01.02.2026

Il bacio della Medusa, trent’anni dopo. Intervista a Melania G. Mazzucco

Un romanzo d’esordio di rara intensità espressiva che parla ancora alla contemporaneità e, a distanza di trent’anni dalla sua pubblicazione, non sembra invecchiato d’un giorno

Un libro che attraversa il tempo. Lessi per la prima volta Il bacio della Medusa a vent’anni, nel cortile dell’università di Milano, come in preda a un rapimento. Era un libro strano, anomalo, un libro che non assomigliava a nessun altro libro, di sicuro a niente che avessi letto fino a quel momento. Al contempo letterario – perché infarcito di letteratura, di citazioni, di poesia e mito – e antiletterario, che si proponeva come romanzo antagonista, addirittura controromanzo, facendosi arditamente beffe della stessa arte del narrare attraverso un narratore onnisciente che metteva a nudo, rivelava con astuzia, i propri strumenti del mestiere. In quelle parole c’era ironia, lirismo, storia, immaginazione e una voce riconoscibilissima che chiedeva solo di essere ascoltata. Ricordo che lessi le pagine finali, fortissime, sull’orlo di uno svenimento – non mi è mai più capitato con un romanzo e credo che sia la prova di un’opera riuscita.   

Prima edizione Baldini&Castoldi, 1996

Mi sembrava di avere tra le mani un testo ribollente, magmatico. Non era il primo libro che leggevo dell’autrice, ma mi parve il suo libro più vero. Ero come ipnotizzata dalla potenza trascinante della scrittura, dalla sua forza espressiva e simbolica che, da studentessa di Lettere quale ero, riuscivo a riconoscere nelle sue più intime corrispondenze. Alcuni estratti poetici, come «Esisti. E il resto e ciò che accade» che allora mi parve un calco di Montale, mi avrebbero accompagnata alla stregua di un leitmotiv. All’interno di quelle pagine di carta pulsava un intero mondo e nelle lunghe frasi, concatenate tra loro quasi senza spazi di respiro tra i paragrafi, si avvertiva un’intensità che commuoveva. Non ci si dimentica di Norma e di Medusa, delle loro vite intrecciate e portate alla deriva dalla passione, del loro piccolo mondo antico, eppure ancora così moderno. Perché ci sono libri che restano e continuano ad appartenere a chi li legge, anche voltata l’ultima pagina.

Il bacio della Medusa, l’esordio di Melania G. Mazzucco, dopo una travagliata storia editoriale fu pubblicato da Baldini&Castoldi il 19 gennaio del 1996, lo stesso anno figurò tra i finalisti al Premio Strega: segnava l’inizio di una grande carriera letteraria, poi degnamente coronata dalla vittoria dello Strega con Vita nel 2003, ma soprattutto di un’avventura romanzesca che, a oggi, non si è ancora conclusa. È stato per me un privilegio – e un dono a mia volta elargito – poterne parlare con Melania Mazzucco in questa intervista in occasione dei trent’anni dalla pubblicazione.

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Il bacio della Medusa ha attraversato il tempo. Cosa significa per un libro compiere trent’anni? Soprattutto oggi, in un momento storico in cui i libri sembrano avere una durata di vita breve, di poche settimane, di pochi giorni addirittura. Come interpreta questo compleanno? È una sorta di consacrazione?
In fondo il tempo è il tema del romanzo stesso. E io penso che sì, in qualche maniera, Il bacio della Medusa l’ha attraversato. Se penso che sono passati trent’anni e il libro è ancora in libreria e addirittura ha dei lettori che sono nati dopo che è stato pubblicato, è qualcosa di sicuramente prezioso. È un dono. È qualcosa per cui oggi vale la pena ringraziare.

