Search
Close this search box.

Il mio Zavattini, tra i luoghi che segnano un destino



Ci sono luoghi che segnano un destino: a Luzzara Cesare Zavattini è nato e ha incatenato per sempre testa e cuore. Nascere per Za è un evento tra mito e poesia: se una mattina di marzo nell’orto Totò il buono chiama la signora Lolotta coi suoi vagiti e lei, scostando una foglia di cavolo, scopre il miracolo di questo neonato nudo, che agita le gambe, con il sole che gli brillava sui calcagni, ecco come lo scrittore ricorda e racconta il proprio momento fatidico: «Sono nato in una botte, mi concepirono in inverno una madre di diciotto anni e mio padre uno di più: venni alla luce il 20 settembre verso sera che suonavano la banda in piazza essendo l’anniversario della presa di Roma. Ma lasciamo che i miei genitori gemano fremano sbattano testa gomiti anche in quello stretto e soffocante recipiente…». Tutto si trasforma in fantasia, tra realtà e sogno, nella sua peculiare capacità di “stringersi” in poche felici parole (stricarm’ in d’na parola) dedicate a lampi di ricordi infantili: «Avevo cinque anni, correvo come un cavallo stupito… nel bosco, fuggivo come un pazzo, perché sentivo sulla faccia i fili appiccicosi delle ragnatele, tra nuvole di moscerini, con la bocca serrata per non respirarli…».

A Luzzara, luogo dell’anima, Za scappava ogni volta che lo prendeva la nostalgia del suo Po, ondivago come le correnti impetuose dei suoi pensieri, il Po che non stanca mai gli occhi di chi lo guarda. La malattia di Luzzara: la voglia di fuga si accendeva all’improvviso, ovunque si trovasse si faceva portare in macchina per sentire sul palato il sapore famigliare delle ‘cioppe’ di pane che soltanto lì avevano un gusto speciale. Una corsa nella notte, e Za tornava a casa in poche ore addormentandosi come un bambino felice nel letto cosparso di briciole. Bisogna comprendere tutto questo per conoscere e amare Zavattini, e ogni suo gesto dedicato alla “uomità”, ovvero il rispetto per l’umano, l’umanità, la passione per gli atti umani, che ha messo radici in lui – da subito – nella sua terra, gesto forte e vigoroso come una stretta di mano accompagnata dalla sonorità del dialetto («appena tocco questa mia zona natale, comincio senza accorgermene a parlare in dialetto»).

Zavattini
Cesare Zavattini negli anni Settanta

In qualche modo mio padre ebbe un presagio sul mio destino quando mi spedì al suo paese, Luzzara, a trascorrere l’estate da questo zio ingombrante, al seguito della sua famiglia numerosa, in una casa dalla grande corte. Partii controvoglia; a nove anni, fra timidezza e curiosità, ignoravo che tutto nella mia vita sarebbe cambiato nel giro di poche settimane. La mia estate selvaggia: giravo in paese a piedi nudi, come vedevo fare, salivo sui covoni di fieno ma le prime volte i bambini che imitavo mi abbandonavano lì, la bambina di città, la milanese imbranata. Imparai presto tutto, scorticandomi i polpacci, riconoscendo con terrore in lontananza le grida dei maiali sgozzati, che parevano di bambini. Andavo a Po seduta sulla canna in bicicletta, con le ragazze, la figlia Milli e la Mafalda tuttofare. Sparivano coi loro uomini, infrattandosi nel folto della boscaglia; se tentavo di spiarle mi rimandavano indietro col pretesto di recuperare pane e salame dalle biciclette. Segnavo la strada tra le betulle con sassi o rametti per non perdermi. Nuotavo nel fiume, emozionata dei nuovi odori e sapori d’acqua, senza allontanarmi dalla riva, perché Za – che non sapeva nuotare – temeva che la corrente mi portasse via.

