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Il corpo di Dio e il corpo dell’uomo nel tempo malato di covid. Un ricordo di Giulio Giorello

Ne Il bene e il male. Dio, arte e scienza (La nave di Teseo, 2020) Giulio Giorello e Vittorio Sgarbi riflettono attraverso monologhi e dialoghi. Un intrico tra un ateo dallo spirito libertario e un clericale dallo spirito estetico.

Senso critico e libertà

Giulio nel dialogo con Vittorio cita la dichiarazione del ministro Francesco Boccia sul Corriere della Sera del 10 marzo 2020 dove «i cittadini devono mettersi totalmente nelle mani dello Stato». [il corsivo è mio] Ma mettersi totalmente nelle mani dello stato è un modo corretto di concepire il rapporto tra cittadini e istituzioni? Quel totalmente è stata una svista o rimanda a tempi di totalitarismo sempre latenti quando la ragion di stato (o della salute), la suggerisce? E se ubbidire divenisse abitudine e i cittadini sudditi? ‘Servi volontari’ è un pericolo latente, ma potrebbe aprirsi un varco quando la paura esorta a ‘credere’: allo Stato, alla Chiesa, alla scienza?
Giorello sottolinea come le argomentazioni di scienziati e politici partano da presupposti differenti, ma accomunati da un fine: il bene comune. Però la scienza non offre arroganti verità, ma modeste certezze che si valutano sempre in base al nuovo che emerge. Nuove prove, nuove ipotesi. La scienza è una guida non impositiva, ma ‘potente’ in quanto offre strumenti per falsificare ipotesi.
Però, gli ‘esperti’ pontificavano verità e Burioni, Bassetti o la Gismondo proponevano tesi differenti. Burioni era drastico. Il dubbio era un segno di debolezza. Eravamo nel marzo del 2020. In un articolo del Corriere della Sera del 17 giugno 2018 scrisse:

«La libertà è assenza di costrizione da parte altrui. Magari il mio senso di libertà sarà solo un’illusione prodotta dal mio corpo; ma è dal corpo di un altro che io non voglio essere controllato! Egoismo? No, se lo stesso diritto viene riconosciuto a tutti, con l’unico vincolo di non recare danno al prossimo.»

Giorello

Scienziati ‘troppo’ umani?

Per Sgarbi i governanti sono per lo più «succubi di due poteri forti»: quello della scienza e  dell’informazione. Ma «se almeno fosse una scienza certa […] potrebbe rassicurarci», ma proprio le diverse posizioni dei virologi indicano che «è scienza relativa, quindi non è scienza». Giulio replica che la scienza, proprio grazie al suo metodo, non è, non può e aggiungerei, non vuole essere certa. E funziona, i risultati sono evidenti: dalla biologia, alla fisica, alla medicina. Gli esperti in tempo di covid hanno espresso opinioni differenti in base a competenze specifiche. «Burioni sembra ragionare come uno scientista, che è un’altra cosa rispetto a uno scienziato», rimarca Giulio. E aggiunge: «Il mio modello per formazione personale è la fisica matematica […] ma chi è in minoranza va comunque rispettato […] È il problema […] della responsabilità, un atteggiamento che permette di far circolare le opinioni più diverse». Anch’io come Giulio penso sia opportuno offrire un ventaglio di ipotesi di fronte a un virus ignoto con la sua virulenza, soprattutto verso chi è fragile per altre patologie. Certe limitazioni erano e sono necessarie perché gli ospedali hanno limiti di capienza e personale, anche se questo è un esito di anni di tagli alla spesa sanitaria.                                                                                                         

