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La mappa del sogno infinito. La Valle di Ognidove di Davide Sapienza



Il santo patrono del moderno romance (il romanzo epico d’avventura), Robert Louis Stevenson, racconta che l’idea per scrivere il suo capolavoro, L’isola del tesoro, gli venne dopo che per gioco aveva disegnato per un bambino la mappa di un’isola immaginaria. «Com’è possibile raccontare una storia senza partire da una mappa?» commenta Stevenson.
Un altro straordinario veggente, veggente proprio perché cieco, l’argentino Jorge Luis Borges (si noti lo strano ricorrere del secondo nome), in un racconto narra di un uomo che vive in un deserto e che passa tutta la sua vita a disegnare sulla sabbia la carta geografica del mondo. Nella porzione di mondo più vicina all’uomo, quella che lui ha conosciuto personalmente, questa carta geografica è fatta di ricordi, osservazioni, insomma di qualcosa che è o pretende di essere realtà; a mano a mano che l’immaginazione dell’uomo si allontana dalla sua esperienza e comincia a raffigurare terre lontane, i suoi sogni e le sue fantasie prendono il sopravvento. Poco prima di morire, l’uomo si rende conto che la carta geografica che ha disegnato altro non è che il ritratto del suo stesso volto.

Devo continuare? L’ultimo romanzo del più disturbante scrittore europeo vivente, Michel Houellebecq, si intitola La carta e il territorio. Il protagonista, Jed Martin,è un artista che ottiene i primi successi fotografando le carte Michelin. Houellebecq, attraverso il suo personaggio, si interroga sul rapporto fra la mappa e ciò che essa vuole rappresentare. Fotografandola, Jed assegna la mappa al regno dell’immaginazione, ribalta il suo rapporto con il territorio. Ci ricorda che ogni mappa è soggettiva, è il nostro personale modo di sognare quel certo territorio.
Per questo, aggiungo io, spesso abbiamo difficoltà a leggere le carte geografiche; e il nostro sentimento dominante, quando confrontiamo quelle linee e quei colori con il mondo così come lo conosciamo noi, è una certa sorpresa, quasi un’incredulità. Ci sembra di non riconoscerlo davvero, quel mondo, perché in quel momento stiamo spiando il sogno di un altro, non il nostro.
In questo libro che non assomiglia a nessun altro, Davide S. Sapienza disegna la mappa di un territorio che vuole essere immaginario fin da subito, dal nome stesso che gli viene dato: la Valle di Ognidove. Attenzione, però: immaginario non vuol dire arbitrario! L’immaginazione di un artista è rigorosissima. Uno scrittore vero, e Davide lo è, va incontro a un’esperienza inevitabile, che molti hanno descritto: non è lui a decidere cosa deve diventare parola e racconto. Lo scrittore è più piccolo delle storie che racconta; è il servo della storia e della pagina, il servo di due padrone sensuali ed esigenti. È condannato a una fedeltà assoluta verso ciò che la storia stessa gli detta di sé.

Valle Ognidove

Davide è d’altronde una personalità insolita nel panorama letterario italiano, dominato da intellettuali insigni le cui figure ci appaiono un po’ grigie, quasi sfuocate. Lui è invece anche biograficamente un avventuriero del mondo, innamorato delle regioni estreme del Grande Nord, della montagna, dell’immersione vissuta e non soltanto immaginata nella natura. Non a caso grande traduttore di Jack London, in questo libro rinuncia a raccontare una storia dalla trama unica e ordinata. Muove invece il suo misterioso protagonista, Ishmael, fra scenari cangianti nel tempo e nello spazio, mescolando audacemente suggestioni e visioni che toccano Gesù di Nazareth e i Pink Floyd, il lessico degli Inuit e i grandi spazi che trovano la loro sintesi simbolica proprio nel mito della Valle di Ognidove, partenza e approdo di un viaggio iniziatico che non ha niente di metafisico e astratto, ma che porta il lettore a contatto con la materia viva del legno, della pietra, dell’acqua.
I testi si sono raccolti nel tempo intorno a questa idea fortissima, eppure il romanzo nel suo insieme non dà mai una sensazione di casualità. In un certo senso, tutte le pagine di questo diario di un’esplorazione infinita sono state aggiunte, anche la prima che Sapienza ha scritto; ma di nessuna, leggendo, possiamo pensare: Questa pagina poteva anche non esserci.

Quando alla fine Davide invita i lettori a unirsi a lui nel costruire insieme questo immenso regno dell’Ognidove, l’invito non è fittizio come succede sempre quando in un romanzo l’autore finge di interloquire con chi legge, e mette in scena un falso dialogo in cui a parlare è solo lui. C’è davvero in Rete un diario collettivo, in cui Davide si è riservato il ruolo umile e decisivo del padrone di casa, o se preferite della guida. Anche questi testi, che proseguono il libro oltre il libro stesso, hanno nel loro insieme lo stesso carattere di necessità, di urgenza, di insostituibilità.
E nello scambio incessante fra reale e virtuale, fra mondo e sogno, questa Rete è diventata una rete di rapporti, di esplorazioni reali – fatta di incontri, di nomi e volti, di esperienze condivise e strade percorse insieme – dell’Ognidove da scoprire anche vicino a noi.
La mappa continuamente ridisegnata di un sogno infinito, che come tutti i sogni – ci insegna Freud, quest’altro grande esploratore – è fatto di realtà. È preciso e mai mistificatorio: come gli angoli e le anse del mondo, come le pagine di questo libro.

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