Secondo lei qual è la forza del romanzo? Forse il fatto che è riuscito a intercettare, trent’anni fa, un tema ritenuto tabù – le relazioni tra donne – che tuttavia si rivela ancora attuale.
Questa è una domanda che mi sono fatta anch’io in seguito. Quando ho scritto il romanzo – che poi forse è anche una delle ragioni per cui la storia ha preso quella direzione – io non avevo mai letto, da lettrice e anche da studiosa della letteratura italiana, una storia d’amore tra due donne. C’era stato solo un precedente, il romanzo di Fausta Cialente, Natalia, che io ho scoperto tramite una nota – nel 1929 fu censurato e ritirato dal commercio. E poi le poche figure di donne che amano donne che comparivano nella letteratura erano sempre, intanto condannate a morte, perché l’omosessuale deve morire e nella narrativa, almeno fino alla seconda metà del Novecento, è stato così. Inoltre queste relazioni venivano presentate come qualcosa di vizioso e sordido, di malato, che mi sembrava completamente incongruo con il mio modo di vedere il mondo e la letteratura stessa. Quindi la sfida era: scrivo una storia che non è mai stata scritta. E la ragazza di ventitré anni che ero all’epoca si sentiva stimolata da questa idea. Questa storia dunque doveva essere il centro del romanzo, però poi andava a intrecciare una serie di altri temi, che poi sono diventati i miei temi.

Si dice che nel primo libro di un autore siano contenuti, in forma potenziale, tutti i suoi futuri libri. Che alla fine uno scrittore scriva sempre lo stesso libro, ritornando sulle stesse ossessioni. Io ho rintracciato nel Bacio della Medusa tutti i suoi temi: la straniera, la forza creatrice, l’emigrazione, la narrazione storica, il discorso sul tempo, la violenza sui minori e la violenza domestica, le relazioni tra donne, l’arte. È d’accordo?
Sì, ecco. C’è anche l’emigrazione, perché ne Il bacio della Medusa già provavo a raccontare la storia di un popolo poverissimo che doveva vendere i propri figli. Medusa, giovanissima, parte da sola – così come pure mio nonno era partito da solo alla volta dell’America. Io già conoscevo la storia di Diamante, quindi sapevo che la storia italiana era in qualche modo legata a questo rapporto con un’infanzia negata. Poi ci sono i bambini; era la prima volta che ne scrivevo e poi ne avrei scritto moltissimo dopo. Ritorna anche il tema dell’incontro tra alterità, l’incontro con l’Altro, nello specifico tra persone che appartengono a mondi completamente differenti e tuttavia trovano un modo di amarsi – come nel caso di Norma e Medusa – ma anche di incontrarsi. Ora penso a un libro completamente diverso, come Io sono con te, che è la storia di una scrittrice e di una migrante africana che cercano il modo di raccontare un’unica storia. Tutto questo in qualche modo era già nei miei interessi di ragazza, però non potevo immaginare che sarebbe diventato il centro del mio lavoro di scrittrice. Ritorna anche il grande tema della Storia, il rapporto con la verità, con il documento – in questo romanzo ci sono tantissimi documenti reinventati da me, non ce n’è neanche uno autentico che parli di Norma e Medusa, però ci sono tantissime spigolature della cronaca dell’epoca, gli articoli di giornale, i discorsi politici, la violenza subita da una bambina (e da lì il personaggio di Peru), le perizie psichiatriche, tutti materiali su cui poi ho continuato a lavorare e anche a ragionare per trovare il giusto equilibrio tra documentazione e invenzione. Mi rendo conto che, di libro in libro, ho cercato di trovare ogni volta la chiave per sviluppare certi argomenti.

L’incipit, meraviglioso, riporta l’andamento delle precipitazioni in un giorno di ottobre del 1905. Nella voce del narratore c’era già la sua passione per le fonti e l’analisi metaletteraria?
Un giorno qualunque del passato, come posso provare a ricostruirlo? Tutto, alla fine, inizia da lì. Dunque tutti i frammenti, i detriti, della scienza, della tecnica, i materiali d’archivio, mi hanno aiutato a entrare in questo mondo. Poi, curiosamente, questo incipit meteorologico è stato considerato una citazione de L’uomo senza qualità di Musil, che in realtà io all’epoca non avevo ancora letto. Sono entrata nel mondo della meteorologia dal punto di vista simbolico, mi piaceva l’idea che mentre noi viviamo il presente non riusciamo a leggerlo, poiché non lascia una traccia, ma possiamo leggerlo soltanto nel tempo, in prospettiva. Da qui la necessità di lavorare sulle varianti, nel tentativo di trovare il filo di quel giorno qualunque, che poi è l’inizio del libro, il giorno del matrimonio di Norma e Argentero. In realtà la cosa che mi pare più significativa, dal punto di vista metaletterario e simbolico, è il fatto di aver scelto la fotografia come inizio. L’immagine che prende forma nella camera oscura è metafora dell’atto creativo stesso. Io avevo già una passione per le immagini, per il cinema, la pittura, mi piaceva proprio il procedimento tecnico della fotografia d’epoca. Non me ne ero resa conto ma era esattamente l’immagine speculare di ciò che stava accadendo a me: nella mia mente la storia stava prendendo forma. Forse non sapevo ancora le cose che volevo raccontare, ma pian piano sono emerse.