Dialogo tra uno spirito estetico-clericale e un ateo-libertario

Vittorio, intorno a corpo e spirito, afferma: «Se devo dire la verità, credo più alla chiesa che a Dio. Perché della chiesa sono certo, di Dio no. […] Vedo le chiese, i monumenti, e ringrazio il Dio cristiano per aver espresso tanta bellezza. L’arte va oltre la scienza e oltre la fede, […] crea l’anima immortale». Questo è per me il Vittorio migliore, perché quando parla d’arte emerge lo spirito da esteta e l’amore per la bellezza. L’arte, favorita dalla Chiesa cattolico-romana, ha permesso questo, ma è anche l’istituzione che ha bruciato gli eretici e contrabbandato le indulgenze in cambio di danaro. Sgarbi, pur da scomunicato, rivendica che il crocifisso nelle scuole è importante perché Cristo è stato un grande uomo. Nessuno vorrebbe togliere il ritratto di Galileo, un altro grande uomo. A mio parere è un paragone improprio. Questi uomini sono grandi in ambiti affatto diversi. E, tra l’altro, lo Stato italiano ha una Costituzione dove si afferma che nessun credo religioso in un luogo pubblico deve essere privilegiato.
A proposito del ruolo del dubbio nella Chiesa, Giorello in La lezione di Martini. Quello che da ateo ho imparato da un cardinale (Piemme, 2013) evidenzia alcune suggestioni del pensiero del cardinale, come «lasciarsi inquietare dalle ingiustizie che sono nel mondo» e «non dare mai per scontata una soluzione, come se fosse assolutamente giusta, ma sottoporla sempre a critica». Osserva che, oltre alla libertà, è essenziale anche la responsabilità per un «libertarismo ben temperato». Giulio dichiara:

«Sono un tipo particolare di ateo cui non interessa più prevalere sulla pelle (sulla mente, sulla carne) di chi crede. Ringrazio Carlo Maria Martini per aver purificato il mio ateismo da questa tentazione. […] Martini mi ribadiva che noi tutti, credenti e non credenti, se amiamo lo sforzo di pensare (quello che una grande tradizione filosofica chiama intelletto) è alla libertà che si finisce per tornare, senza la quale non c’è né vera fede né autentica ragione.»

Ne Il bene e il male Giorello cita Umberto Galimberti: «Il Cristianesimo non nasce come cultura dell’anima, ma come cultura del corpo. […] Ne è una prova tutta la cultura medioevale, che è fortemente fisica». Giulio osserva come il corpo di Dio non abbandoni la scena. Isaac Newton lo ipotizza come «il supporto alla gravitazione universale, altrimenti la forza di gravità sarebbe inconcepibile come azione a distanza». Newton in una lettera a Richard Bentley il 25 febbraio 1693, sottolinea che:

«È inconcepibile che l’inanimata, bruta materia, senza la mediazione di qualcos’altro che non sia materiale, debba operare e influire su dell’altra materia senza contatto reciproco, come dovrebbe essere se la gravitazione, nel senso di Epicuro, fosse essenziale e inerente a essa. […] la gravità innata […] in modo tale che un corpo possa agire su un altro a distanza attraverso un vuoto, senza la mediazione di nient’altro, […] è per me un’assurdità.»

La materia ‘in sé’ non può avere una forza intrinseca, come i materialisti vorrebbero, che attrae, e nel vuoto, affermò Aristotele, è impossibile il movimento. Il vuoto spaventa. Abbiamo bisogno di ‘cose’ per darci un senso. Oggi sappiamo che il vuoto è pienissimo di impalpabili particelle che si incontrano, si annichiliscono o rimangono legate per sempre nell’entanglement. L’attrazione… evoca qualcosa di emotivo, di affettuoso, perfino i corpi materiali come stelle e pianeti si attraggono!

Giorello

Il corpo dell’uomo

Ricordo Giulio negli ultimi giorni. La debolezza estrema gli impediva di muoversi. Eppure, le mani erano vive e si intrecciavano alle mie nelle ore notturne. Stare vicini non bastava, dovevamo ‘sentirci’. Notti frammentate da brevi pause di sonno. Mi svegliavo di soprassalto e gli mettevo una mano sul petto per sentire se respirava. L’angoscia era palpabile, poi le dita si intrecciavano di nuovo, erano calde. Mi implorava di non riportarlo in ospedale. Avevo attivato un’equipe medica, era stato visitato dal medico curante e gli esami del sangue erano discreti. E allora? Cosa stava succedendo? Era uscito da una decina di giorni, felice dopo due mesi di ospedale con due tamponi negativi.
Oggi sappiamo che il virus colpisce ad ampio spettro indebolendo organi deboli. E Giulio aveva avuto un infarto cinque anni prima. Però, mi chiedo: se invece di essere ricoverato dopo sei giorni lo fosse stato dopo due o tre, il corpo sarebbe stato meno debilitato? Purtroppo, si era ammalato nel periodo di massima diffusione del virus e solo alla terza telefonata l’emergenza coronavirus si era attivata. Giulio non presentava tutti i sintomi: non aveva tosse, poca febbre, ma non si alzava più dal letto per la debolezza ed ero preoccupata perché spesso non era consapevole del luogo dove si trovava. Il cervello consuma il 20% dell’energia di tutto il corpo e se l’ossigeno manca ne soffre, ma questo non rientrava nei canoni previsti. Non c’era modo di sapere quale fosse il livello di ossigeno perché la macchinetta era introvabile. E quando fu ricoverato l’ossigenazione era al 67%.
Un tassista, una volta, mi disse che Giulio non era morto di coronavirus, ma di infarto. E mi sono arrabbiata parecchio. Il cuore si era indebolito a causa del covid, ma Giulio con i farmaci che prendeva avrebbe potuto vivere ancora molti anni. Il covid fu ‘il’ responsabile della morte. Pochi giorni prima di essere ricoverato, ma con la mente ancora lucida, aveva dettato per telefono a Finazzer Flory un breve testo sulla libertà:

