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Bruciare fino in fondo. Una conversazione con Francesca d’Aloja



Perduto il tempo delle ottocentesche sedute spiritiche dei salotti tappezzati, nelle quali i più illuminati richiamavano le voci ormai flebili di un mondo scomparso, nell’epoca contemporanea non rimane che navigare tra i frammenti di una memoria collettiva parcellizzata e smarrita, fin dentro quel maelström della Storia che ha inghiottito e troppo spesso fagocitato il destino di chi è vissuto oltre i bollettini e le biografie ufficiali dei ministeri, degli enti, dei manuali, degli almanacchi. Esistenze che hanno spesso bruciato come una supernova, inarrivabile nella sua distanza e intoccabile nella sua magnificenza cosmica.
Muovendosi con l’oscura forza del rabdomante, la scrittura di Francesca d’Aloja si addentra con il gusto del dettaglio in quell’oceano di detriti spesso alla deriva, agìta dallo spirito di chi si imbatte in un oggetto abbandonato e ne ricava un’ossessione che lo sospinge alla ricerca indietro nei secoli, per scoprire da quali mani fu costruito, in quali case fu custodito, di quali amori o quali drammi fu testimone. Al pari di fotografie sepolte tra i banchi dei marché aux puces, le esistenze sottaciute del passato ci appaiono oggi come romanzi in miniatura, autentici dispositivi narrativi dalla serratura irregolare e spesso inaccessibile, “vite minuscole” come quelle di Pierre Michon in attesa di un raggio luminoso, di un ascoltatore. «Vorrei essere te» scrive d’Aloja, rivelando l’aderenza incandescente che la lega a questi ritrovamenti, protagonisti del volume Spiriti, edito da La nave di Teseo, in una galleria di ritratti atipici e laterali che dona nuova luce alle esistenze dei secoli passati e torna a riassegnare un nome, e con esso una storia perché nominare corrisponde al raccontare, a chi ha atteso nel sottosuolo, pazientemente.
Ne abbiamo parlato con l’autrice.

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Dopo il successo di Corpi speciali, ecco infine nelle librerie Spiriti. Due volumi che mi appaiono come uno stesso filo dispiegato, il tuo personalissimo scavo sotto la superficie della memoria. Qual è stata la scintilla?
Li vedo effettivamente come due libri collegati. Dopo Corpi speciali c’è stata una scintilla, la spinta a continuare a scrivere di queste esistenze, ed è venuta da un messaggio privato su Twitter: «Affido questo corpo a te». Seguiva un link di Wikipedia in inglese, con la storia poco conosciuta di Rolf Wütherich, il meccanico della Porsche che stava in auto accanto a James Dean nel fatale incidente che gli ha tolto la vita nel 1955. Il “corpo” mi era stato affidato generosamente dal figlio di Rolf, Bernd, che pur non conoscendomi personalmente, dopo aver letto Corpi speciali ha ritenuto fossi la persona adatta a parlare di suo padre. Mi ha subito affascinato la storia di quest’uomo, una maledizione che ha portato anche lui a morire, piano piano. Colpito da quella che viene definita la sindrome del sopravvissuto, ha lentamente rovinato la sua esistenza, autodistruggendosi. E la sua vita finirà proprio come quella di Dean, in un incidente automobilistico. Così ho scritto di lui, anche grazie alla collaborazione sulle pagine de Il Foglio, e non mi sono più fermata.

La storia di Wütherich mi sembra esemplificativa del tuo metodo di lavoro: accanto alla grande rappresentazione, quella dei manuali e delle agiografie, il tuo sguardo è costantemente catturato da un principio di innesco che sta in un punto imprecisato della scena, un elemento spesso in secondo piano, sul retro, sfocato. Una sorta di punctum narrativo. È lì, in quel punto preciso, che sta accadendo qualcosa di meraviglioso o di terribile, e tu vuoi saperne di più.
La mia è una continua ricerca di personaggi laterali, persone sulla quali non si è focalizzata l’attenzione, o non abbastanza. In quel preciso momento della storia, semplicemente, non era il loro momento. Ho sempre cercato di guardare a lato dell’immagine, ai margini. Ne sono nati dei testi che non sono biografie nel senso tradizionale ma piuttosto dei racconti personali di donne e uomini che mi hanno colpito, nei quali ho trovato qualcosa che forse mi riguarda. La scelta delle storie in questo senso è sempre sentimentale, mossa da un senso di ammirazione, a volte di consolazione: sono persone che mi hanno spesso suscitato un sentimento di tristezza per le ingiustizie che hanno subìto e che sentivo di dover risarcire in qualche modo.

