scrittura è il contrario della fotografia», dice Emanuele Trevi) ed è rivelatore che quasi tutti gli autori intervistati considerino Instagram niente di più di un gioco, con il quale esibirsi, possibilmente con moderazione, pubblicizzare i propri libri, usandolo alla stregua di un diario. Nessuno degli interpellati si considera un fotografo, tutti invece si considerano “autori”. Il libro di Maria Teresa Carbone fotografa (se si può dire) alcuni scrittori italiani negli anni ’20 di questo secolo, alle prese con innovazioni tecnologiche ancora non perfettamente comprensibili nella loro portata innovatrice: «una comunità gregaria nel suo tempo», per usare ancora l’impietosa descrizione di Sabrina Ragucci (confermata da Gianluca Nativo: «Sono su Instagram per gregarietà, come tutti, credo»), che vive «la mediocrità dei penultimi» (Ragucci), impegnata ad assemblare archivi, dividendosi in due anime, quando scrive e quando fotografa, ma riconoscendosi più che altro quando scrive. Del resto, lo scrive Maria Teresa Carbone in esergo, citando Thomas Bernhard, «La fotografia è la più grande sciagura del ventesimo secolo».

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