La scrittura di Fausta Cialente è come un ricamo, il binomio perfetto di sostantivo e aggettivo ne costituisce l’intelaiatura che pare cucita in maniera meticolosa con ago e filo. Dopo Un inverno freddissimo, Il vento sulla sabbia e Ballata levantina continua la pubblicazione da parte della casa editrice Nottetempo dell’opera di un’autrice cardine del nostro Novecento, vincitrice del Premio Strega nel 1976 – e troppo presto dimenticata. Di questa raccolta di racconti, Interno con figure, colpiscono le atmosfere e l’attenzione ai dettagli, tutto è cesellato e rifinito con una cura straordinaria per il particolare. Infine a rimanere impressa nella mente del lettore è proprio quella forma irresistibile di effimero che nella scrittura si protrae e diventa durevole, come il vento che si alza nella sera simile al destino, il profumo intenso e irresistibile dei fiori e la luce color miele del sole che si allarga a chiazze nel mattino prefigurando un nuovo inizio.
Sono i luoghi ad annunciare e contenere i personaggi di queste storie: che si tratti di una casa – come in Pamela o la bella estate, racconto capitale dell’intera raccolta – di un’isola, di un giardino o di una strada, ogni spazio si dilata e diviene a suo modo protagonista. I luoghi non sono soltanto luoghi, riflettono nei loro interstizi, nelle loro crepe o macchie sui muri, dei conflitti interiori, delle angosce irrisolte, delle intermittenze del cuore. Sappiamo che ritroveremo la veneziana Pamela ancora lì, nella casa polverosa sulla costa di Ramleh, mentre guarda fuori dalla finestra dissimulando la tristezza dell’esule; e ci sarà sempre la ferrovia dove giunge l’indomita Marcellina con la sua bicicletta pronta a consegnare i pacchi di contrabbando; e un eterno giardino dell’infanzia in cui occhi bambini spiano la vita adulta con un rapimento che quasi sfiora la paura.

I protagonisti di questi racconti, pubblicati per la prima volta nel 1976 da Editori Riuniti e ora proposti da Nottetempo con la curatela della studiosa Emmanuela Carbé e un ampio apparato di note, sono anziani, bambini, ma soprattutto donne. Le donne di Fausta Cialente appaiono fuori dagli schemi perché non aderiscono mai completamente al ruolo che la società impone loro e persino nei silenzi si coglie l’eco sorda di una ribellione. Interno con figure si apre con Marianna, un racconto innovativo proprio per la riformulazione del punto di vista; sembra di spiare l’intera storia attraverso il buco della serratura. La vicenda di Marianna è raccontata alla prima persona plurale da un coro di voci bambine e la protagonista appare sempre sfuggente, un po’ fata, un po’ strega, ammantata quasi da una sorta di realismo magico.
«Se un oggetto andava in frantumi, un fuoco divampava o sparivano dei quattrini, lei, Marianna, era sempre passata prima o dopo».
Fu il primo racconto scritto da Cialente, nel 1931, e venne pubblicato sulla Fiera Letteraria vincendo nello stesso anno il Premio Galante. Il finale imprevisto della storia di Marianna risente molto delle influenze letterarie (e anche cinematografiche) dell’epoca, la trasformazione della brava ragazza in ballerina di cabaret richiama, a detta di molti critici, il celebre film l’Angelo azzurro con protagonista Marlene Dietrich. La struttura originale, l’ardita calibrazione del punto di vista e il folgorante incipit «Le testimonianze di una favola non sono quasi mai possibili, soprattutto quando la favola si è svolta durante l’infanzia», però rivelavano il talento di Cialente che tra l’altro, proprio in quegli anni, si stava dedicando con passione alla scrittura del suo secondo romanzo, il più maturo e perfetto, Cortile a Cleopatra (1936). Le atmosfere levantine e palpitanti sarebbero riecheggiate anche nel celebre Pamela o la bella estate (1935), testo che tra l’altro avrebbe dato il titolo alla prima raccolta di racconti di Fausta Cialente edita nel gennaio 1962 da Feltrinelli. Il racconto narra la triste avventura di una giovane veneziana che si trasferisce in Egitto al seguito del marito Averkessian, un fotografo armeno. Cialente confessò che l’ispirazione per la storia di Pamela le venne dalla visione di una donna armena che piangeva prostrata sullo scalino d’una porta. In Pamela o la bella estate, nel sottile erotismo che pervade il racconto, possiamo cogliere le atmosfere esotiche e indiavolate di Cortile a Cleopatra e, a ben vedere, il personaggio di Pamela ha molto in comune con Marco, il protagonista del romanzo: entrambi sperimentano la condizione di esuli e vivono con difficoltà – talvolta persino con fastidio – i riti e le abitudini di un mondo nuovo del quale restano sempre sulla soglia. Tanto Pamela quanto Marco sono abitati da un’irrequietudine sotterranea che spesso assume le sembianze di «un’aria febbrile» e il loro spirito indomito crea scompiglio tutt’attorno. Un sentimento che doveva appartenere alla stessa autrice, Fausta Cialente si trasferì ad Alessandria d’Egitto negli anni Trenta al seguito del marito, il compositore e agente di cambio Enrico Terni. Proprio come Pamela, anche Fausta doveva sentirsi molto sola in quei primi anni in Egitto e la sua personaggia – che osserva un mondo nuovo e sconosciuto dalla casa messa in subaffitto – è il riflesso speculare di questa solitudine. A dividere in maniera netta la scrittrice dalla sua creatura letteraria è la condizione sociale; ma la povertà vissuta (e patita) da Pamela è sintomatica dell’attenzione che Cialente riservava alle differenze di classe, un tema costante nei suoi libri. L’umiltà delle proprie origini mantiene la giovane protagonista sulla soglia anziché al centro della scena e ciò la rende la narratrice perfetta. La donna si dibatte tra la nostalgia per la patria perduta e il desiderio di aderire a una società che non le appartiene, eppure la affascina.

