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La versione di Zelda. La vita dietro la signora Fitzgerald




Che alle spalle di un grande uomo ci sia spesso una grande donna – intenta a muoversi nell’ombra e nei ritagli di tempo, possibilmente senza rubargli la scena – è considerato un luogo comune. Analogamente, può esserci una grande donna anche dietro l’ideazione di un personaggio letterario, sebbene a dargli vita non figuri lei, ma lo scrittore che ha sposato. In molte coppie artistiche prende vita un balletto fatto di apporti reciproci, e se il più delle volte l’elemento femminile tende a soccombere, quando non accetta di farlo, la quotidianità si trasforma in duello. Colpisce allora che a voler ricostruire la versione di Zelda Sayre – la brillante ragazza che sposerà il grande Francis Scott Fitzgerald – e a raccontarne in prima persona le vicissitudini, i desideri e le paure, sia un autore e non un’autrice, come forse ci si sarebbe potuti aspettare. A mostrarne le potenzialità, l’inquietudine e il tormento – ma anche l’enorme contributo all’opera del marito e scrittore, è Pier Luigi Razzano che, in La grande Zelda (Marsilio), non sovrasta neppure per un attimo la voce che vogliamo sentire. 

È un libro che azzera il grado di separazione fra fiction e non fiction: si riferisce a fatti realmente accaduti, reinterpretandoli e restituendoci l’indomabile “Zelda prima di Scott”: dai concorsi letterari vinti da ragazza, ben prima di incontrare Fitzgerald al Country Club di Montgomery, in Alabama, alla passione per la danza, inseguita e poi messa da parte per lui. Seguono le nozze, presto rimpiante – «Non avrebbe dovuto sposarmi. Sarei diventata la sua maledizione, non avrei portato nulla di buono, solo perdite di tempo e sciocchezze, vanità, capricci, vestiti, collane, balli; ero incapace di fare la moglie, in casa non riuscivo a gestire neanche la più piccola delle incombenze» – la gravidanza che la spegne e le trasforma il corpo, la nascita della piccola Scottie e il tentativo di ritrovare la se stessa di prima, il successivo aborto, l’incontro con l’aviatore Jozan, i dolori lancinanti al ventre, il primo ricovero a Parigi con la diagnosi di schizofrenia. Ma facciamo ancora un passo indietro.

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Dopo gli studi a Princeton Francis Scott Fitzgerald vuole emergere, ambisce a essere il più grande scrittore della sua generazione, così Zelda finisce col diventare a poco a poco la sua opera, e i suoi diari una preziosa bussola per orientarsi. Ma Zelda non si accontenta di essere “la signora Fitzgerald”: «odiavo che mi dicesse cosa non potevo fare», ma soprattutto «mi sentivo a disagio per la disinvoltura con cui travasava a piene mani le nostre questioni private nel romanzo camuffandole, impedendomi di agire, cambiare, ribellarmi. Gestiva tutto lui, ancora una volta». Inquieta, eclettica, imprevedibile, Zelda non è solo la musa dei romanzi firmati da Fitzgerald, ma ne è parte attiva. Scott attinge continuamente dai dialoghi, dai litigi, dai modi di fare e dai diari intimi della debuttante di Montgomery; è grazie agli schizzi disegnati da lei che riesce a dare una fisionomia a Gatsby – il personaggio che più di tutti lo renderà celebre – e anche a dargli un nome. Ma mentre lui consacra la sua vita alla scrittura senza ammettere distrazioni di sorta, Zelda, la ragazzaccia dalle idee bizzarre, flapper nei modi e nel look come quella che vediamo in copertina, finisce per sentirsi «una marionetta mossa da Scott»: «Amava molto le feste, però poi riconosceva che in lui subentrava un radicato, vecchio spirito cattolico e intransigente che gli faceva disapprovare ogni eccesso», scrive Razzano interpretando il suo pensiero. 

