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La grande avventura di Gianni Celati. Un ritratto prismatico



Proseguono spediti gli studi su Gianni Celati, testimoniando sempre più la ricchezza e molteplicità dell’opera, affiancati dalle pubblicazioni di quanto ne è rimasto inedito: riguardo a ciò va ricordata la fatica dei curatori di Il transito mite delle parole. Conversazioni e interviste 1974-2014, raccolta di tutte le conversazioni dello scrittore in un volume curato da Marco Belpoliti e Anna Stefi per l’editore Quodlibet, uscito nel gennaio 2023 per ricordarlo a un anno dalla scomparsa.

In un’ottica diversa, di rimessa a fuoco critica di alcuni aspetti del lavoro di Celati, si posiziona il nuovo volume Prisma Celati, testi contesti e immagini curato da Eloisa Morra e Giacomo Raccis, pubblicato da Mimesis; un testo che si compone dell’apporto di più studiosi alla grande varietà del corpus celatiano, capace di proporre nuove e talvolta sorprendenti letture e analisi del laboratorio Celati, anche in virtù del fondo custodito alla biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, utilissimo per ricostruire tramite le carte personali dello scrittore i passaggi significativi degli studi coevi alle pubblicazioni. Il volume – quadripartito nelle sezioni testi, contesti, immagini e ricordi – raccoglie contributi che ne esplorano tutto l’arco artistico, partendo dagli esordi per giungere alle ultime prove narrative e documentaristiche, tracciando uno studio completo delle evoluzioni nel tempo dell’opera dello scrittore ferrarese per restituirne la stratificata varietà.

CELATI

Nello studio che apre il volume, Giacomo Micheletti – già autore di un importante libro sulla prima parte della produzione di Celati[1] – ricostruisce quanto Capriccio italiano di Edoardo Sanguineti, pubblicato nel 1963, abbia influenzato in modo decisivo la struttura e la lingua di Comiche, l’esordio celatiano del 1971, ridimensionandone in parte la portata innovativa e originale. Nonostante Celati abbia più volte, nel corso di alcune interviste, sottolineato una certa estraneità al gruppo ’63, la serrata disamina del rapporto tra Capriccio italiano e Comiche, nutrito di recensioni del giovane Celati a Sanguineti, permette a Micheletti di dissotterrare aspetti che la critica del primo Celati non aveva ancora vagliato in tutta la loro preponderanza. Micheletti – tramite lo studio dei discorsi teorici dell’avanguardia letteraria anni sessanta, poi confluiti nel caso di Sanguineti in Capriccio italiano – dimostra quanto anche Celati abbia, nell’ideazione di Comiche, messo in atto due delle riflessioni più discusse del periodo: da una parte l’interesse per una nuova lingua modellata sul linguaggio del sogno, «una sperimentazione attuata (secondo celebre autodiagnosi di Sanguineti) per mezzo di un lessico francamente regressivo, di un sottoparlato oniroide che si articola entro un registro deliberatamente depauperato e ristretto, in una sintassi sbalordita e deficiente»[2]; dall’altra l’esplosione dello spazio-tempo canonico in favore di un tempo confuso e non più lineare. Sanguineti – tra i primi a inizio anni Sessanta a tentare nuove strade che differissero dal romanzo di impianto realista – poneva al centro della sua sperimentazione letteraria il recupero di una dimensione mitica e fiabesca del racconto, da ottenere attraverso l’utilizzo del sogno, inteso in prima istanza come mezzo per arrivare a una lingua nuova. Aspetti che il giovane Celati non manca di meditare prima e recensire poi, e che diventeranno – assieme alla mitologia delle carte del malato internato a Pesaro e alla voglia di scrivere come lui – il riferimento primo del personaggio dello “stupefatto deficiente” Otero Aloysio – il perseguitato protagonista di Comiche. Sarà solo qualche decennio più tardi, in occasione della pubblicazione in Narratori delle riserve di un testo di Rossana Campo, che Celati parlerà esplicitamente di quanto Capriccio italiano di Sanguineti lo abbia orientato durante gli anni Settanta, e di quanto la sperimentazione sanguinettiana sia stata una nuova ed originale modalità espressiva capace, secondo Celati, di proporre «un vero scatenamento immaginativo che apre la scrittura a possibilità fabulatorie in disuso nella narrativa ufficiale»[3].