«Potersi muovere senza restrizioni almeno nella propria città. Era una libertà che davamo per scontata e che lo stato di necessità imposto dal coronavirus sembra che abbia drammaticamente cancellato. Un certo “senso comune” ci suggerisce che si devono accettare tanti piccoli compromessi destinati prima o poi a scomparire con il ritorno alla normalità. Ma questo tipo di discorso è capzioso e che venga da qualche politico neomarxista o da qualche bravo ricercatore in campo medico non cambia la sostanza delle cose. Ogni pur piccolo compromesso non è una rinuncia da poco. Non vogliamo né uno Stato a cui dover inchinarci né una “scienza medica” che con un colpo di spugna cancelli tutto quel dibattito di idee, metodi, soluzioni da cui nascono il prestigio e il fascino della stessa buona ricerca medica. La quale senza libertà pare destinata a ridursi a una tecnologia di controllo che inevitabilmente spegnerebbe le buone ragioni con cui i cittadini si affidano ai medici.»

Nel libro con Vittorio, Giulio riprende Baruch Spinoza che ribadiva il legame mente/corpo. Due facce della stessa medaglia. Nessun dualismo cartesiano. E, tra l’altro, «L’uomo libero non pensa a nulla meno che alla morte e la sua sapienza è meditazione non della morte, ma della vita». E questo mi ricorda che Giulio mentre era in ospedale, mi parlò di un progetto. Era ansioso di dirmelo: voleva sposarmi. Per ringraziarmi dell’affetto e perché fossimo insieme per il tempo che ci rimaneva. Ero stupita. A me bastava stare con lui, ma il suo era un atto d’amore, vero, gratuito, inaspettato e mi commossi al telefono. Avevamo pensato di sposarci a luglio, ma Giulio si sentiva sempre più stanco, così pensammo di regalarci un giorno diverso, di gioia, un matrimonio online. Io ero restia, sapevo che dovevo chiedere al medico un certificato per rischio di morte e mi terrorizzava quella parola. Poi decisi che dovevamo arrischiarci a vivere e Giulio non seppe mai cosa c’era scritto, era solo felice di questo “nuovo gioco”.
Sposarci con un cellulare incastrato nella libreria era buffo. Uno dei testimoni online era Edoardo Boncinelli, grande amico. Giulio era riuscito a fare le sue battute anche con il funzionario comunale. Quando serio e compìto ci aveva detto di stare in silenzio e rispondere alle domande con «dica lo giuro», aveva risposto, ridacchiando «Ce l’ho duro!», memorie di un soldato di leva. E lo stesso pubblico ufficiale si sforzava di non ridere. Era il Giulio di sempre.
Avere qualcuno vicino che ogni tanto alleggerisce i giorni con una battuta fa bene. Con gli anni l’affetto crebbe. Avevamo imparato a fidarci l’uno dell’altro, mostrando anche la reciproca vulnerabilità. E il vuoto della sua presenza non è facile da sopportare.

