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Gilles Lipovetsky e il sacro dell’autentico, nell’età delle emozioni mercificate



Anche nel suo ultimo libro, Le sacre de l’authenticité, (Gallimard, 2021, in corso di traduzione per Marsilio), Gilles Lipovetsky ricorre al suo metodo provocatorio preferito, quello del “paradosso”, per metterci di fronte alle contraddizioni della società contemporanea. Già in un saggio del 2007, Una felicità paradossale (Raffaello Cortina Editore), il filosofo-sociologo francese approfondiva il fenomeno del consumismo come frustrazione reiterata: si è – o si sarebbe – più felici consumando di più, ma il consumo diffuso verso il quale spinge il marketing di oggi è precluso alla maggior parte delle masse, quelle “paradossalmente” più esposte all’orgia bulimica proposta dalle TV, dai social, dagli ipermercati e dai centri commerciali (che le masse frequentano).
Così, mentre le classi superiori sfuggono alla coazione esorcizzandola negli acquisti di lusso, le masse sono spinte a comprare, senza tuttavia poterselo permettere. Su questo incitamento frustrante prospera la così detta “civiltà del desiderio”, nel capitalismo dei bisogni indotti, oggi subentrato alle economie di produzione. Quale autenticità, si chiede l’autore in questo nuovo libro, quando trionfano l’utilitarismo e il narcisismo di massa? Come si può essere autentici quando la quasi totalità delle nostre esperienze dipende dall’universo programmato del mercato? Autentici come, quando dominano gli avatar, gli “pseudo”, i legami deboli e artificiali incoraggiati dai social network? Sembrerebbe che, in questo mondo vuoto di senso, l’homo authenticus fosse una specie in via di estinzione. Eccolo qui il paradosso: la mercificazione che domina questi nostri tempi è talmente associata al falso, all’artificiale, al “regno dell’inautentico”, con i prodotti standardizzati, le necessità massificate, l’obsolescenza tecnologica programmata, che questa fasullaggine generalizzata ha finito per essere il vero motore dell’adesione unanime all’ideale dell’autenticità. È il dominio frivolo dell’artificialità alla radice della ricerca dell’autorealizzazione personale.

Gilles Lipovetsky

Lipovetsky parte dalla seconda metà del XVIII secolo per delineare l’evoluzione del concetto di autenticità. Fu Jean Jacques Rousseau (1712-1778) a proclamare la sincerità nei confronti di se stessi come primo dovere. Prima delle Confessioni mai nessuno lo aveva detto con tanta chiarezza: «Voglio mostrare ai miei simili un uomo in tutta la sua verità e quell’uomo sarò io», annunciò eroicamente il filosofo svizzero. Un lavoro di introspezione che continua nei secoli con alcuni picchi di consapevolezza: negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento fu la lotta all’alienazione il germe delle prime rivendicazioni soggettive contrarie al marxismo e alla sua ideologia del Collettivo e del Partito al di sopra dell’individuo: l’autenticità come Utopia. Anni Settanta e a seguire: l’erosione dei diktat politici mettono al centro la realizzazione di sé e, contemporaneamente allo sviluppo della società consumista, l’autenticità diventa nuovo ideale e nuova norma cui conformarsi.
I grandi pensatori degli ultimi due secoli, da Kierkegaard a Sartre hanno lavorato sodo per arare il terreno dell’autenticità: secondo loro l’uomo doveva tendere a una vita libera dal conformismo, dalle imposizioni morali, dalla tirannia dei pensieri unici. Nasce poco a poco l’individualismo democratico, contro ogni comandamento religioso o laico, contro l’adesione all’ordine di modelli imposti. Sì all’autogoverno, nelle imprese, nell'”io” e in ogni manifestazione della natura umana. Questo nuovo “feticismo dell’autentico” era già stato parzialmente scandagliato da Lipovetsky in un altro libro, tradotto in Italia nel 1995, L’era del vuoto (Luni editrice), dove la società postmoderna appariva «avida di identità, di differenza, di conservazione, di distensione, di realizzazione personale e immediata». Tutti – scriveva Lipovetsky – vogliono vivere qui e ora, e mantenersi giovani «piuttosto che preoccuparsi di forgiare l’uomo nuovo».

Gilles Lipovetsky
Gilles Lipovetsky

È da allora che nelle società occidentali l’autenticità comincia ad essere magnificata in modo incondizionato, diventa fulcro attorno al quale girano senso e legittimità contemporanei: «Siate autentici, siate veri, siate voi stessi» predicano i social del Ventunesimo secolo, dove la maggioranza degli users ha più profili o ne ha uno solo ma dove è imperativo mostrare il meglio di sé e dove il paradosso dell’autenticità si esprime in tutta la sua contraddittorietà. Eppure, l’autentico a tutti i costi è descritto da Lipovetsky in brevi capitoli folgoranti, dove il nuovissimo “consum’acteur” cerca di applicarlo nella sessualità e nella coppia, nella moda e nella bellezza, nella chirurgia estetica, nei viaggi e nell’ecoturismo, nel patrimonio e nell’heritage, fino alla leadership e all’autenticità manageriale. Il dominio dei consumi sulla vita delle persone raddoppia il paradosso perché se l’autodeterminazione non è mai stata come ora così al centro, crescono d’altro canto le manifestazioni di dipendenza e di impotenza soggettiva ad auto-dirigersi. La foto “autentica” di noi stessi che ci restituiscono i social è corrotta dall’estrema dipendenza che abbiamo nei confronti del giudizio degli altri.
In questo libro coerente, dove “le sacre de l’authenticité” si trasforma da formula in ideale – Lipovetsky scrive in “trasformatore antropologico” – il mondo sembra alla ricerca incessante del vero, della trasparenza, del naturale, del sincero, del fedele a se stesso. Ma si scontra con la superficialità della società dell’immagine, con la mercificazione delle emozioni operata dai social network, in una realtà dove sembrano prevalere le divisioni corporative: le donne si scagliano contro gli uomini nel movimento #metoo, le rivendicazioni LGBTI+ faticano a saldarsi ai principi identitari dei particolarismi etnici e culturali, autorecludendosi nel ghetto del “proud to be”, dove perfino il terrorismo pone interrogativi inquietanti sulle scelte etiche di chi sceglie di farsi esplodere provocando vittime innocenti, per affermare una personale ideologia, “autentica” fino alla morte.
Il capitolo conclusivo, intitolato alla Dostoevskij, “L’authenticité peut-elle sauver le monde”?, ripone molta fiducia negli individui, veri motori dei cambiamenti: far vincere tra le persone lo spirito dell’autenticità, sta lì la risoluzione di molti nostri problemi. Ma Lipovetsky non è così ingenuo da non sapere che l’autenticità non può che essere una “idée-force majeure”, paradigmatica del concetto di unicità, perché non c’è ritorno verso ideali comunitari, nell’epoca dell’uno-vale-uno (nel libro c’è anche un capitolo sul populismo), della digitalizzazione che disincarna il mondo, del marketing one-to-one, dell’autentico uguale originale, dello strapotere degli algoritmi che conoscono tutto di ciascun essere umano e, facendo finta di assecondarlo nei suoi gusti, lo manipolano e lo dirigono, togliendogli progressivamente potere di agire e autonomia.





In copertina: Lucas Cranach, Bocca della Verità, 1534

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