È noto che Comiche, dopo essere andato in stampa con la nota di Calvino e adattato con tagli e suture da Einaudi, avesse finito per amareggiare Celati, tanto da non includerlo neppure in Parlamenti buffi, antologia di Feltrinelli del 1989 contenente i successivi La banda dei sospiri, Le avventure di Guizzardi e Lunario del paradiso, tutti testi con più di un punto di contatto con il suo esordio. A chiusura di questa prima fase della narrativa di Celati, della quale il personaggio cardine è nelle esatte parole di Marco Belpoliti «l’eterno adolescente…  che si scontra, armato solo del proprio inconsapevole carattere, contro l’intera società e sperimenta le separazioni che esistono tra gli uomini»[4] è legato anche l’originale studio di Giacomo Raccis sulla possibile influenza di Il giovane Holden di Salinger – antesignano della letteratura giovanile – nel Lunario celatiano.

Raccis – dopo aver ricostruito la ricezione del romanzo in Italia – ne sonda differenze e somiglianze, dimostrando quanto Lunario rechi tracce, consapevoli o no (il romanzo era nella biblioteca di Celati in lingua originale), di un certo holdenismo. Le analogie tra i due romanzi sono evidenti: tanto Holden quanto Ciofanni raccontano a ritroso la loro storia, benché Ciofanni lo faccia a una distanza temporale di diciassette anni. Entrambi ricorrono soprattutto a una lingua nuova, modellata sull’oralità del parlato e dello slang giovanile, che sarà d’esempio in Italia a vari epigoni (Palandri, Tondelli), aprendo la strada alla narrativa degli anni Novanta e al romanzo giovanile. Ma la sostanziale somiglianza risiede nel contenuto: ambedue raccontano la storia di un’avventura fuori dalla vita ordinaria, quella dell’essere kicked off somewhere, ovvero gettati nella strada e lì in balia degli avvenimenti più o meno rocamboleschi che sono costretti – spesso loro malgrado – a vivere. C’è forse una nota di amarezza e risentimento maggiore in Holden, e una sfumatura fiabesca e avventurosa più evidente in Ciofanni: Celati sembra accordare le sue vicende biografiche agli schemi della fiaba in certi passaggi, costruendo una narrazione in dialogo con Pinocchio, esempio che ha sempre tenuto presente nella costruzione dei personaggi dei suoi primi libri, come archetipo sofferente nelle proprie avventure, fuori dalla famiglia, destinato a cadere nell’errore. Lo studio di Raccis si conclude sullo scarto tra i due finali dei romanzi: Holden finisce per tornare in famiglia; al contrario Ciofanni – che di famiglia non parla mai, solo di un fratello che lo aiuta economicamente – finisce a scrivere la sua storia nelle case degli amici, anche quest’ultimi aiutanti materiali delle sue peregrinazioni. A partire da questa conclusione Raccis coglie nel segno: Lunario, pubblicato nel 1978, nonostante racconti una storia di fine anni cinquanta, può essere considerato il prodotto di un determinato momento storico: quello del 1977 bolognese, con il suo clima festante e iconoclasta, ricco di istanze libertarie e giovanili, con l’utopia di creare una repubblica di amici finalmente emancipata dai valori famigliari e borghesi.

La pubblicazione di Lunario del paradiso nel 1978 è stata considerata dalla critica, a ragione, come una cesura tra un primo e un secondo Celati, quello della cosiddetta trilogia padana iniziata con la pubblicazione di Narratori delle pianure nel 1985, con nel mezzo un silenzio di sette anni. Anni di cambiamento di luoghi e prospettive: Celati lascia l’università, polemizza con il suo orientamento accademico iper-intellettuale precedente (gli anni della corrispondenza e del tentativo di fondare una rivista con Calvino che a ragione lo definirà un «vulcano di idee»), il trasferimento in pianta stabile fuori dall’Italia e più tardi il lavoro sul mondo esterno grazie alla collaborazione con Ghirri; tutti eventi che muteranno profondamente il suo approccio alla letteratura e che invero segnano il passaggio tra un prima e un dopo. Alcuni riferimenti spariscono e di nuovi iniziano a fare capolino, da sperimentatore qual è e quale resterà per tutto l’arco della sua vita. La riprova di tutto ciò viene data da Cecilia Monina in Studi, riserve, almanacchi: il laboratorio Celati e la stampa periodica, la quale ridimensiona la portata del cosiddetto blackout, concentrandosi sui contributi di Celati apparsi nel periodo in questione. Già dal 1980 vengono pubblicati due saggi sulla parola letteraria e la musica jazz, nell’84 una prima stesura di Scomparsa di un uomo lodevole su Nuovi argomenti poi pubblicato in Quattro novelle sulle apparenze da Feltrinelli nel 1984; sempre nello stesso anno Dagli Aeroporti, novella pubblicata su Alfabeta che confluirà in Narratori delle pianure e, ancora più importante e decisiva per gli anni a venire, la partecipazione e poi la pubblicazione di un testo sul celebre libro fotografico Viaggio in Italia, momento seminale per lo sviluppo di molte delle idee successive. In questo modo il periodo di presunta inattività verrebbe ridotto quasi a zero: Celati poneva le fondamenta del successivo discorso teorico che avrebbe strutturato le opere là da venire degli anni Ottanta, a riprova di quanto il suo laboratorio non avesse mai smesso di cercare possibilità alternative di lettura del mondo.