Inebriante libertà

È un titoletto ne Il bene e il male. Citando Spinoza, Giulio afferma che la libertà «consiste nell’esistere e agire per necessità della propria natura». Essere uomini che sanno vivere. Giulio non a caso mette in corsivo questa frase. Nell’appendice a Il contagio dell’algoritmo di Michele Mezza (Donzelli Editore, 2020) suggerisco alcune riflessioni. L’annotazione che Edoardo Boncinelli scrive in Di nessuna chiesa. La libertà del laico (Cortina Editore, 2020), riproposto come efficace sintesi del pensiero di Giulio Giorello, data 23 giugno e lui ci ha lasciato il 15. Edoardo scrive che «la libertà ha tanti cantori, ma pochissimi innamorati, uno di questi è certamente Giulio Giorello. […] Innamorato della libertà». Una bellissima immagine! E ci ricorda, sempre nel suo scritto, quello che suggeriva Renè Thom, matematico e filosofo, oltre che amico di Giulio: «Il nemico del vero non è il falso, bensì l’insignificante». E allora mi chiedo: questo tempo è malato solamente di coronavirus? Se il falso non è ciò che si oppone al vero, che cosa, oggi, è stato reso insignificante? La libertà, forse? E di nuovo nella Prefazione al Saggio sulla libertà di John Stuart Mill, Giorello riporta un commento di Carlo Sini: 

«Mill conduce il liberalismo alle sue conseguenze estreme e radicali, sostenendo la più ampia e completa libertà personale degli individui di fronte allo Stato. Ma l’altro aspetto originale della sua posizione è l’aver compreso per primo che una nuova e forse più grave forma di schiavitù minaccia l’individuo […], la schiavitù nei confronti della pubblica opinione».

Giulio temeva una «schiavitù delle coscienze» che possa interdire il cittadino e il suo essere un libero agente nel mondo. In Libertà (Bollati Boringhieri Editore, 2015) sottolineò come «la libertà che mi preme non è la libertà dal mondo, ma nel mondo». Di nuovo si ritorna al concreto, alla pratica, non a speculazioni, ma sull’agire nel mondo. O… sull’essere agiti. Ma siamo davvero liberi di agire? Benjamin Libet intendeva difendere il libero arbitrio, ma nello sperimentare il tempo che si percorre tra decidere un’azione ed eseguirla, si imbatté in una stranezza. Prima di pensare a ciò che si vuol fare intenzionalmente il cervello è già pronto da una manciata di millisecondi. Cioè si è predisposti a fare una certa cosa prima dell’esserne coscienti. Allora non esiste il libero arbitrio. Ci stupiamo perché diamo troppo valore all’aspetto razionale. Ma il ruolo delle emozioni, dei sentimenti, delle passioni è l’humus non razionale dentro al quale nasce il ragionamento che conduce a una scelta. Ce lo ricordano Spinoza, Damasio e Freud.
Giulio riusciva sempre a trovare aneddoti simpatici per affrontare temi complessi. Eccone uno, quello della ciabatta

«I “nuovi” realisti. Se, poniamo, uno di loro lascia in mezzo alla propria stanza una ciabatta, questa rappresenta un ostacolo per lui, o per chi lo viene a trovare, o per un cane, o per una formica: è un fatto nudo e crudo. […] Dovremmo aggiungere che: 1) per il nostro realista la ciabatta è una cosa che si mette al piede; 2) per il vicino che viene a trovarlo è il segno che i filosofi sono spesso delle persone disordinate; 3) per un cane si configura come un oggetto dotato di un odore meraviglioso; 4) per una formica sarà probabilmente un ottimo posto dove stipare provviste per l’inverno, e non fare la fine della cicala. Voglio dire che ciò che cambia è il significato dei fatti a partire dalla funzione degli oggetti. Un oggetto si definisce in un contesto d’uso; se cambia la funzione, cambia il significato.»

Ma se un oggetto si definisce in un contesto d’uso; se cambia la funzione, cambia il significato. E allora cos’è la mascherina? Se l’uso consueto quello adottato negli ospedali muta, cosa cambia nel suo significato? Protegge gli altri dal nostro essere potenziali portatori del virus e ci protegge da loro. Ci maschera. E il volto non è facilmente decifrabile. Gli altri oggi potrebbero essere pericolosi: e domani? Così ci rifugiamo in casa. Franz Kafka scrisse un racconto magistrale, La tana, sul desiderio di sicurezza, sull’ossessione dell’altro, sulla paura. Il protagonista è un po’ roditore e un po’ architetto, e dice di

«Temere il pericolo singolo, come m’insegna continuamente il confronto tra la tana sicura e la vita altrove. Si sa, una siffatta decisione sarebbe una vera pazzia, provocata soltanto dall’eccessivo soggiorno nell’assurda libertà; la tana è ancora mia, non ho che da fare un passo e sono al sicuro.»