Cominciavo a capire la vita, cominciavo a pensare. Osservavo in silenzio mio zio seduto alla scrivania di legno scuro come i corrimano sulle scale, dove mi lasciavo scivolare a cavalcioni sino alla testa di serpente scolpito, che mi faceva paura. Stava chino sulle carte e dunque era un uomo di pensiero, scriveva a mano con una grafia minuta e regolare. E sull’automobile che ci riportò a Milano, a fine estate, al volante c’era Guido Aristarco: non mi persi una parola dei lunghi discorsi sul cinema. È così che nascono i primi bagliori di coscienza, che a quell’età fanno crescere, quasi diventare adulti di colpo, osservando e ascoltando i grandi, seduta sul sedile posteriore.
Tre anni dopo iniziai a tenere un diario. Mi sono chiesta come sia potuto accadere che la mania di annotare tutto avesse attecchito in me precocemente. La diaristica tanto importante per Za, decisiva per la sua scrittura autobiografica, motore primo per toccare la verità. Non ne avevamo mai parlato. E adesso che, china sui suoi quaderni, mi spacco gli occhi per interpretare le sue parole e trascrivere ogni frase, mi affiora tutto ciò che lessi nel 1976 quando insieme preparavamo il Diario cinematografico. Oggi che meglio comprendo ogni pensiero, riconosco la sua storia di uomo e di artista, ripercorro le epoche della sua vita. Lo sento qui accanto, sprofondato nella poltrona larga di cuoio, che mi racconta ad alta voce gesticolando. Me li recita i diari, intercalando coi suoi “è vero”, e intanto si sistema il bavero della giacca, sotto ha la camicia di flanella pesante, in testa l’immancabile basco, che regalò a Gabriel García Márquez. Con quel basco Márquez volle essere seppellito, per affezione, per gratitudine: in più di un’occasione ribadì che senza gli insegnamenti di Zavattini alla scuola di cinematografia che frequentò ventenne a Roma, senza Miracolo a Milano non avrebbe mai potuto scrivere Cent’anni di solitudine.

Zavattini
Zavattini nella sua casa ai Castelli Romani, 1978

È possibile fermare per sempre il tempo lungo dell’infanzia, l’istante di una età prediletta, «così chiara, luminosa, perfetta»? Zavattini non è mai diventato vecchio: con la sua fame vorace di realtà, con la curiosità per ogni momento infinitamente ricco nella vita di ogni essere umano e «per il meraviglioso nella piccola cronaca», è riuscito a coltivare in sé il sentimento dello stupore, il solo che fa rimanere giovani. Ci vuole carattere, diceva agli studenti: «Nelle scuole non si parla molto del carattere invece il carattere è tutto. Il carattere vuol dire fondere insieme a poco a poco, fin dalla più tenera età, due o tre ingredienti come la lealtà, la coerenza, la dignità». Lo sapeva bene Za quando scrisse nel 1985 la Lettera ai bambini italiani: ha 83 anni e può candidamente confessare di avere commesso sbagli, di avere impiegato anni a capire. Incontrando i bambini nelle scuole per spiegare a tutti il significato della pace, sceglie non a caso quelli che hanno dai sei ai dieci anni, perché «siete intelligentissimi, forse più che dopo, e per istinto sapete da quale parte sta il giusto e l’ingiusto».