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Rolf Wütherich e James Dean

La tua scrittura diventa allora una forma di vendetta postuma, una lotta in punta di penna per ristabilire una verità spesso negata, o semplicemente taciuta?
C’è sempre in questi racconti una sete di giustizia. Ovviamente c’è anche un intento divulgativo, il desiderio di far conoscere storie poco raccontate che vorrei fossero conosciute anche in Italia. Prevale senza dubbio uno spirito vendicativo à la Flaubert, che diceva «Quando scrivi di qualcuno fallo come se dovessi vendicarlo». Almeno io, mi dico, cercherò di ricordare il vostro nome, di non farlo dimenticare. Mi piace l’idea del risarcimento, anche se postumo. Il successo e l’insuccesso nella vita hanno logiche misteriose, e credo sia giusto riaccendere la luce su chi non ha avuto ciò che meritava.

Il senso è dunque quello di un’evocazione, come se il rito della scrittura li richiamasse dall’ombra nella quale sono stati confinati. Mi chiedo se li cerchi, o se siano piuttosto loro a presentarsi al cospetto del tuo intuito da narratrice.
È sicuramente la seconda, spesso mi capita di leggere qualcosa e un elemento mi rimanda subito ad altro. C’è sempre un richiamo laterale che sento indirizzato a me. Nelle mie ricerche da secchiona, spesso inizio con uno spunto, poi vado avanti e scopro altre cose, e altre ancora, come in un gioco di scatole cinesi che apro in continuazione. Come nel caso di Branwell Brontë, unico fratello tra le celebri sorelle scrittrici, che nei saggi è appena menzionato. Mi sono chiesta: cosa vuol dire essere il fratello delle geniali sorelle Brontë? Credo che queste storie arrivino a me perché ho delle antenne ricettive, sempre pronte a percepire delle onde. Come per il caso di Silvio D’Arzo, un nome nel quale mi sono imbattuta durante le ricerche su Robert Louis Stevenson: nel suo ultimo romanzo incompiuto compare una prefazione che contiene una citazione di D’Arzo. Improvvisamente quel nome sconosciuto mi è sembrato luminoso, una sorta di neon che si accendeva nella mia direzione. Sono entrata così fin dentro il suo universo, nel quale sono stata risucchiata per sei mesi senza uscirne, sua prigioniera.

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Silvio D’Arzo

Dallo scienziato Nikola Tesla al leader dei Talk Talk Mark Hollis, dalla scultrice Camille Claudel al vulcanologo Haroun Tazieff, dal regista Friedrich Murnau al grande jazzista Chet Baker. Qual è il filo che unisce queste esistenze?
A ben guardare sono tutti personaggi ossessivi. Quasi sempre animati da una passione che li ha travolti. Non hanno mai rinunciato a questa ossessione, che in alcuni casi è stata la causa scatenante della loro autodistruzione, penso ad esempio a Chet Baker o a Richard Yates. In altri casi è stata invece motivo di esclusione, come per Camille Claudel, o addirittura di autoesclusione, come per Nikola Tesla che viveva isolato dal mondo.

La tua scrittura li coglie nel territorio esatto di tensione tra la forza del desiderio e il crinale dell’ossessione, piegati fin quasi a toccarsi. Il punto preciso che separa un prima e un dopo, laddove si gioca l’esito del rapporto di forza tra la passione e la distruzione, tra le garanzie della sopravvivenza e quell’attrazione indicibile che porta diritti nel fuoco fino a bruciarsi.
Tensione è la parola giusta. Queste esistenze sono dei fili tesi, sembrano sempre camminare su una corda (come il Funambolo raccontato da Silvio D’Arzo…). Il desiderio di raccontarle ha probabilmente dei legami con me e la mia psiche, riconosco di essere una persona parecchio ossessiva, che quando ama qualcosa deve consumarla fino in fondo. In genere non mi piace nulla, e quando trovo qualcosa che mi appassiona mi emoziono esageratamente.  Non a caso sento con loro una fratellanza, avrei desiderato conoscerli. Provo un bizzarro sentimento di nostalgia per persone che non ho mai incontrato… Penso soprattutto a Lou Salomé, una donna che non si è bruciata perché intelligente e curiosa, indipendente, con una fame insaziabile di conoscenza. Era dotata di una mente brillantissima che colpiva chiunque le sedesse accanto. Non si accontentava di ciò che aveva, assorbiva le intelligenze che gravitavano intorno a lei considerandole come un’opportunità di conoscenza ulteriore. Immaginiamo che tipo di esperienza sia stata viaggiare accanto a un poeta come Rilke… Penso al loro viaggio in Russia e mi chiedo come commentassero i luoghi e le persone che incontravano.