È un libro incandescente, poetico, che non somiglia a nessun altro. Le parole sono quasi un magma. Nella postfazione confessa di averlo scritto come durante una «seduta spiritica nella quale la mia vita è stata centrifugata». Come l’ha scritto? Tutto in un unico flusso?
È stata una scrittura selvaggia, è un libro selvaggio, nonostante sia forse il più colto dei miei libri, pieno di citazioni, di riferimenti al mito, di poesie, di opere d’arte. È come se nelle pagine si fosse attuata una riemersione di tutte le mie passioni letterarie. L’ho scritto in un anno, è stato proprio un procedimento di immersione totale, io ero dentro la storia. Ci sono entrata dentro, sapevo quello che sarebbe stato il nucleo pulsante ma non lo sviluppo, ovvero il modo in cui i personaggi si sarebbero incontrati, ciò che sarebbe accaduto, non l’avevo premeditato. È stato un processo molto misterioso, davvero come una seduta spiritica in cui tu chiami e lo spirito ti risponde. Non avevo neppure la certezza che sarebbe diventato un libro, mentre lo scrivevo era semplicemente una storia che stava nascendo, con una forza tellurica sua. Sì, forse magma è la parola giusta.

A un certo punto, più o meno a metà libro, si trova questa riflessione: «Poiché non tutti sono capaci di affrontare ciò che sono e non sanno, se stessi, dunque decapitare la Gorgone». Norma e Medusa invece sono questo: due donne, due eroine, che sanno affrontare se stesse?
Norma e Medusa sono i primi personaggi di cui ho scritto e che avrebbero avuto in comune con varie altre protagoniste dei miei libri – anche protagonisti maschi – il fatto di non essere ciò che avrebbero dovuto essere, nel loro tempo, nel loro genere, nel mestiere che vogliono praticare. Probabilmente l’ispirazione per le due protagoniste, come scrivo nella postfazione, è nata dalla visione delle schede delle donne internate nel manicomio di Torino, di cui esistono delle fotografie. Alcune di loro non avevano un disagio psichico, non erano malate, venivano solo punite per ciò che avevano fatto o per la loro maniera d’essere. E a me, in fondo, è sempre interessato questo: come si fa ad avere il coraggio di vivere la propria vita contro il proprio tempo, contro la propria famiglia, contro il proprio ambiente sociale? E questa domanda sarebbe tornata anche in futuro, in molte delle storie che ho raccontato. Che poi è una domanda che mi sono sempre fatta anch’io, nel senso che mi sono sempre sentita fuori posto, fuori luogo e fuori ruolo, sentendo di non essere ciò che avrei dovuto, ma ho sempre pensato, dopotutto, di essere fortunata a vivere in un’epoca in cui mi è consentito essere ciò che sono. In un altro tempo, forse, non avrei trovato la forza di resistere all’onda d’urto di una contemporaneità che ti schiaccia da un’altra parte. 

