Leggere Jón Kalman Stefánsson significa fare un’immersione profonda. La sua è una voce che culla e non addormenta, una voce che confabula e al contempo irretisce, riesce ad ammaliare come un incantesimo. La scrittura dell’autore islandese, edito in Italia da Iperborea e sempre magistralmente tradotto da Silvia Cosimini, ha una poesia tutta sua che si trasfonde in una melodia capace di sedurre il lettore dalla prima all’ultima pagina. Le parole di Stefánsson aboliscono i confini del tempo e dello spazio, trasportano in un altrove che è fatto di sogno e memoria e dei tanti piccoli banali dettagli che costellano la vita quotidiana, trasformati e quasi ricreati da un linguaggio sapienziale in grado di sfiorare la rivelazione. Leggendo le opere di Stefánsson si ha proprio la sensazione di sperimentare diverse epifanie, poiché si trovano frasi che paiono contenere l’Infinito. In questo suo ultimo libro Varie cose sulle sequoie e sul tempo (Iperborea, 2025) ci restituisce l’incanto intangibile dell’infanzia quando «il mondo è pieno di meraviglia e il tempo non ha ancora un nome». La voce narrante è quella di un bambino di dieci anni che vive un’estate irripetibile in compagnia dei nonni, in Norvegia, «quando tutto può succedere, oppure tutto succede». L’autore, come di consueto, si muove lungo diversi piani temporali, moltiplicando così la percezione del bambino che è stato: il risultato è un romanzo dolceamaro, tutt’altro che fiabesco, abitato in egual misura da sogni e incubi, da giochi e cadute, attese e presagi.
«Ho paura che ci sia una certa dose di morte in questo libro» scrive a un certo punto Jón Kalman Stefánsson, ma è proprio attraverso la convivenza degli estremi che proietta il suo lettore nel cuore segreto delle cose. Il vero protagonista della storia è il Tempo, «non il tempo che trasforma il mattino in sera, ma quello che si accanisce sul corpo», muoversi tra antitesi, sovrimpressioni, apparenti contraddizioni (mirabile e degna di nota «Poi la nonna diventa ragazza»), è l’unico modo per arrestare questo processo continuo di corruzione e disfacimento, ponendo un argine all’oblio – allora il ritorno all’infanzia è necessario, perché i bambini giurano di non diventare mai grandi, si fanno beffe dello scorrere degli anni, «promettiamo di non diventare mai degli adulti con la cravatta e la faccia seria». La scrittura può eludere la morte? Qual è il significato della memoria? Ne abbiamo parlato con Jón Kalman Stefánsson in questa intervista, spaziando dall’esistenza di Dio ai Beatles.

Lei si definisce «un poeta che scrive». In una precedente intervista ha detto: «Come scrittore ho spesso la sensazione di non essere io a scegliere cosa scrivere». Come capisce la storia che deve scrivere e qual è quella giusta?
A dir la verità non sono sicuro di poter rispondere chiaramente a questa domanda. Quando penso al passato a volte è difficile capire da dove arrivino le idee per le mie storie, perché spesso parto da un’idea, da una certa sensazione e poi, nel processo della scrittura, tutto cambia completamente. Le idee prendono vita proprio mentre stai scrivendo e il più delle volte, mentre scrivi, ti accorgi che ciò che pensavi all’inizio, il punto di partenza iniziale di quel che volevi raccontare, è svanito.
Il tempo nei suoi libri non segue mai un ordine preciso: ci sono diversi piani temporali che si sovrappongono, prospettive a volte in conflitto tra loro. Il tempo è disordinato, come la memoria, secondo lei?
Il tempo è un concetto interessante. Io penso sia al passato che al presente, in contemporanea, e quindi lo stesso accade nelle frasi che scrivo, i tempi verbali vengono a coincidere, si sovrappongono in un’unica impressione. Poi sta al lettore capire la separazione dei piani temporali, distinguere il passato dal presente. Io non vedo il tempo come una linea retta, ma neanche come un cerchio, ma più che altro come un concetto in costante movimento ed evoluzione, come la memoria, appunto. Credo che il nostro passato ce lo portiamo dentro continuamente, è un continente invisibile dentro di noi. E il passato alla fine ricade sempre sul presente, mentre il presente scivola costantemente nel passato.