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Lou von Salomé

La vita di Lou Salomé, come quella dei suoi compagni di viaggio, parla anche alla nostra epoca?
La vita è un’occasione d’oro che va sfruttata fino in fondo, ma nulla arriva gratuitamente: la bellezza e la conoscenza vanno sempre cercate, anche rischiando di soffrire. Lou Salomé aveva ben chiaro questo concetto. Quando mi chiedono quale vita mi sarebbe piaciuto vivere, penso alla sua. Una fiamma vitale sempre accesa che possedeva anche Robert Louis Stevenson, la cui storia è un inno alla vita che mi ha fatto pensare a quel meraviglioso verso di Dylan Thomas: «Rage, rage against the dying of the light». Un uomo che si è ribellato all’immanenza della morte, quando il destino lo voleva a letto malato: ha trasformato la propria vita in un’avventura forse superiore a quelle dei suoi romanzi, ha viaggiato, ha solcato gli oceani per incontrare la donna della sua vita, attraversato le montagne a dorso di un mulo, abbandonato la civiltà per raggiungere la sua personale Isola del tesoro… Ho una sua foto a casa, lo ritrae a Samoa con la sua famiglia e gli indigeni intorno: mi sveglio, lo guardo e mi sento felice perché lui è la dimostrazione che tutto è possibile. La sua storia ci dice che, malgrado le difficoltà, se desideri qualcosa la puoi ottenere. In tempi pigri come i nostri è bello scoprire persone che hanno scompaginato le carte e se ne sono fregate del destino. Tutti questi personaggi sono dei rifugi e delle fonti di ispirazione. Anche se molti di loro sono finiti male, hanno vissuto la loro vita fino in fondo, senza sprecare una goccia della loro esistenza.

In questo, forse, risiede il grande vuoto che ci separa da queste vite, e allo stesso tempo il loro fascino quasi irraggiungibile. Come una nostalgia, da lettori, di esistenze che non potremo mai avere.
Oggi vedo raramente nelle persone ardere questo fuoco. In questa riflessione inserisco anche la mia vita: è come se non avessimo più un motore capace di spingerci oltre. È sempre più difficile trovare le energie per compiere le scelte folli e forti che hanno animato vite come quelle che ho raccontato. Loro sapevano anche prendersi la responsabilità del pericolo, che oggi noi rifuggiamo, e si assumevano i rischi delle loro scelte: fregandosene, andando avanti.

E parlando di rischi, e di vite che ci appaiono incredibili, mi viene subito da pensare al vorticoso capitolo che dedichi a Romain Gary, lo scrittore che è stato tanti scrittori. Un uomo che fino alla fine ha rischiato sulla propria pelle, con la consapevolezza di poter perdere il duello con se stesso.
La sua è una storia incredibile. Mentre la studiavo dovevo fermarmi di tanto in tanto perché avevo le vertigini. È impossibile anche solo immaginarla una avventura esistenziale simile. Era un uomo talmente ambizioso che, dopo aver vinto il premio Goncourt nel 1956 con Le radici del cielo, si sente messo da parte e si inventa l’alter ego Émile Ajar per tornare alla ribalta e vincere un secondo Goncourt nel 1975. Una nuova identità che lo porterà alla dannazione. In questo folle progetto che lo divorerà c’è una componente mefistofelica, ma lui non si è mai fermato, non ha mai abbandonato la sua ossessione. Così come sua moglie Jean Seberg, alla quale dedico un altro capitolo. Una ragazza fragilissima finita in un gioco più grande di lei, a cominciare dal debutto prematuro nel ruolo di Giovanna D’Arco per la regia di Otto Preminger, alla Nouvelle Vague che con Fino all’ultimo respiro la eleva a musa di una generazione, fino al coinvolgimento con il movimento politico delle Black Panthers. Impegni quasi impossibili da sostenere per una ragazza così vulnerabile, che verrà manipolata e sfruttata fino a bruciare.