È significativo che questa nuova edizione Einaudi riporti in copertina il quadro di Giulio Aristide Sartorio La Gorgone e gli eroi, che riprende l’idea contenuta nel libro di Norma, dunque il libro nel libro. La Medusa, con questa nuova copertina, è ricondotta al suo significato originario?
Sì. Ci sono anche dei libri sulle storie delle copertine dei libri, perché si tratta di una questione delicata, però anche controversa. Si ritiene sia meglio che gli autori non mettano becco nella grafica dei libri, infatti spesso non lo fanno, perché gli editori hanno una loro veste grafica, eccetera. Però per me spesso il titolo e la copertina fanno parte del libro stesso, ne sono proprio la pelle. Quindi tutti i titoli dei libri sono sempre stati scelti da me. E da un certo momento in poi anche tutte le copertine. È successo a partire da Lei così amata, in cui avevo scelto una fotografia di Annemarie Schwarzenbach che comprai personalmente nell’archivio di Berna. La copertina originaria è una fotografia scattata a lei – anche se lei è una fotografa, ma qui diventa l’oggetto della fotografia. Si vede il suo viso dentro una macchina nera, nel deserto dell’Anatolia, ed è una fotografia anche lievemente fuori fuoco, ma si percepisce quel sentimento di solitudine, smarrimento, estraneità, diversità e mistero che mi sembrano le sue caratteristiche e anche la sua storia. Non volevo giocare troppo sulla sua bellezza o sull’immagine di sé che lei ha costruito attraverso i ritratti. Quella è stata la prima volta in cui ho potuto scegliere. E sono felice che adesso anche la Medusa abbia trovato la propria immagine.  

Pensa che oggi si potrebbe ancora esordire con un libro del genere? Quando lo ha scritto non aveva pensato al mercato editoriale di riferimento e, forse, è stato un bene.
All’epoca ero talmente lontana dall’idea che esistesse un mercato editoriale che non potevo nemmeno pormi il problema. Ero solo una lettrice appassionata, per me che un autore fosse morto duecento anni prima o vivente era del tutto indifferente. Frequentavo soprattutto le biblioteche, ancora più delle librerie, perché ero una studentessa e il potere d’acquisto di una studentessa è quasi zero. Non sapevo nulla dell’editoria ed è stata una fortuna, perché mi ha lasciato libertà nella scrittura. No, non era pronto il mercato editoriale dell’epoca e non lo sarebbe neanche adesso, perché ovviamente – come tutti i mercati – si basa sulla somiglianza, quindi sul conformismo e la standardizzazione, e questo libro era un meteorite. Sicuramente un libro simile, scritto oggi, lo sarebbe altrettanto. Però forse è solo seguendo l’unicità della nostra voce che possiamo trovare il nostro spazio. Bisogna avere l’ambizione – e forse la follia – di scrivere qualcosa che non è ancora stato letto.

Com’è stato il suo primo confronto con il mondo editoriale?
Dopo la fase di scrittura sono seguiti anni molto difficili, quando il libro è partito per il suo viaggio è iniziata un’attesa – speranzosa, all’inizio, poi via via più desolata – perché non succedeva nulla. Poi sono arrivate le prime lettere di rifiuto e questo muro appariva impenetrabile, invalicabile. Ed è stato molto difficile, perché a quel punto il libro io l’avevo scritto, era nato, sapevo che era qualcosa. Era un libro. E mi chiedevo: com’è possibile che nessuno gli dia una possibilità? Poi per fortuna trovai un lettore, Piero Gelli di Baldini&Castoldi, che se ne innamorò subito e mi chiamò. Per me è stato l’uomo della soglia. Mi dispiace che ora non sia più qui, ma sono felice che abbia potuto partecipare a tutto quello che è successo dopo. Siamo stati profondamente amici per tantissimi anni e lui è stato felice di aprire quella porta – e lo sapeva, sapeva il suo ruolo. Nutro per lui una profonda riconoscenza. E credo che per tutti noi valga questa storia: devi trovare una persona che creda in te.

Pensa che la ragazza che era allora, che scriveva «parole verdi su uno schermo grigio», avrebbe immaginato la scrittrice che sarebbe diventata?
Nell’infanzia ognuno di noi ha una visione molto netta, secondo me, di ciò che veramente è. La bambina Melania, a sei anni, vedeva la Melania che sono adesso. Però la ragazza che ha scritto il libro era lontanissima dall’immaginarlo: ero insicura, mi sentivo del tutto inadeguata, fuori posto, il mondo della letteratura non era quello che pensavo che fosse. Mi sono sentita estranea. In effetti ero un’estranea, non si sapeva dove collocarmi nella letteratura italiana del 1996. Non potevo neppure immaginare che avrei scritto altri libri. Ciò che sono diventata lo devo ai lettori e alle lettrici, questo lo dico sempre. Alla fine il libro, per una strada tortuosa e sorprendente, i suoi lettori li trovò, e questo mi ha dato forza, mi sono detta: allora c’è qualcuno che le mie storie le vuole leggere.