Scrive: «Mi sono accorto che nessuno ha la fortuna di rimanere bambino tutta la vita». L’infanzia, scrive, è assenza di tempo. Pensa davvero che gli adulti siano dei «bambini morti»?
Quando ero piccolo pensavo che tra i bambini e gli adulti ci fossero migliaia di universi – e io non volevo diventare parte di questo altro universo. Poi, quando sono cresciuto, mi sono reso conto che le persone attorno a me cambiavano continuamente, tanti miei amici maschi per esempio iniziavano a parlare in modo diverso delle ragazze. Mi sono accorto che molti, crescendo, si sentivano incasellati in un determinato ruolo stabilito dalla società e questo mi rattristava. Penso sia il motivo per cui ho scritto in questo libro che gli adulti sono dei «bambini morti», perché è come se perdessero delle possibilità. Quando diciamo di una persona «si comporta in modo infantile» c’è qualcosa di dispregiativo, è come se guardassimo all’infanzia in modo negativo, ma credo invece che nell’infanzia sia racchiusa una grande libertà che poi si smarrisce crescendo. È come se si aprisse una porta dentro di noi e noi facessimo un passo all’interno.
L’infanzia è il tema centrale di questo romanzo. Raramente accade. Credo sia molto complesso scrivere da questo punto di vista, perché spesso da adulti ci si dimentica di essere stati bambini. È stato difficile mettersi nei panni di un bambino?
No, non è stato affatto difficile, anzi, in un certo senso mi ha dato una nuova voce nella scrittura. Mentre scrivi è come se le voci che senti dentro ti guidassero nel processo di scrittura. Quando ho sentito un bambino parlare dentro di me è come se fossi tornato bambino a mia volta, è stato liberatorio. È stata una voce di libertà.
I nonni sono tra i personaggi principali della storia, li ho trovati molto commoventi. In loro è racchiuso anche il significato del titolo: «Nonna e nonno. Due parole che ti sanno consolare come una religione, come le sequoie». Per cosa è tuttora grato ai suoi nonni?
I miei nonni sono gli stessi del libro e, al contempo, non lo sono. Anche perché mio nonno è morto quando io ero molto piccolo, avevo tra i tredici e i quattordici anni, mentre nel romanzo ne ho dieci. Alcuni dei ricordi sono gli stessi che ho raccontato, ma mi rendo conto che i ricordi sono strani: a volte ricordo cose che vorrei ricordare, ma che non è detto siano avvenute veramente. È una cosa che tutti tendiamo a fare perché abbiamo bisogno di farlo, la memoria a volte è una sorta di consolazione. Credo che il mio nonno reale e il nonno personaggio non coincidano perfettamente.
Nei suoi libri la musica è una costante, fa tutt’uno con la poesia. Soprattutto le canzoni dei Beatles. Che significato hanno avuto per lei?
È vero quello che racconto nel romanzo, è stata mia sorella a farmeli conoscere portandomi il primo disco da Londra. Ma io credo di aver avvertito una connessione forte con i Beatles per il fatto che erano amici. E quando sei un bambino l’amicizia è la cosa più importante; quindi il grande fascino che quei quattro ragazzi inglesi portavano con sé era quello dell’amicizia. Quando ho saputo che erano diventati “nemici”, che avrebbero sciolto il gruppo, è stato il trauma della mia infanzia. Credo fosse quello il loro significato per me: il potere dell’amicizia.

Ritorna spesso nei suoi romanzi la concezione di letteratura come “mistero”, materia oscura, quasi sacra. Ha detto che con Dio non parla mai, «ci ignoriamo totalmente». La letteratura è il suo Dio?
Io non ho ben capito chi è o cosa sia Dio. Questa è una domanda con cui mi confronto sempre: Dio esiste? Credo che la letteratura sia uno dei migliori modi per cercare di capire cosa sia Dio, perché ti dà gli strumenti per farlo. Non puoi corrompere la letteratura. E se cerchi delle risposte, se vuoi capire meglio ciò che ti circonda e ciò che accade, lo puoi fare scrivendo.
Ha detto che quando finisce un romanzo avverte quasi un’inquietudine, si sente senza casa. Cosa sta scrivendo adesso? Ha ritrovato una casa?
Ho pubblicato un nuovo romanzo l’anno scorso in Islanda e, uno o due mesi fa, è uscita anche una nuova raccolta di poesie. E ora sono nel mezzo di una nuova storia, nel processo di scrittura. Sto ancora cercando di trovare Dio. Ma no spoiler, non posso dire nulla sulla trama. Preferisco non parlare di ciò che sto scrivendo, soprattutto nelle interviste, perché è come se mi bloccasse o potesse bloccarmi.
Un’altra riflessione che attraversa le pagine di Varie cose sulle sequoie e sul tempo è quella sulla morte. Nel finale scrive: «E a quel punto la morte se ne va, per non fare più ritorno». Scrivere in fondo è questo, è un tentativo di eludere/ superare la morte?
Penso che abbia a che fare con il fatto che ho perso la mamma quando ero molto piccolo, dovevo ancora compiere sei anni. Credo che la morte di mia madre sia stato uno di quegli eventi che mi ha formato come persona, ma anche come scrittore. Quando ero bambino mi raccontavo continuamente storie nella mia testa nel tentativo di riportare mia madre in vita. E credo che questa sensazione sia entrata nel profondo dentro di me, è diventata parte del mio essere, del mio sangue, del mio respiro, sino a essere qualcosa di molto più grande del mio dolore personale. Quindi ho sempre cercato un modo per vivere all’ombra della morte e, forse, anche per capire cosa sia la morte. Penso che se ti confronti con la morte, se parli della morte, riesci a capire la vita in un modo più profondo.
Non vuole vincere il Premio Nobel, ha detto che sarebbe un intralcio. La pensa ancora così?
La cosa più importante per me è continuare a poter scrivere. Ricevere dei premi così importanti è sicuramente una cosa buona, perché più persone leggeranno i tuoi libri e quindi, se il tuo obiettivo è cambiare il mondo con la tua opera, vincere dei premi aiuta. Ma premi così importanti sono anche un impegno, ti portano a viaggiare, fanno di te un personaggio, tolgono tempo alla scrittura. Io non penso a vincere il Premio Nobel mentre scrivo, non è quello lo scopo, preferisco di gran lunga arrivare al cuore dei lettori.
Immagine di copertina: Jón Kalman Stefánsson, Kolozsi Orsolya