Ma forse il personaggio più curioso di Interno con figure è Marcellina. Siamo in un altro scenario, muta il clima – dal caldo rovente dell’ambientazione levantina alle rassegnate nuvole basse del nord Italia – e il paesaggio riflette il nomadismo esistenziale dell’autrice che, dopo una lunga permanenza in terra egiziana durante la guerra, si trasferì a Trevisago, in provincia di Varese, nella casa di famiglia. Sarebbe stata solo una breve pausa, poi Fausta Cialente – la “scrittrice di confine” – avrebbe ripreso la propria vita apolide, trasferendosi in Kuwait con la figlia Lily e, infine in Inghilterra, dove visse i suoi ultimi anni. Dunque Marcellina, datato 1962, è il racconto che chiude la raccolta ed è interessante non solo per il nuovo paesaggio: dopo la selvatica arsura dei testi precedenti il lettore è travolto da un «cielo quasi sempre burrascoso» e si trova d’improvviso in un piccolo paese lombardo, dove c’è una ferrovia, e una ragazza sfreccia in bicicletta sotto le nuvole incombenti. Il mondo esotico, variopinto, rumoroso è ormai scomparso, ma non la sconfinata sete di libertà dei protagonisti di Cialente che in Marcellina trova forse la propria più degna esponente. Indomita contrabbandiera, è una donna che vive secondo le sue regole e non si cura della gente paesana che le mormora alle spalle: la vorrebbero sposata e accasata – o almeno con un lavoro qualsiasi «come tutte le altre ragazze», ma lei è caparbia e non si adegua. Memorabile il suo dialogo con il maresciallo che tenta invano di catturarla, ma Marcellina è una deliziosa fuorilegge che porta la primavera un po’ come la Bocca di rosa di De André, con la differenza che il suo è un mestiere di contrabbando e non meretricio. In ogni caso anche lei, come la protagonista della celebre canzone, si attira l’ira funesta delle matrone del paesino, ma sarà abile a convertirla in suo favore cogliendo il momento propizio e, a differenza di Bocca di rosa, non sarà costretta a scendere alla stazione successiva e, anzi, troverà il modo di legittimarsi adattando il mondo alla propria volontà.
«Rispose ad alta voce, s’indirizzò a tutti e a nessuno: il suo denaro lei se lo guadagnava come voleva, e se non voleva guadagnarselo al chiuso, lavorando a ore fisse, come certe tonte facevano, era affar suo. In quanto al marito, anche questo se lo sarebbe scelto a modo suo, su misura».