Ha mai avuto un lettore ideale?
Credo che ciascuno di noi come lettore ideale immagina qualcuno di simile a sé. Potevo pensare che il libro piacesse a lettori forti quali ero io, che quindi cercavano non solo una storia, ma anche una lingua e una forma, che non si accontentano di un libro preconfezionato o che rientrasse nei canoni di genere. Poi la vita mi ha sorpreso. Ho raccontato spesso che la prima lettrice vera che ho incontrato al Salone del Libro di Torino era una studentessa liceale. Negli anni ho ricevuto tantissime lettere di ragazze che crescevano solitarie e selvagge nella provincia italiana e mi scrivevano che per la prima volta avevano letto di se stesse, qualcuna di loro si è liberata attraverso questo libro e ha potuto vivere la sua identità e il suo modo di essere. Il fatto spiazzante è che Il bacio della Medusa ebbe anche molti lettori uomini, cosa che per una scrittrice non era così scontato, nel 1996 c’era ancora un forte pregiudizio verso la letteratura scritta dalle donne in Italia. Invece i primi grandi ammiratori del libro nella cultura italiana sono stati dei signori: voglio ricordare Gian Carlo Roscioni, che era professore universitario, francesista, nonché massimo esperto di Gadda. Poi Federico Zeri e Giuseppe Pontiggia, la cui stima fu importante per me. Grandi intellettuali, grandi menti, però uomini di una generazione completamente diversa dalla mia. Mi scrivevano di aver amato il libro per ragioni diverse, ma in fondo anche simili.

Il tema è molto contemporaneo. La narrazione cinematografica. Dovrebbero trarne un film o una serie, la storia si presta all’adattamento. Ci ha mai pensato? Sarebbe a favore di una trasposizione cinematografica?
Quando uscì il libro ci fu l’interessamento di vari produttori, però c’erano alcuni ostacoli insormontabili, il primo dei quali era il suo tema. Perché comunque nel 1996 era un tema piuttosto scabroso, che si poteva superare solo ammorbidendo le asperità della trama e addomesticando anche la relazione sessuale, erotica, tra le protagoniste. Quindi Medusa non poteva essere una ragazzina al momento dell’incontro. Di fronte alla proposta di queste modifiche io non mi sono sentita di continuare. Perché per me Il bacio della Medusa era quello: la storia di due giovinezze parallele, perché le età di Medusa e le età di Norma – nei loro rispettivi ambienti sociali – si corrispondono. Sono due infanzie e due adolescenze che si muovono su due tempi diversi, ma in realtà sono parallele, quindi cambiare le età delle protagoniste per me sarebbe stato sbagliato. Su alcune cose sono stata intransigente, come giustamente sono intransigenti i giovani. Dopodiché non se ne è più parlato.

La Medusa può anche essere interpretata come una metafora della scrittura. Nella postfazione scrive: «Questo, forse, è il prezzo della scrittura: incontrare se stessi e, insieme, uccidersi». È questa la sua concezione della letteratura? Non ha mai avuto paura che le parole smettessero di appartenerle?
Ovviamente anche questa è una cosa che capisci soltanto dopo, ma finché non l’avessi affrontata la mia Gorgone, la mia paura di scrivere, di denudarmi – perché quando si scrive ci si spoglia di tutto, ci si espone radicalmente nella propria più intima essenza. Finché non lo affronti, finché non sfidi questa paura, non sarai mai una scrittrice. Le parole non smettono di appartenerti, a me fa piacere che vivano una vita propria. Quello che penso che ogni scrittore e ogni scrittrice, in fondo, desidera, è che il libro esista nella vita degli altri. I libri importanti per me sono esistiti nella mia vita, perché mi hanno insegnato a capire le cose, a viverle o a sopportarle – e non tutti i libri fanno questo, solo quelli che contano veramente. Quindi anche se la persona che li legge se ne appropria in un modo diverso da come potremmo immaginare o indebito o fuorviante non importa, comunque conta il fatto che le parole vivano, ecco, questo per me è più importante del fatto che mi appartengano.


In copertina: Melania G. Mazzucco in una libreria di Torino

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