Ma chi è Zelda Sayre? Colei che verrà considerata una proto-femminista cresce nel classico ambiente conservatore dove «il nome di una signora dovrebbe apparire stampato e diffuso soltanto tre volte: alla sua nascita, al suo matrimonio e alla sua morte». I genitori sono disperati per i suoi comportamenti, «la ritenevano sfortunata, un’eccezione, un caso strano, una preoccupazione, uno sbaglio, un errore, un argomento di discussione, un problema da risolvere». Zelda scrive, disegna, danza. È irrequieta e sin da bambina della prudenza non sa che farsene. Ma le manie di grandezza non la portano lontano, resta invece intrappolata nei ruoli di moglie e madre, alle spalle di un uomo sempre pronto a stabilire per lei quali debbano essere le priorità. Le sue sarebbero gli allenamenti di danza, duri fino a sfiancarla, con Madame Egorova, nell’illusione di diventare prima ballerina e interpretare l’Aida al Teatro San Carlo di Napoli, la grande occasione mancata perché lui, lo scrittore visionario e moderno, in realtà la vuole a casa, e non fa che ribadirlo assumendo un atteggiamento di insopportabile paternalismo. Lei però non si rassegna a fare la madre, come invece le intima più volte, nel tentativo di richiamarla all’ordine. Quando si tratta di redarguire, di rimettere al proprio posto con «la voce dura e piena di rimproveri» l’ambizioso scrittore non è molto diverso dall’austero giudice Sayre, perché in questo gli uomini – che siano padri o mariti – si assomigliano tutti. Il loro è un sodalizio amoroso e artistico che finirà in tragedia quanto un’altra storia, quella fra il poeta Ted Hughes e Sylvia Platt, anche lei mutilata dalla maternità nel non potersi dedicare alla sua arte, anche lei scomparsa in modo tragico, suicidandosi dopo essere stata abbandonata dal marito per un’altra donna.  

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Il racconto, suddiviso per anni, si apre nel 1930 per poi procedere a ritroso negli anni culmine della loro unione. Siamo in ospedale, uno dei tanti in cui si susseguono i ricoveri e dove Zelda morirà, perché la sua mente ha già preso a vacillare, e anche nel racconto insegue pezzi di ricordi, travisa, si dispera per cose già accadute, mentre un’infermiera cerca di medicarle un eczema che le sfigura il volto. Un’altra protagonista del libro è proprio la sua mente, che va alla deriva o in fiamme, oppure vaga rabbiosa fino a perdersi. Purtroppo a Zelda Scott non sembra mostrare «la comprensione, il sostegno e la generosità che elargiva ad altri», per esempio a Ernest Hemingway, l’amico scrittore di cui lei non ha stima. 

Quelle di Razzano sono frasi affilate, che non perdonano, e se «la dannazione è sempre a un passo, dietro l’angolo», spiace che nel racconto sia presente un buco, dal 1925 al 1930, relativo proprio agli anni immediatamente antecedenti al primo ricovero e al ritorno a Parigi (con la promessa infranta di ricominciare insieme). Viene allora da sperare che ci sia un sequel, perché se le ragioni che porteranno al crollo sono già chiare – una vita disordinata, alla continua ricerca di sanare debiti, con troppo alcool e un amore giunto alle battute finali – sarebbe interessante ascoltare cosa la condurrà fra quelle mura. Una volta finita lì Zelda si lascia andare ai ricordi, nel tentativo d’identificare il momento in cui hanno smesso di capirsi, da quando accanto a lui le sembra di scomparire, chiusa in un recinto dove la noia la divora. «Mi guardava come se avesse di fronte un rompicapo. Un enigma prodotto da lui stesso, tormentato ogni giorno dall’incapacità di risolverlo». Ricorda anche le loro folli feste alcoliche, che si rincorrono in un flusso di sbronze e litigi, dopo New York seguiranno quelle a Westport in Connecticut e a Great Neck nel Queens, poi i soggiorni a Parigi, in Riviera e a Roma, fino alla volta di Capri. «La sera di una festa si fondeva nella successiva. La mattina galleggiava, era una zattera alla deriva, un pezzo di sughero fradicio e a pelo d’acqua che cercava di non affondare procedendo lungo la sponda, e la sponda di soccorso e la terraferma erano la sera successiva, la festa in cui ci saremmo immersi». Durante una di queste partirà per sbaglio da casa loro una segnalazione ai pompieri. Gli stessi pompieri che tenteranno invano di domare le fiamme nel 1948, quando Zelda Sayre Fitzgerald perderà la vita nell’incendio all’ospedale psichiatrico di Asheville dove era ricoverata da anni.




Crediti fotografici
Immagine di copertina e nel testo tratte da Pinterest

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