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Immaginare per riconoscersi. Un uomo fortunato di John Berger e Jean Mohr



«Non separa mai una malattia dalla personalità complessiva del paziente – in questo senso è l’opposto di uno specialista. Non crede nell’importanza di mantenere la propria distanza immaginativa: deve avvicinarsi abbastanza da riconoscere pienamente il paziente. Sebbene abbia circa duemila pazienti, è consapevole di come siano tutti collegati tra loro – e non solo nel senso della famiglia – sicché per lui i numeri acquistano difficilmente un’oggettività statistica. La cosa più importante è che ritiene suo dovere cercare di trattare almeno certe forme di infelicità. È molto raro che mandi un paziente all’ospedale psichiatrico, perché la considera una forma di abbandono».
Con queste parole John Berger descrive il medico di campagna John Sassall. Siamo nel 1966, quando, per tre mesi, Berger e il fotografo Jean Mohr seguono, ma forse anche inseguono, l’attività del dottor John Sassall nella foresta di Dean, in Inghilterra, documentandone a parole e a immagini gli incontri, la vita, le abitudini, cercando di afferrarne i pensieri, i dubbi, i desideri. Il risultato è Un uomo fortunato. Storia di un medico di campagna, un testo unico e prezioso, finalmente pubblicato in Italia dal Saggiatore, a cura di Maria Nadotti (la prima edizione inglese è del 1967).
Nei confronti di questo “medico di campagna” si prova immediatamente un sentimento di nostalgia: sarà che ai giorni nostri il medico di base è una figura in estinzione, come scrive Vittorio Lingiardi, nella bellissima prefazione al libro, ricordando quando «i medici di famiglia non avevano molto da offrire in termini di terapie, ma si fermavano a parlare con i pazienti. Avevano poche frecce al loro arco, ma erano più amati e rispettati dei medici di oggi». Si capisce, sin dalle prime righe, che ad essere fortunato non è solo il medico Sassall ma anche i suoi pazienti a ricevere le sue cure.

John Berger

Come tutti i libri di Berger, anche Un uomo fortunato è un libro difficilmente classificabile, libro di racconti e insieme saggio, dove la prima parte è composta di paesaggi e ritratti, e la seconda più simile a un’indagine filosofica e sociologica, in cui Berger indaga la relazione tra medico e paziente.
L’incipit del libro ci porta subito dentro la questione del paesaggio, già affrontata in più libri da Berger e non solo in qualità di critico d’arte. «I paesaggi possono essere ingannevoli. A volte si direbbe che un paesaggio non sia tanto lo scenario della vita dei suoi abitanti quanto un sipario dietro il quale hanno luogo le loro lotte, le loro conquiste e le loro disgrazie. Per chi, con gli abitanti, è dietro il sipario, i punti di riferimento non sono più solo geografici, ma anche biografici e personali».
Non è certo un caso che prima di passare al ritratto di Sassall, Berger inizi a parlare di paesaggio. Perché il paesaggio non è uno sfondo, ma una realtà composita e stratificata, che riguarda non solo ciò che è fuori di noi, ma anche ciò che è dentro di noi. Così, per capire qualcosa di Sassall e della comunità in cui opera bisogna osservare attentamente il paesaggio, calarvicisi dentro; ed ecco che nelle fotografie di Mohr, il paesaggio inizialmente quasi bucolico diventa presto scuro, sfuggente, insidioso come quella nebbia che avvolge il dottore, quando ad esempio soccorre un boscaiolo intrappolato sotto un albero. La nebbia, topos ricorrente nei libri di Berger, costituisce chiaramente un elemento simbolico; il paesaggio accompagna gli stati d’animo del dottore, si fa presagio, monito.

