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Il mio secolo. Approdo a Tabacco Clan



Tra i libri che ho scritto (e che ho in mente di scrivere) ho sempre tenuto presente l’idea di raccontare il Novecento attraverso una serie di romanzi che, tappa dopo tappa, lo attraversassero dall’inizio alla fine. Credo che il Novecento cominci con la Grande Guerra (così come affermava Erich Hosbwan nel Secolo breve), perché l’Europa coinvolta nel conflitto scoppiato con l’attentato di Sarajevo ha ancora nelle orecchie le musiche delle fanfare ottocentesche e solo dopo l’immane tragedia, che fu quel conflitto, comprese di essere entrata nel Ventesimo secolo. Credo però anche che il Novecento non finisca quando termina l’età delle ideologie, cioè con la caduta del Muro di Berlino (1989) e l’implosione dell’Unione Sovietica (1990), ma a ridosso della pandemia di Covid, nel febbraio del 2020, il primo evento globale la cui origine non è novecentesca ma ha le sue radici nel terzo millennio.

Se è questo l’orizzonte in cui inizia e finisce il vecchio secolo, scrutato dal mio punto di vista – e io penso che questo sia il tracciato dell’orizzonte –, posso dire di averlo cominciato a raccontare con L’americano di Celenne (2000), romanzo che affrontava il tema dell’emigrazione negli Stati Uniti in andata e in ritorno, coprendo un arco di anni che comprendeva la fine della prima guerra mondiale, il fascismo, la sua caduta e la stagione della liberazione. Il secondo segmento di questo affresco si concentrava sull’immediato secondo dopoguerra ed è Ballo ad Agropinto (2004), romanzo che poneva al centro una comunità di sfaccendati, le cui imprese picaresche (furti, scambi di merci, arte di arrangiarsi) si estendono tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni della ricostruzione, che immettono all’emigrazione verso la Lombardia industrializzata degli anni Cinquanta. Il racconto del secolo proseguiva poi ancora con Gli anni del nostro incanto (2017), il romanzo del boom economico, il romanzo dell’Italia umile che si affaccia alla modernità tecnologica, attraversando quel territorio che sono stati gli anni Sessanta, la contestazione degli anni Settanta, il terrorismo, fino a concludersi con i mondiali di Spagna del 1982, che rappresentano il crinale oltre il quale finiscono gli “anni di piombo” e comincia la stagione della leggerezza e della “Milano da bere”. Quarta e ultima parte di questo ciclo narrativo è Tabacco Clan (2022), il romanzo di una generazione che riprende il racconto dalla Milano dei primi anni Ottanta per giungere alla svolta del passaggio di millennio e al primo ventennio del Duemila. La generazione, che è protagonista di questa storia, è nata negli anni Sessanta e ha la fortuna di incontrarsi a Milano vent’anni dopo, per ragioni di studio, rimanendo in contatto per quattro decenni in cui Milano e l’Italia attraversano il tempo del minimalismo e della leggerezza, la stagione di Mani pulite, le inquietudini e le speranze del nuovo millennio, fino alla Milano dell’Expo2015.

Il racconto del mio Novecento finisce con la generazione di Tabacco Clan, diventata testimone di trasformazioni epocali: la fine delle ideologie sancita dalla caduta del Muro di Berlino (cioè la fine della Storia, la fine delle grandi narrazioni), il passaggio dalla percezione di un tempo lungo (l’epica) alla percezione di un tempo breve (la cronaca, dunque verso un tipo di immaginario minimalista), i processi di mescidazione culturale dovuti all’immigrazione dai mondi minori, l’avvento dell’informatica e dell’era digitale. Senza accorgermene, libro dopo libro, sono partito dalla geografia meridionale e sono approdato alla pianura padana. Un po’ come ho narrato in Breve storia del mio silenzio (2019). Accompagnando il Novecento verso il suo definitivo epilogo, ho parlato di Milano, anzi più che di Milano, del quartiere di Lambrate, che è al centro di un vero e proprio sequel narrativo, dedicato al racconto della modernità, che per comodità ho battezzato “ciclo lombardo”. La Lambrate, che sta al centro degli ultimi tre romanzi, è un luogo a cui sono affezionato perché rappresenta il mio iniziale punto di approdo al tempo del trasferimento dall’Appennino lucano. Posso dire che da Lambrate ho cominciato a guardare la grande realtà urbana, i Navigli, i grattacieli, le circumvallazioni, i viali di tigli ingialliti. Ora non più, ma al tempo del mio arrivo Lambrate mi offriva la sensazione di essere una linea di confine tra una civiltà che ancora resisteva (si intuiva un pezzo di campagna tra le officine, un mondo sotterraneo pareva sonnecchiare sotto la patina del quotidiano) e un’altra che ormai prevaleva e che le dava una dimensione di sviluppo sempre più condizionante. Guardare una civiltà da un punto di periferia forse è stata la soluzione ideale per proteggermi da qualcosa che poteva travolgermi. Ma è stata anche una maniera per dichiarare a me stesso che c’erano margini di manovra, c’era spazio per avanzare, per conquistarsi un posto in quel mondo di luci.

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