Si può vivere nell’assurda libertà? Noi siamo animali sociali, ma possiamo essere empatici o gregari o combattivi. Riemergono fantasmi: contagio, contaminazione, corruzione… del corpo, della materia. La materia è male, l’anima, la mente, lo spirito sono bene. E tu, Giulio, avresti ridacchiato dicendo una delle tue battute preferite sull’unico spirito che ti piaceva. «Spirito e alcol!»
Per alcuni il virus sarebbe stato manipolato dai cinesi, forieri di una enigmatica cortesia che cela il desiderio di controllo globale, per altri è solo un naturale spill over, cioè un salto di specie. I virus hanno solo il genoma e perciò cercano organismi per duplicarsi. È un meccanismo antichissimo.
John Stuart Mill scrisse: ogni vincolo in quanto vincolo è male, e Giulio lo rimarcava con forza. Però oggi ci sono ‘vincoli’ molto seduttivi… Videochiamate, chat, foto. Crescono in parallelo sia il piacere della comunicazione digitale sia la dipendenza. E dopo, alla fine della pandemia, lo saremo ancora? Penso di sì. Si chiama assuefazione. Non si tratta di demonizzare il digitale, ma di essere attenti. In questo caso è bene prendere le distanze di sicurezza. E nel tempo della clausura forzata la comunicazione via web è diventata uno strumento indispensabile. Siamo tutti vincolati da Google, Facebook, Amazon. I potentati dei big data ringraziano la pandemia. Schiavi volontari? Forse.

Giorello
Baruch Spinoza

Eravamo insieme da qualche mese quando scrissi Passioni inquiete o dell’Amore (LaVita Felice, 2015) Quattro stagioni, quattro poemetti. Tu eri il protagonista dell’ultimo, un amante che appariva a Primavera. Adombran stelle al limitar dell’uscio. Stelle che scintillavano già insieme ai timori, ché sono eterni i dilemmi di un amore nascente, ma alla fine:

Riappare il firmamento/  di mille e mille stelle / che vibrano, silenti e luminose. / Vele nel blu cobalto, / come nubi di vento gonfie e piene, / che fugano e sconfinano nel tempo/ […] digradano in lunari filamenti, oltre la bruma che intesse desideri. […].

Sbozzola un chiarore piano / di astri che lucciolano, / qua e là, e pulsano / di carne senza pudore / e sogni immensi. / Riposa il petto, finalmente, quieto a sospiri d’amore, che vibrano sempre vivi, sempre inappagati, sempre in cerca di stelle.

Nella Prefazione di quel libro avevi citato un neuroscienziato che amo molto, Antonio Damasio:

«L’anima respira attraverso il corpo, e la sofferenza, che muova dalla pelle o da un’immagine mentale, avviene nella carne».

E concludevi ancora con lui:

«Forse la cosa davvero indispensabile che noi come esseri umani possiamo fare è ricordare a noi stessi e agli altri, ogni giorno la nostra complessità, fragilità, finitezza e unicità. E qui sta il difficile; non nel muovere lo spirito dal suo piedistallo sul nulla a un qualche sito, preservandone dignità e importanza, ma nel riconoscerne la vulnerabilità, le umili origini, e tuttavia continuare a fare appello alla sua guida.»

Caro Giulio, ci siamo incontrati in una primavera di sei anni fa e in primavera te ne sei andato.
Come mi manchi! Il 22 luglio le tue ceneri si sono disperse. Ti sarà accanto un filosofo che hai molto amato: Baruch Spinoza. Nel Deus sive natura scrive cheè la sostanza che si esplica nel finito dei modi. E ognuno persevera nel proprio essere con pulsioni dell’anima-mente. Solo passioni più forti possono imporsi. E la tua passione forte è sempre stata quella per la libertà. Con le tue ceneri il finito diverrà infinito in quell’Uno-Sostanza che meraviglia, e che hai cercato in tutta la tua esistenza con la mente, con la passione del cuore insieme a quelle passioni piacevolmente terrene di corpi femminili, di un buon bicchiere di whisky, di cene tra amici.
Sarai libero come sempre – per sempre.

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