Quest’uomo che ha visto coi suoi occhi, durante la guerra, l’orrore, la strage degli innocenti, bambini mutilati dalle bombe in braccio alle madri, non ha mai dimenticato che ogni battaglia per la Pace si gioca sul terreno di parole semplici e pulite, umili come il vetro: giustizia, onestà, coscienza, libertà, uguaglianza, democrazia. Consapevole che, se non accompagnate da una volontà autentica di cambiamento, di rivoluzione, per alcuni intellettuali indolenti, sempre tardivi («spremetevi politici pittori poeti») restano parole vecchie, logore, più pesanti dei sassi. Una rivoluzione della parola e dell’immagine: si è giocata qui la storia dei film neorealisti, un cinema a carattere sociale e politico che in Italia non piacque né a sinistra né tantomeno a destra. Dove abbiamo fallito? si domanda Zavattini negli anni Settanta, quando, facendo un passo a ritroso, ne stila un bilancio non felice, senza comunque rinunciare a lottare per un nuovo cinema, per cinegiornali liberi della pace fatti dai giovani: «Il neorealismo è stato un momento che si è estinto lasciando insoluti i problemi e gran parte delle ipotesi di lavoro che aveva aperto… fu la rinuncia, per incapacità o per viltà, a una trasformazione culturale vera e propria».

Zavattini

Negli anni Ottanta può affermare sicuro che cinema, letteratura, pittura sono categorie consumate. E che la battaglia deve riprendere ancora una volta da una volontà educativa, «un modo di fare cultura assolutamente antitetico fin dal primo vagito del bambino», nelle case, nelle scuole, nelle piazze, da fonti di esperienza e di conoscenza completamente estranee all’ambito tradizionale.
Se la guerra è possibile sempre, se ovunque gli uomini continuano a farsi la guerra, se la guerra è vicina in ogni parte del mondo, «sono stanco di essere un artista» (Fare una poesia alla vigilia della guerra). Ha ancora senso scrivere una poesia, fare teatro, scrivere un libro? È nella negazione, nel prefisso NON (non libro, non teatro, non film) che si nasconde il vero pensiero di tutti, un pensiero comune, condiviso, controcorrente quando offre ai pazzi il coraggio di gridare ai politici le verità necessarie per cambiare il mondo (La Veritàaaa). Un pensiero di Tutti, ossessione di uno Zavattini ultraottantenne.

Sono stati i bambini, sopra tutto, a ispirare in Za persino negli ultimi anni una tenerezza infinita, un senso di protezione raro. Forse perché «dopo gli ottanta una persona comincia ad andare indietro con gli anni e diventa come i bambini». Lo testimoniano le ultime pagine del libro La Pace. Scritti di lotta contro la guerra, (edito da La nave di Teseo), gli ultimi interventi di uno Zavattini quasi vicino alla smemoratezza, fino all’ultimo appunto, Prefazione al Libro sulla pace fatto dai ragazzi del 1986 (Za se ne sarebbe andato di lì a tre anni). Convinto che niente come il sentimento della pace, il bisogno ‘ragionato’ della pace, ha mosso tanti treni e tante coscienze, gli sarebbe piaciuto che tutto continuasse a battere sulla parola Pace – lo aveva scritto agli amici di Helsinki nel 1955, non potendo ritirare di persona il Premio Internazionale della Pace – «come un gran vento, un verso, un quadro, un libro, un articolo, un discorso, un grido, una firma, il dialogo di due madri… il battito d’ali della colomba (sulla Pergamena la colomba della Pace disegnata da Picasso), l’eco fragorosa di azioni concordi…». Da allora, Zavattini, pacifista per eccellenza, non avrebbe mai abbandonato il proprio compito civile morale umanitario, il proprio impegno politico e sociale, che oggi nessun intellettuale, nessun opinionista nel mondo pare incline a perseguire con tanto accanimento.
Un giorno del 1963 a Po Za sale su una piccola barca, va a caccia di anatre con una doppietta per la prima volta, insieme agli amici luzzaresi. Spara e colpisce in pieno un mestolone: innocente e inerme, il volatile dai bellissimi colori tinge di rosso sangue la superficie del fiume. Zavattini abbassa gli occhi, mortificato: «Che brutta cosa ho fatto, Mario, non lo farò più». È un ricordo che non posso dimenticare. Ci sono davvero luoghi che segnano un destino.




In copertina: Cesare Zavattini fotografato da Gianni Berengo Gardin

categorie
menu