Negli anni della mia formazione, Horcynus Orca era il libro che tutti dovevamo leggere. Il libro che, nella sua ventennale elaborazione, doveva tradurre una Sicilia consegnata suo malgrado al mito e tradita, per l’ennesima volta, dalla storia, disfatta dalla Seconda guerra mondiale. Tradurre, perché solo coniare una lingua contemporaneamente nuova e arcana, viva e morta, funzionale e inesistente, poteva servire a una tale cosmogonia, il cui crepuscolo rosseggiava già prima dell’alba.

È da poche settimane nelle librerie la nuova edizione BUR di questo rapsodico romanzo di Stefano D’Arrigo, a cinquant’anni dalla prima del 1975. L’edizione ripropone, saggiamente, la storica introduzione di Walter Pedullà, da sempre innamorato dell’autore e di questa opera; un innamoramento faticoso, come l’eterna gestazione del testo. L’edizione si arricchisce di uno scritto lucido e penetrante di Giorgio Vasta e della precisa postfazione della curatrice Siriana Sgavicchia, che presenta una nota finora inedita, almeno nella sua integrità, dello stesso D’Arrigo. Non manca una estesissima bibliografia mentre il volume si chiude con un interessante inserto fotografico: foto scattate da D’Arrigo probabilmente tra il 1956 e il 1957, provenienti dall’Archivio Bonsanti del gabinetto Vieusseux di Firenze, in particolare dalla seconda donazione del 2007. Altri documenti provengono invece dalla prima donazione al Vieusseux, datata 1985, mentre altri materiali come alcune lettere e il programma pubblicitario del lancio della prima edizione del ‘75 provengono dall’archivio della casa editrice Mondadori. Un assaggio dei tanti documenti importanti presenti in questi archivi, spesso ancora da ordinare in modo sistematico. Non sempre gli anniversari fanno un buon servigio ai libri, o agli autori, che celebrano. Questo anniversario, invece, è davvero una buona occasione per tornare a discutere su una materia magmatica ancora incandescente quale è questa scrittura. Di Horcynus Orca si è detto molto, e sempre pare ci sia necessità di scriverne. In parte per l’evidente natura enigmatica di un testo tanto vasto e stratificato, in parte perché, come tutti i capolavori che si rispettino, a ogni tornante della storia (letteraria, ma perché no, anche civile e politica) se ne scoprono nuovi orizzonti e se ne indagano nuovi livelli di senso.
Già la citata nota di D’Arrigo è molto interessante, veloce e precisa, eppure chiara sulle sue intenzioni rivoluzionarie: la breve descrizione di una Messina eliotianamente dilaniata e deserta per la guerra ci fa capire perché l’autore, dopo le prime esperienze letterarie (le poesie di Codice siciliano edite da Scheiwiller e Il compratore di anime morte – pubblicato postumo solo lo scorso anno dopo decenni di oblio) ebbe la febbrile intenzione di inventare, reinventare, ricreare quel mondo perduto. Non tanto per far rivivere, ma direi, per far rimorire, alla luce delle infinite pagine del romanzo dedicate alla morte. Fino a oggi, come detto, inedita, questa nota fu ripresa a brani da Vittorini quando pubblicò, su Il Menabò, i primi nuclei del manoscritto di D’Arrigo con il titolo I giorni della fera. Leggere criticamente un’opera come Horcynus Orca è impresa ardua, ed è soprattutto impossibile farlo senza riprendere le illuminanti letture, oltre che di Pedullà, di Onofri, di Consolo, di Maria Corti, per citarne alcune. In particolare, un passaggio dell’introduzione di Pedullà merita di essere ripreso: la morte di ‘Ndrja Cambrìa è la morte simbolica di tutto ciò che viene descritto, della stessa lingua piena di ricostruzioni sillabiche, di innesti, di incesti, del celebrato ibrido tra italiano e dialetto. Se nel finale del Crepuscolo degli Dei, il fuoco della pira di Siegfried esplode fino ad arrivare allo stesso Wahlalla, la morte del protagonista diventa l’asfissia di ogni elemento di un universo di cui, si vede subito la morte prima della nascita. Non è un caso se cito Wagner. Il romanzo, infatti, grazie all’accumulazione progressiva dei vent’anni di riscrittura, è composto da una serie di episodi: non sono dei leitmotiv, anzi spesso sono del tutto divergenti, sono però un crogiolo di rimandi, ogni episodio essendo un accumulatore di energia narrativa per arrivare al successivo. Come Wagner, come Eliot, come Joyce – nomi che ritornano spesso nel dibattito critico – D’Arrigo opera per stratificazioni successive. E non si può non pensare anche a Proust: alla sua Recherche, alla scrittura per accumulo, ai manoscritti che si moltiplicano in varianti e digressioni. Anche le testimonianze fotografiche presenti nel volume appena pubblicato ci raccontano un procedimento di declinazioni e digressioni continue, proprio come negli autografi proustiani.
Ma la cosa più straordinaria resta il fatto che un libro così vasto, un autentico testamento di una civiltà, se vogliamo, assomigli in tutto e per tutto a una scrittura sacra compiuta nello scorrere degli anni: voci che nascono, voci chi si assommano, voci sempre nuove, profetiche appunto. Da una rete di fatti, rimasta più o meno la stessa fin da I fatti del delfino, infinite raccolte di pesca fanno affiorare dal fondale del tempo sempre nuovi scenari (i circa cinquanta episodi in totale del romanzo) mentre la storia letteraria, politica, civile in Italia portava mille sconvolgimenti. Di fronte al capolavoro di Stefano D’Arrigo possiamo scegliere diverse strade, e magari percorrerle tutte una dopo l’altra: abbandonarci all’ascolto delle parole mentre le leggiamo, rintracciarne gli infiniti livelli di senso, rintracciare i tanti episodi, e infine seguire la genesi dell’opera da La testa del delfino (la prima stesura tuttora inedita), al dattiloscritto del 1957/1958 altrettanto inedito, all’anticipazione Vittoriana su Il Menabò, fino a I fatti della fera, ultima stesura (pubblicata postuma nel 2000) prima della definitiva del 1975.
Horcynus Orca è un’onda lenta e lunga nella narrativa italiana del Novecento, i cui cerchi concentrici tuttora si dilatano e diffondono un desiderio creativo di cui abbiamo ancora bisogno. Nel suo scritto introduttivo, Giorgio Vasta sottolinea con sottigliezza la vena anche farsesca del romanzo, ‘burattinesca’, dove l’opera dei pupi affiora tra i tanti livelli di narrazione. Dalla sperimentazione alla tradizione, tutto viene digerito e rimescolato nel ventre della fera. E se è vero, come scrisse Pedullà, che il destino di questo libro era sostanzialmente autodistruttivo, resta pur vero che troppi tradimenti, dopo la morte di ‘Ndrja Cambrìa’, si sono consumati negli anni recenti, uno per tutti quello linguistico, almeno nella letteratura isolana. Questo anniversario dei cinquant’anni e questa conseguente ripubblicazione sono l’occasione per dare il nostro contributo, da lettori, a un’opera che celebra la propria morte ma che l’autore non voleva fare morire, trattenendola a sé oltre ogni limite. La grandezza di un’opera, di una creazione, sta nell’infinita eco che corre tra chi la legge. E così la riscrittura, collettiva, potrà continuare per sempre.
Immagine di copertina: Horcynus Orca dettaglio nuova edizione