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Romain Gary e Jean Seberg

Qui si apre una voragine nella critica letteraria. Molti di noi hanno letto Le radici del cielo o La vita davanti a sé, ma in pochi conoscono la storia personale del suo autore, che è quasi determinante per comprenderne la complessità. È lecito questo scavo personale o dobbiamo farci bastare le opere?
Tengo molto a questo punto, che è cruciale. Un tempo mi dicevo che l’opera parla sempre per sé, che non è necessario conoscere la biografia dell’autore. Questo è effettivamente vero per la maggior parte dei libri, ma in alcuni casi conoscere la vita dello scrittore aggiunge qualcosa alla comprensione dell’opera. Per esempio, puoi apprezzare maggiormente le opere di Richard Yates se vieni a sapere della sua ossessione per l’alcol, della sua insonnia, della sua perenne frustrazione… allora lo puoi visualizzare lì, ogni notte, a dannarsi sulle sue pagine fumando una sigaretta dietro l’altra, e capisci che tutti i suoi personaggi, perdenti e falliti, sono sempre e solo incarnazioni dello stesso Yates. Lo stesso vale per un autore come Stevenson, che ha scritto L’isola del tesoro perché il figlio della moglie gli chiede di scrivere un racconto sui pirati. E poi ci sono i fratelli Goncourt, che nel loro diario hanno sputtanato tutto il mondo letterario della loro epoca, hanno osato demolire gli intoccabili. Ma non possiamo liquidarli come due pettegoli: erano due persone con una cultura immensa e un grande spirito critico, colmi di un risentimento che non si è chiuso nella negatività ma anzi è stato il motore della loro arte. Erano mossi da una continua ricerca della bellezza, un ulteriore filo rosso che unisce tutte le storie che ho raccontato.

La sensazione, sfogliando il tuo libro, è che tu stessa senti una forte vicinanza con questa ricerca. E che, forse, parteggi persino per chi, come Gary e Seberg, si sono fatti bruciare proprio in nome di quell’ideale.
Sì, assolutamente. Sono una persona che tende all’autodistruzione, alla sofferenza e persino al masochismo. Non mi sono mai sentita una persona positiva, ho un’indole drammatica e talvolta melodrammatica. Da piccola mi chiamavano Francesca Bertini, come l’attrice tragica che si attaccava alle tende e piangeva! Sono mossa da tutto ciò che mi toglie il fiato, faccio viaggi assurdi perché sono in cerca di emozioni forti. Per questo sono molto grata per le missioni compiute insieme a Edoardo Albinati con UNHCR e INTERSOS nei territori più vulnerabili del mondo. Credo che trovarsi in situazioni difficili permetta di capire delle cose del mondo, e soprattutto di se stessi, prima sconosciute. In questo senso, penso che il reportage sia un genere narrativo dal grande potenziale, perché ti permette una visuale più ampia e allo stesso tempo più precisa, nella quale un dettaglio marginale può diventare esemplare. Un punto di osservazione sulla realtà ma anche su te stesso, come nelle meravigliose, inarrivabili pagine di Stig Dagerman o di Goffredo Parise

E a quale dei tuoi spiriti ti senti più legata?
Senza dubbio a Rembrandt Bugatti. Sono innamorata di lui, mi sembra quasi di conoscerlo: c’è qualcosa nei suoi occhi, nelle sue mani, nel suo lungo corpo dinoccolato, che mi riguarda e mi fa tenerezza, una figura di grande delicatezza, sensibile e sfortunatissima. Ha avuto una vita eccezionale e difficile, era un uomo chiuso in se stesso, con gravi difficoltà nei rapporti sociali. Gli unici esseri con cui riusciva a sentirsi sereno erano gli animali, passava ore e ore davanti alle gabbie dello zoo di Parigi, li osservava e poi li riproduceva nelle sue meravigliose sculture che oggi hanno quotazioni incredibili. Una vita esagerata e quindi meravigliosa, come quella degli altri “spiriti” del libro che continuo a evocare, persino ora che vorrei cercare di scrivere il mio nuovo romanzo. Come in una seduta spiritica, so che presto arriveranno. E io li aspetto.





In copertina: Anne Magill, On the Shore

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