L’inestricabile intreccio fatto di studio, riflessione teorica e scrittura creativa è stato sempre una costante del lavoro di Celati, e ha ragione Cecilia Monina nel sottolinearne l’importanza e porre in rilievo quanto questo sia una delle cifre fondamentali per leggerne e studiarne l’intero percorso. Quanto questo sia fondamentale è testimoniato anche in Straniamento, esilio, scrittura: Gianni Celati e Jonathan Swift, nel quale Michele Maiolani dà conto del lungo dialogo che lo scrittore ha intrattenuto nel corso del tempo con l’opera dello scrittore irlandese, autentica figura guida di tutto il secondo periodo della produzione celatiana. Nella prima parte dello studio Maiolani offre una genealogia della lettura di Swift da parte di Celati: l’incontro con l’autore irlandese rimonta ai lontani anni Sessanta e da lì in poi resterà costante. I libri scritti negli anni Ottanta come Narratori delle pianure, Verso la foce, Avventure in Africa e ancora in modo più manifesto Fata Morgana hanno in comune, secondo Maiolani, un aspetto fondamentale per tutta la scrittura di Celati di questi anni: sono narrazioni condannate all’estraneità di chi narra rispetto al luogo e al mondo in cui si muove. L’essere estranei – e stranieri, secondo le vicende biografiche di Celati – permette di ri-osservare il mondo circostante, il fuori di noi, da una nuova prospettiva, facendo piazza pulita di tutto ciò che consideriamo già conosciuto e usuale; al pari di un Gulliver, alieno che atterrato su un pianeta sconosciuto ne descrive ogni aspetto. Questa tecnica di straniamento – meditata da Swift e da contingenze biografiche – insieme alla conoscenza malinconicaindotta dall’essere stranieri è la base teorica del processo di scrittura, nel quale, come in esergo in Verso la foce, è necessario liberarsi dei codici familiari per poter osservare – e raccontare – nuovamente il mondo. Ed è, a ben guardare, il riferimento che tiene insieme tutta la trilogia padana, tanto da farlo diventare lo strumento di conoscenza della realtà d’elezione in tutta la seconda fase della sua opera. Allo stesso modo straniamento e smarrimento vengono affrontati, insieme all’alienazione di un spazio postmoderno, da Bocchi nel suo studio L’incontro con il luogo sulla trilogia padana (Verso la foce, Narratori delle pianure, Quattro novelle sulle apparenze); facendo il paio con quello condotto da Marina Spunta che utilizza la teoria dell’alienazione e della risonanza del filosofo Harmut Rosa per leggere sia lo smarrimento di fronte ai luoghi della trilogia, sia la possibile comunione affettiva e il percepirsi all’interno degli stessi in termini di ritrovata armonia, o riscoperta e stupore.

Gli studiosi colgono le implicazioni più importanti del Celati degli anni Ottanta, e si soffermano con grande precisione su presunti maestri e costruzioni teoriche che fondano la nuova visione del mondo dello scrittore ferrarese, ben lontana dai libri d’esordio. È superfluo notare quanto la seconda parte della narrativa di Celati debba all’incontro con Ghirri nel 1984, Celati affermerà infatti – con la sua usuale vis polemica – quanto la visione dei fotografi sia stata un modo di ripulire lo sguardo da tutte le interiorizzazioni dell’io tipiche di certi letterati. Questo cambio di paradigma, definito da Andrea Cortellessa come la scoperta di un nuovo «spazio delle visioni quotidiane» in grado di diventare «un vero ultraspazio per lo più sconosciuto», che va dall’individuo al mondo esterno, è un campo di riflessione che non si esaurisce nella narrativa ma dà il via anche al successivo impegno come regista. I documentari di Celati hanno riferimenti teorici comuni alla scrittura, benché si sostanzino anche di altre riflessioni che Celati, da grande appassionato di cinema qual è, unisce, creando effetti nuovi e originali. In A spasso con Deleuze, Gabriele Gimmelli, già autore di uno studio su Celati e il cinema[5], dimostra quanto il filosofo francese, e in particolar modo il dittico anni Ottanta L’immagine movimento e L’immagine tempo, siano stati per Celati un fondamentale corpus di studio sul mezzo cinematografico e sulle modalità con cui affacciarsi alla costruzione di un film. Nel suo studio Gimmelli riporta le tappe di questo apprendistato e quanto a partire dal saggio Sul cinema italiano del dopoguerra mezzo secolo dopo, pubblicato in occasione del cofanetto Fandango nel 2011 che contiene Strada provinciale delle anime, Il mondo di Luigi Ghirri e Visioni di case che crollano, Celati, ricostruendo la rivoluzione neorealista, indirettamente faccia emergere i suoi riferimenti: un cinema di attese, di lavorio dell’osservazione, del pensiero che immagina, nel quale la trama non è più fondamentale; riprendendo le riflessioni di Deleuze sulla modernità cinematografica. In questo modo Celati individua una tendenza della storia del cinema adatta al suo modo di essere e vicina al suo sentire: quella che si sbarazza dell’azione e della trama per far emergere i momenti vuoti e osservativi dove il tempo scorre e le pause permettono a chi guarda nuove aperture immaginative, alla ricerca appunto di un ultraspazio quotidiano. Il lettore che conosce le opere di narrativa troverà con facilità le consonanze del caso.

