Sono anni che cerco una scusa per scrivere di ciò che Hemingway ha significato per me. Quando lo leggevo ossessivamente ero poco più che adolescente e scrivere un saggio mi sembrava inammissibile. Mi dedicavo ai racconti, come lui, e ancora adesso, leggendo alcuni autori contemporanei, mi capita di tenere d’occhio coloro che a mio avviso si sono formati su Hemingway. È una cosa che si sente subito, a orecchio: il controllo dello stile. Hemingway – come i suoi maestri dell’Ottocento francese – è uno degli scrittori più formativi che ci siano, e se da ragazzo lo hai avuto come guida la tua prosa è più solida. Poi, certo, sei dovuto andare altrove e hai anche dovuto tradirlo, però il debito resta. Tutte quelle ore trascorse sulla pagina procacciando una perfezione stilistica e emotiva ti rimangono nel cuore e nei muscoli e dicono molto dello scrittore che sei.
Scrivere di Hemingway per me quindi non è facile, eppure un volume che ho trovato di recente in libreria mi ha convinto a mettermi alla prova. Sto parlando di un fumetto, Laguna Hemingway, scritto e disegnato da Luca Pozza, che lo ha anche pubblicato da sé, spedendolo poi a qualche libreria amica. In passato Pozza è stato un autore Bonelli, perciò non è proprio l’ultimo arrivato in fatto di fumetti. Il suo Laguna Hemingway è ben disegnato e ben scritto e anche, occorre dirlo, ben pubblicato. È un volume che si sfoglia con piacere.

La base della storia è semplice e si rifà evidentemente a un fumetto di Hugo Pratt: Hemingway è imprigionato in una laguna molto simile alla “laguna dei bei sogni” nella quale Corto Maltese trova un soldato allucinato e divorato dai ricordi – e dai fantasmi – di una vita sprecata. Come il soldato di Pratt, Hemingway ripercorre tutta la propria esistenza. Il suo è un viaggio fra vivi e morti e lo conduce fino alla clinica Mayo, dove sogna per l’appunto di essere bloccato nella laguna di Torcello, a Venezia, nel periodo in cui scrive Di là dal fiume e tra gli alberi, in preda a visioni anche terrificanti. Hemingway sogna perfino la morte, con tanto di manto nero e di falce, morte che però si rivela essere suo padre morto suicida e dunque, conseguentemente, il suicidio stesso di Hemingway. Da ultimo Laguna Hemingway è infatti un viaggio negli inferi o nei pantani di una mente devastata dagli elettrochoc.
Compaiono quasi tutti, in ordine sparso: Scott e Zelda Fitzgerald, l’infermiera crocerossina Agnes, Alice Toklas e Gertrude Stein, Ezra Pound, John Dos Passos, Faulkner, d’Annunzio, perfino Mussolini, Picasso, molte delle donne amate da Hemingway, i suoi commilitoni della Prima guerra mondiale, sua madre, finanche il presidente Roosevelt e svariate altre comparse più o meno memorabili. Questa è infatti una delle pecche di un fumetto che ho comunque amato: a momenti si ha l’impressione di assistere a un appello di classe, ma senza la malinconica levità de La laguna dei bei sogni di Hugo Pratt. D’altra parte mi era accaduto lo stesso leggendo Cos’è successo al Cavaliere Oscuro?, un fumetto di Neil Gaiman e Andy Kubert, che pure mettevano in scena la morte dell’eroe, questa volta di Batman: sembrava di assistere a una sfilata. Ciò detto, Laguna Hemingway è un lavoro originale e ben fatto e a tratti molto riuscito, specie nell’immagine finale della storia, una barca in rotta verso l’ignoto, cioè verso la morte.

Cos’è la morte? Molte pagine di Hemingway in fondo non si chiedono altro che questo. Il poeta Nicanor Parra, ricordava Roberto Bolaño poche settimane prima di morire, diceva che la morte era “una puttana in calore, una cosa da far battere i denti a chiunque”, e forse Ernest Hemingway avrebbe sottoscritto questa affermazione. Forse. Ma ecco che mi sto riallontanando da lui, perché ciò di cui vorrei scrivere quando si tratta di Hemingway è altro, ossia l’esattezza emotiva delle sue pagine migliori, quel suo coraggio fatto pure di spavento, come quando il cameriere di Un posto pulito, illuminato bene è ossessionato dal «niente pieno di niente» che in fondo riguarda tutti noi, e la sua «grace under pressure», e poi tante altre cose.
Non ce la faccio. Dovranno passare molti anni prima che io possa o sappia scrivere di Hemingway in modo adeguato, e forse non ci riuscirò mai, perché in letteratura è bene ripagare i debiti nelle opere e non negli articoli. Intanto, comunque, questo Laguna Hemingway mi è piaciuto e mi ha permesso di dire alcune cose su un vecchio maestro al quale tengo molto. «Poche pratiche cose da dire», come scrive lo stesso Hemingway alla fine di Morte nel pomeriggio – la morte, ecco, sempre lei, questa vecchia signora che ci ammalia e terrorizza a un tempo.
Copertina: Tavola da Laguna Hemingway di Luca Pozza