«Dopo cinque minuti lasciò la strada e prese a salire, nella foschia. Come spesso lassù sopra il fiume, era una foschia molto bianca, una foschia che pareva smentire ogni peso e ogni solidità. Dovette fermarsi due volte ad aprire i cancelli. Il terzo cancello era già socchiuso, perciò lo attraversò senza fermarsi. Il cancello tornò indietro e sbatté contro la parete posteriore della Land Rover. Alcune pecore, spaventate, apparvero e scomparvero nella nebbia. Per tutto il tempo tenne il pollice premuto sul clacson perché il boscaiolo lo sentisse. Passato un altro campo, vide una figura sbracciarsi dietro il manto di nebbia – come se stesse cercando di pulire un’ampia finestra appannata».

Come si diceva, tutta la prima parte del libro è costituita da piccoli racconti, in cui il dottore è all’opera: Sassall entra con discrezione nelle case per le visite a domicilio, svelando paesaggi domestici: «La stanza odorava di malattia; sotto la toletta, su cui erano in bella mostra tutte le foto di matrimonio della famiglia in cornici di pelle e una tazza del diciannovesimo secolo per bambini sui cui era inciso “Chi ha ucciso il pettirosso?”, c’era un vaso da notte smaltato pieno di urina e di sputo macchiato un po’ di sangue»; «C’era un grande letto in un angolo, con sopra qualche coperta, e altre coperte per terra. C’era anche un cassettone con sopra una sveglia e una radio a transistor. Le finestre erano invase da un’edera fitta e poiché il soffitto non era intonacato e le travi non avevano fori, la stanza sembrava ben poco geometrica e somigliava piuttosto a un nascondiglio nel bosco».
Il dottore tocca con attenzione i corpi dei malati, dialoga con i familiari dei pazienti, sceglie con cura le parole da dire; in particolare quelle di fronte alla morte. Si domanda, per esempio, quante cose avrebbe potuto dire a un uomo anziano che ha appena perso la moglie: «Ma qualunque cosa dicesse in quel momento, l’anziano uomo avrebbe continuato a dondolarsi sui piedi, finché la figlia non lo calò nella sua sedia davanti al fuoco spento».

Lentamente le foto di paesaggi lasciano il posto ai ritratti: nella prima foto in cui appare, Sassall è dentro il suo ufficio, è preso di schiena ed è sfuocato; vediamo le cartelle cliniche allineate nella scaffalatura, l’agenda piena di annotazioni e il farmaco che sta consegnando: il punctum della foto è il volto della paziente incorniciato dalla finestrella attraverso cui comunica con il dottore. Seguono alcune fotografie in movimento che ritraggono Sassal con in mano gli strumenti di lavoro accanto al lettino in cui è sdraiato un paziente.
Che tipo di uomo era il dottor Sassall? C’è una domanda che accompagna Berger mentre scrive e Mohr quando cerca di scandagliare il volto del dottore con l’obiettivo della macchina fotografica; in poche pagine vengono disposti cinque primi piani: sono gli unici su settantaquattro fotografie, ad eccezione di un ultimo al telefono diverse pagine dopo, e non è un caso che appaiano nel momento in cui Berger s’interroga sull’uomo Sassall: chi già conosce l’opera di Berger sa bene quanto la dimensione umana sia in lui fondamentale.
Leggendo apprendiamo che da bambino Sassall è stato influenzato dai libri di Conrad: «Contro la noia e l’autocompiacimento della vita borghese che si conduceva sulla terraferma in Inghilterra, Conrad proponeva l’”inimmaginabile” di cui il mare era lo strumento. […] La qualità contro la quale Conrad mette di continuo in guardia è al tempo stesso la qualità che lo attira: la qualità dell’immaginazione. È come se il mare fosse il simbolo di questa contraddizione. È sull’immaginazione che il mare esercita il suo richiamo; tuttavia, per affrontare il mare nella sua furia inimmaginabile, per rispondere alla sua sfida, l’immaginazione va abbandonata, perché porta all’autoisolamento e alla paura».