Chiudono il volume i ricordi di Nunzia Palmieri ed Enrico Palandri, amici di lunga data di Celati. La studiosa, a partire da una fotografia del Celati bambino assieme alla madre e al fratello più grande, racconta la famiglia dello scrittore, facendo emergere le consonanze tra l’infanzia vissuta e la sua – spesso comica – trasposizione romanzesca. Le storie del fratello maggiore Gabriele aspirante scrittore, del padre Capo Barbarossa iroso e fantasioso, della madre dolce e gentile, rassomigliano alle figure tenere e talvolta bizzose tanto di La banda dei sospiri quanto dei più tardi Costumi degli italiani, scritti in età più avanzata alla luce dei ricordi. Diversamente Palandri racconta delle due tendenze che sostanziano l’opera dell’amico: da una parte una grande passione per la letteratura, intesa come avventura del personaggio romanzesco, uno spazio interno fatto di immaginazione e pratica della scrittura, riconducibile ai suoi primi libri e ai suoi studi sul romanzo; dall’altra un’apertura nuova e rivoluzionaria – da Narratori delle pianure in poi – verso l’esterno, verso gli altri, abolendo il personaggio centrale, in cui ci sia la ricerca non delle grandi vite romanzesche e romantiche ma, al contrario, la ricerca di narrazioni che circolano nell’aria, comuni a tutti gli uomini in virtù del loro essere «animali fantasticanti». Un tentativo di costruire racconti che non premino più il lettore lusingandolo della sua intelligenza, ma lo rendano semplicemente partecipe di un flusso immaginativo nel seguire una storia, con l’idea di intendere la letteratura come un «luogo trascendentale attraverso cui gli uomini si intendono per mezzo delle immagini nella loro mente»[6]. E forse, è proprio questo cambio di rotta così in contrasto con i discorsi dei letterati di mestiere che ha alimentato il fervido dibattito tra entusiasti e detrattori della sua opera.

L’immagine del prisma ottico è quanto mai adeguata per questo testo tanto variegato, e, come scrive Eloisa Morra nell’introduzione che presenta tutti i testi degli studiosi, vuole rappresentare quanto Celati abbia sperimentato, al di là delle soluzioni di comodo, nella pratica della letteratura, o, come credeva, dello scrivere e del leggere. Tutti i saggi raccolti sono a loro modo rivelatori di uno dei tanti modi di essere della sua lunga, e, verrebbe da dire, consumata esistenza: piena di slanci, di idee, di sperimentazioni, e insomma di avventura (del pensiero specialmente). Tutti aspetti cari al suo scrivere, e dunque al suo pensare e al suo essere, attraverso i quali è possibile ripercorrere l’appassionante opera di questo autore tanto irregolare quanto in seguito giustamente riconosciuto.


In copertina Gianni Celati, Foto via Olycom (Copyright 2018 Gruppo Lapresse)


[1] G. Micheletti, Celati ’70. Regressione Fabulazione Maschere del sottosuolo, Cesati, Firenze 2021.

[2] G. Micheletti; Una specie di ipnosi su poche tonalità minime in Prisma Celati, a cura di E. Morra e G. Raccis, Mimesis, 2023.

[3] Narratori delle riserve, a cura di G. Celati, Feltrinelli, Milano, 1992 p.66.

[4] Prisma Celati, a cura di E. Morra e G. Raccis, Mimesis; anche in Riga 40. Gianni Celati, a cura di M. Belpoliti, M. Sironi, A. Stefi, Quodlibet, Macerata 2019, pp.353.

[5] Gabriele Gimmelli, Un cineasta delle riserve, Quodlibet, 2021, Macerata.

[6] Gianni Celati, a cura di Marco Belpoliti e Marco Sironi, Riga p.50, Riga 28, Marcos y Marcos, Milano.

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