Con La mia Ántonia Willa Cather riuscì a fare qualcosa di nuovo che ebbe anche – immediatamente – l’aura di un classico. Il libro uscì nel 1918 e riscosse un ottimo successo di pubblico e di critica, cosa rara per un romanzo che non aveva una trama incalzante e trovava anzi la sua forza nel lento sfiorire delle stagioni e degli anni piuttosto che nel precipitarsi degli eventi.
La storia è narrata da Jim Burden, però tratta innanzitutto di Ántonia Shimerda, la sua amica del cuore, una bambina e poi ragazza e donna immigrata dalla Boemia nel Nebraska. «La mia Antonia!» esclamava il padre, un uomo di poche parole che la lascerà presto, e il suo era un grido carico di significati anche per il lettore. Quanto a Jim, anni dopo, su un treno, nell’appendice del libro, aggiungerà quel “my” al titolo del manoscritto, che così diventerà My Ántonia, ossia il romanzo che abbiamo fra le mani.

Il libro si apre con un’epigrafe di Virgilio: Optima dies… prima fugit. I giorni migliori sono quelli che passano prima. Il narratore, Jim Burden, la trova in una pagina delle Georgiche e la lega subito all’immagine di una ragazza che gli fa visita mentre studia all’università, Lena Lingard, un personaggio che in qualche modo è la nemesi di Ántonia, perché dove l’una fallisce l’altra riesce; perché la prima sarebbe una “poco di buono” e la seconda, Ántonia, no; perché Ántonia è buona, ripete a Jim la vedova Steavens, una delle tante comparse che danno al romanzo ritmo e nerbo e voce – giacché La mia Ántonia è un romanzo fatto di persone che vogliono raccontare la loro storia.
La mia Ántonia è un libro di paesaggi e di personaggi. È anche un libro carico di silenzi, come le sterminate terre del Nebraska. Feltrinelli lo ha affidato a una delle nostre migliori traduttrici dall’inglese, Monica Pareschi, che già aveva affrontato Cime tempestose e che quindi si trova a suo agio nelle sterminate lande raccontate (raccontate più che descritte) da Willa Cather. Osando un po’, si potrebbe perfino dire che l’affetto che lega il giovane Jim alla bella e selvaggia Ántonia è accostabile proprio all’amore fra il giovane Heathcliff e la giovane Catherine, con la differenza che Jim e Ántonia non sono ossessionati dal male come l’Heathcliff adulto né di certo morti come la Catherine di Brontë.
Tuttavia Emily Brontë non era forse un’autrice estranea a Cather. Anche in La mia Ántonia compaiono dei fantasmi, quali ad esempio lo spettro del signor Shimerda, che rassicura la figlia Ántonia, o le ombre di Jim e Ántonia bambini che rincorrono il protagonista ormai adulto, Jim, in procinto di laurearsi ad Harvard, nella quarta parte, La storia della pioniera, quando scopre delle sventure di Ántonia.
«Mentre rientravo per conto mio lungo quella strada così familiare» scrive il narratore, «avevo quasi l’impressione che un bambino e una bambina mi corressero accanto, come facevano un tempo le nostre ombre, ridendo e bisbigliando tra loro nell’erba.»
L’infanzia in La mia Ántonia è davvero un paradiso perduto, come suggerisce il verso di Virgilio. I giorni migliori sono quelli “che passano prima”, i rari istanti di felicità che ci lasciamo alle spalle nel momento stesso in cui li viviamo.

Willa Cather era un’autrice molto amata da Truman Capote, e in effetti Ántonia Shimerda potrebbe essere un’antenata della Holly Golightly di Colazione da Tiffany. Entrambe le donne vengono sedotte e abbandonate, anche se soltanto una delle due conoscerà in seguito la gioia del vero amore, cioè un amore ricambiato e onesto e da ultimo una famiglia, dei figli e un marito che diano un senso alle sue fatiche. In questo La mia Ántonia è un libro molto morale.
Ántonia è un personaggio forte ed è un’immigrata; la sua è anche la storia di molti stranieri che hanno reso grande il Nord America. Come ricorda Sara Antonelli nella postfazione del libro, Willa Cather era solita ricevere delle lettere di lettori e lettrici entusiasti che avevano trovato in lei la cantrice delle loro vite nel Nebraska – nel Paese che li aveva più o meno bene accolti, o male accolti: gli Stati Uniti d’America.
Dicevamo che i paesaggi del Nebraska sono più raccontati che descritti. Di fatto in alcuni brani le terre diventano un vero e proprio personaggio, come lo scorrere del tempo che le muta. Si pensi a quando Jim va a visitare Ántonia nei luoghi in cui sono cresciuti entrambi, oppure quando, poco prima, si reca dalla vedova Steavens per avere notizie della sua amica d’infanzia. Cather scrive:
«Il susseguirsi di primavere ventose ed estati infuocate aveva ingrassato e ammorbidito quel piatto altipiano; tutto lo sforzo umano impiegato ritornava ora in lunghi, ampi segnali di fertilità. Quei cambiamenti mi parvero magnifici e armoniosi: era come assistere alla crescita di un grande uomo o di una grande idea. Riconoscevo ogni albero, ogni banco di sabbia, il profilo scabro di ogni valletta. Scoprii di ricordare la conformazione del terreno come si ricordano i lineamenti di un volto.»
Qui il paesaggio diviene letteralmente vivo, è un personaggio, fino a illuminare la pagina e quindi la storia narrata da Cather (e da Jim), senza ricorrere a impacciati stratagemmi narrativi che ne sconvolgerebbero la struttura e ne diminuirebbero la potenza, oltre a minarne la credibilità. Si potrebbero apportare altri esempi, come il brano in cui un semplice aratro piantato in lontananza diventa «un’enorme sagoma nera» contro il tramonto in fiamme, «in proporzioni eroiche, un’immagine inscritta nel sole», quasi qualcosa di irreale, di ultraterreno. Sara Antonelli commenta: «Si tratta di un effetto ottico inquietante forse dovuto alla prospettiva. Oppure di una magia stupefacente. Oppure di un simbolo della tirannia che tutto dissoda, spietatamente e senza fermarsi davanti a nulla, lasciando dietro di sé il buio e un cielo pallido». Sta al lettore – alla nostra sensibilità di lettori e di osservatori – dare un significato all’immagine.
Willa Cather dichiarò a Elizabeth Shepley Sargeant (in Willa Cather: A Memoir, 1953) che La mia Ántonia si era “scritto da solo” e soprattutto che “non aveva una trama”. La trama, che pure c’è, con tanto di suicidi e assassinii, è infatti tenuta su dal vagabondare dei personaggi, dalle storie che si raccontano a vicenda e dai paesaggi che attraversano le loro vite. In questo senso La mia Ántonia è un grande romanzo sul tempo, e di conseguenza sulla vita umana. È un romanzo che parla di noi, ovunque siamo, perché il morire del tempo e dei paesaggi che ci circondano è una costante di ogni epoca ma anche perché in Nord America, come in Italia, ci sono tuttora migliaia di persone considerate estranee che si dannano per essere felici o comunque per esistere, e che talvolta vi riescono. Willa Cather ha saputo raccontare la storia di una di loro, e quindi di tutte le altre.
In copertina: Portrait of Willa Cather, circa 1926. New York Times Co. / Getty Images