John Berger
John Berger nel suo studio negli anni Ottanta

Non sono poche le pagine in cui Berger insiste sulla qualità dell’immaginazione. Perché Berger insiste tanto su questa parola? L’aveva introdotta alcune pagine prima, riportando la conversazione tra il dottore e la sua giovane paziente tredicenne in crisi: «Non scusarti. Il fatto che tu stia piangendo vuol dire che hai immaginazione. Se non avessi immaginazione, non staresti così male. Adesso mettiti a letto e restaci anche domani».
Se inizialmente Sassall, come i protagonisti dei romanzi di Conrad, mette da parte la propria immaginazione, tutto preso dall’azione che il ruolo di medico implica, un ruolo inteso eroicamente, da protagonista, «in cui il paziente era semplificato dal grado della sua dipendenza fisica dal medico», ad un certo punto, nel momento in cui si accorge che i suoi stessi pazienti cambiavano, inizia a vedere le cose in maniera diversa. Lo svelamento avviene durante una visita, quando dopo aver parlato con il marito della paziente, le si avvicina per visitarla, accorgendosi che “lei” era un uomo.

«Cominciò a rendersi conto che doveva affrontare la sua immaginazione, perfino esplorarla […] Cominciò a rendersi conto che con l’immaginazione si doveva convivere a ogni livello: innanzitutto con la propria immaginazione – perché altrimenti la capacità di osservazione poteva esserne distorta – e poi con l’immaginazione dei pazienti».

Il nuovo modo di rapportarsi ai pazienti con l’immaginazione instaura tra Sassall e i suoi pazienti un intimo riconoscimento, un riconoscimento indispensabile per superare il senso di unicità, e dunque di isolamento, che la malattia produce, per non parlare dello stato di infelicità fortemente legato alla stessa malattia.
Alla parola riconoscimento Berger dedica diverse pagine del libro, offrendoci riflessioni più che mai attuali: il medico per riconoscere la malattia deve prima riconoscere il paziente e prima di riconoscere il paziente deve riconoscere se stesso: «Come mai Sassall è riconosciuto come un buon medico? Per le sue cure? […] No, è riconosciuto come un buon medico perché risponde alle aspettative profonde, ma non formulate, del malato di un senso di fraternità. Le riconosce».

Il dottore John Sassall cerca di mettersi in disparte, anche se non è semplice per una personalità esuberante come la sua: il protagonista non è più il medico, bensì il paziente che «deve essere trattato come una personalità complessiva». Ecco che allora nelle fotografie di Mohr il dottor Sassall viene ritratto quasi sempre di spalle, o di profilo; in alcune compaiono solo le sue mani. Per il resto Mohr si concentra a ritrarre i pazienti, nelle vesti di malati ma anche di abitanti della piccola comunità in cui vivono.
«Non c’è un solo scritto di Berger sulla fotografia, o su tutto il resto in generale, che non contenga questa relazione tra il particolare e l’essere umano come singolarità – e l’universalità – ogni uomo o donna è un universo», ha scritto Marco Belpoliti su Doppiozero (Guardare secondo John Berger). A partire dall’analisi di un singolo caso, Berger prende le mosse per riflettere sulla morte, sul tempo, sull’infelicità, perché è soprattutto nella relazione con l’altro che troviamo un antidoto al mondo frammentario in cui viviamo, e questo Berger ce lo ricorda in ogni suo libro.
C’è però un prezzo dietro la scelta di Sassall, «un passo pericoloso» come lo ha definito Lingiardi, ovvero «l’opportunità di sentire le vite degli altri al prezzo di patirne le preoccupazioni spesso intollerabili». Sassall, dice Berger, «è un uomo dotato di estremo autocontrollo. Eppure una volta, ignaro della mia presenza, l’ho visto piangere mentre si allontanava attraverso un campo dalla casa dove un giovane paziente stava morendo».
Certamente John Sassall è un uomo fortunato perché fa ciò che desidera, «persegue ciò che desidera perseguire» e però… Alla fine del libro resta una domanda: perché Sassal si è infine suicidato, come ci dice l’autore soltanto nella postfazione?




In copertina: John Sassall fotografato da Jean Mohr, 1966

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