Le donne narrate da Cialente sono figlie di una ribellione. In questo è indicativo il primo romanzo dell’autrice, Natalia (1931), che narrava già una storia controcorrente e quanto mai lontana dal tradizionale romanzo di formazione femminile. Nel libro, su cui fu posto il veto della censura fascista, si narrava l’amore dell’adolescente Natalia per la più adulta vicina di casa Silvia; un’iniziazione erotica inconfessabile e un sentimento proibito che poi la giovane protagonista pagava caro e cercava di redimere attraverso il matrimonio con un reduce. Non c’era lieto fine in quella storia, ma un tentativo di fuga, ed è ciò che accomuna le donne dei romanzi di Cialente: ciascuna sogna di vivere una vita diversa e non si lascia addomesticare da una realtà asfittica. In Natalia potremmo rintracciare la radice delle protagoniste femminili di Interno con figure – esuli, principesse, ballerine, ambigue dame di compagnia, contrabbandiere, né sante né streghe. In particolare nel personaggio di Ninì, la giovane protagonista di Canzonetta che è affascinata dalla bella compagna di classe Angela, ritroviamo un pallido riflesso di Natalia: anche in quel racconto, scritto nel 1937 e poi rimaneggiato dalla stessa autrice nel 1965, il sentimento della giovane è raffreddato dalla disillusione e, infine, soffocato dallo scoppio del primo conflitto mondiale «erano gli ultimi tempi semiromantici poco prima del 1914». L’amore è in parte taciuto, è la guerra il tema dominante di Canzonetta, che appunto si annuncia con i motivetti patriottici che presto sostituiscono le melodiose romanticherie nei canti delle lavandaie. Cialente è maestra nel non dire i sentimenti, ma riesce a trasmetterli, a farli intuire tra le righe. La passione celata e inconfessata di Ninì per Angela infine si tramuta in pietà, proprio come accade a Natalia. A riprova che uno scrittore può anche scrivere tante storie diverse, eppure in fondo racconta sempre una variante della stessa storia. Ci sono infatti temi e trame che ritornano nella scrittura di Fausta Cialente, di cui questa splendida raccolta ci offre appena uno scorcio – ma è un frammento prezioso, perché vi troviamo esperienze, sogni e visioni che saranno poi approfondite nei romanzi.

Cialente era una lettrice di Proust, racconta Franco Cordelli che «lo stava leggendo per la sesta volta». L’influenza proustiana si coglie in alcuni dei racconti che presentano figure aristocratiche e stravaganti, come La principessa o La ballerina: a proposito è curioso notare che l’ambigua protagonista del racconto La principessa si chiami proprio Albertina, come l’Albertine di Proust ovvero La fuggitiva, forse un non troppo celato omaggio di Cialente a un autore che riteneva il proprio mentore. L’amore per Proust traspare soprattutto nelle pagine sontuose del romanzo Ballata levantina (1961), in cui l’apparizione sulla scala di Francesca – nobildonna ed ex ballerina – ricalca l’entrata in scena della duchessa di Guermantes, Oriane; ma, a una lettura più attenta, già nel personaggio della marchesa descritta in un racconto di Interno con figure potremmo cogliere l’idea primigenia del personaggio di nonna Francesca.
«Non si sa come, scappò detto a qualcuno, davanti ai bambini, che la marchesa era un’ex ballerina. Di colpo la figura perdette quel viso nobile e arcigno e si trasformò in una figurina leggera leggera».
In queste pagine Cialente si accosta alla buona borghesia «incosciente e colpevole» per deriderla e mostrarne le ipocrisie più o meno velate; il suo sguardo è sempre rivolto ai margini, là dove stanno i poveri, gli esiliati, gli offesi – o gli umili, come Pamela. Motivo per cui le voci primarie e narranti di questi racconti sono i bambini e i vecchi, quindi coloro che si trovano ai due estremi della vita. Il loro è un punto di vista incontaminato, puro, che si fa schermo alle dicerie della gente, perché «la gente vuol sapere “le cose”, quelle in cui può misurare la propria esistenza quotidiana. I paesaggi si vedono nelle cartoline, non le “cose”». In questi racconti i bambini vogliono rimanere bambini, temono l’insidia violenta dell’età adulta perché comprendono che «il mondo dei grandi è così difficile» ed è proprio questo sguardo obliquo, che racconta ma non riesce del tutto a comprendere ed è quindi capace di farsi vero strumento di denuncia, la cifra stilistica di Fausta Cialente. Il coro di voci bambine che domina queste storie è un’infanzia ribelle, sovversiva, che non accetta i comandi e guarda con orrore alla vecchiaia, alla morte. Lo stesso vale per le donne protagoniste: non sono mai al centro esatto della scena, spesso si trovano al margine, sono serve, dame di compagnia, contrabbandiere. A ben vedere le “figure interne” di questi racconti sono tutte creature della soglia, in bilico tra due mondi, l’uno reale e l’altro quello irreale dell’immaginazione.
Lei, una scrittrice di confine, ha creato personaggi che si sentono «stranieri dappertutto» e nella loro continua contaminazione di usi, costumi, lingue e culture ci offrono uno spiraglio di modernità. A regnare sovrana, però, in Interno con figure è un’invincibile estate che di tanto in tanto compare nei venti del deserto, nel gorgoglio felice delle onde, nel fiorire dei ciliegi selvatici. Ma nei racconti di Cialente l’estate non è mai innocente e deve sempre scontrarsi con la sua fine, l’arrivo inoppugnabile dell’autunno, che s’annuncia improvviso come una rivelazione.
«”S’è alzato il vento”, dice lui, fuori dalla finestra sempre, come se parlasse con gli alberi. “Si sente in aria un’altra stagione. È finita l’estate, Pamela”».
Immagine di copertina: Un ritratto della giovane Fausta Cialente