26.08.2025

Agosto blu. La scrittura psicoanalitica di Deborah Levy

Una vorticosa anamnesi esistenziale attorno al tema del doppio in una narrazione di aperta ispirazione lynchiana

Una donna spezzata è sempre al centro della narrazione di Deborah Levy, la scrittrice inglese di origine sudafricana che ha coniato un nuovo genere, «l’Autobiografia in movimento». Nel suo ultimo libro Agosto blu (NNE editore, traduzione di Gioia Guerzoni) inaspettatamente la protagonista non coincide con l’autrice, si chiama Elsa M. Anderson ed è una pianista di fama insidiata da un trauma che l’ha costretta ad abbandonare le scene. C’è dunque uno scarto inatteso tra voce autoriale e personaggio principale, viene meno la coincidenza estrema che ha contraddistinto la celebre trilogia in movimento, da Cose che non voglio sapere a Bene immobile, ma non manca l’ingrediente principale della narrativa di Levy, ovvero l’analisi interiore e, in particolare, il concetto freudiano di «dimenticanza motivata».

Il primo capitolo della cosiddetta Living Autobiography si apriva infatti con una donna – l’autrice stessa – colta da improvvisi crisi di pianto sulle scale mobili delle stazioni «mi resi conto che piangevo soprattutto sulle scale mobili delle stazioni. Non succedeva mentre scendevo, ma c’era qualcosa nello stare immobili ed essere trasportati verso l’alto che mi turbava». È sempre un trauma a innescare la storia, una donna spezzata che cerca di ricomporsi e ricostruirsi attraverso un dialogo interiore che nel movimento si fa «espressione fisica». In Cose che non voglio sapere Deborah Levy si concentrava sull’infanzia, partiva dalla sé bambina per motivare lo smarrimento della sé adulta in un incedere narrativo frammentato dai connotati fortemente psicoanalitici.

«Le cose che non vogliamo sapere sono quelle che conosciamo comunque, ma che non vogliamo guardare troppo da vicino» sosteneva l’autrice, affermando che il principio guida della sua scrittura fosse proprio la «dimenticanza motivata» teorizzata da Freud. Concetto che curiosamente torna anche nelle pagine di Agosto blu, in cui sin dal principio si avverte la presenza sottesa del “non detto” che paralizza le azioni della protagonista. Perché Elsa ha interrotto il concerto? Per quale motivo ha smesso di suonare? La domanda attraversa la mente del lettore con la stessa urgenza con cui, nelle prime pagine di Cose che non voglio sapere, si ritrovava a domandarsi perché la donna piangesse all’improvviso sulle scale mobili. Tra l’interrogativo e la possibile risposta esistono, però, infiniti abissi di senso. Deborah Levy trascina i suoi lettori in un’immersione profonda che, come di consueto, assume le sfumature di un viaggio attraverso vari punti spazio-temporali. Seguiamo Elsa mentre si sposta dalla Grecia, a Londra, da Parigi sino alla Sardegna, in un pellegrinaggio che è solo all’apparenza esteriore, perché ciò che davvero la donna sta cercando di ricomporre è la propria interiorità spezzata, affondando a tratti nei ricordi di infanzia, cercando di ricostruire il profilo della madre che non ha mai conosciuto. Scopriamo che la protagonista da bambina è stata adottata dal celebre pianista Arthur Goldstein, che è divenuto il suo Maestro facendo di lei un’artista prodigiosa, in una sorta di effetto Pigmalione. Il rapporto tra Elsa e Arthur è attraversato da omissioni e non detti, che si chiariscono solo nell’ultima parte del romanzo in cui davvero la storia prende forma e raggiunge il proprio vertice espressivo.

A fare da perno nella trama di Agosto blu è il tema del doppio: la storia si apre nel momento in cui Elsa vede una sconosciuta in un mercatino di Atene e avverte con lei una connessione profonda. In una specie di gesto inspiegabile Elsa ruba il cappello della donna, lo ritrova per terra e, anziché restituirglielo, lo indossa. Da quel momento continuerà a incontrarla di città in città, vedendola solo di sfuggita, sino al finale. La donna si fa presenza costante e tuttavia impalpabile, evanescente, innescando una serie di domande: chi è veramente? Ma, soprattutto, esiste? È un’astrazione creata da Elsa o è la madre di Elsa?

Le apparizioni inspiegabili della sconosciuta alimentano la tensione psicologica del romanzo che si nutre di incontri, dialoghi, in un procedere frammentario dall’alta saturazione emotiva. I dettagli nei romanzi di Levy non sono mai casuali, se già ne Il costo della vita e in Bene immobile, l’autrice ci aveva abituato alle peregrinazioni – le sue protagoniste sono sempre in viaggio, da una città all’altra, da una casa all’altra – e all’elevato livello di citazionismo letterario, in queste pagine ci sorprende per l’atmosfera surreale, quasi onirica. A tratti diventa difficile stabilire i contorni di ciò che è reale e nel fluire malinconico, disconnesso, della prima parte non è chiara la direzione che intende prendere la storia. Ma ciò che Levy sta facendo è comunicare, attraverso le parole, lo smarrimento esistenziale della sua protagonista; la prosa restituisce uno stato di incertezza che non è solo individuale, ma collettivo.

Elsa non riesce a ritrovarsi, la pausa dal lavoro di concertista mette d’improvviso in discussione ogni suo tratto identitario, inoltre la sua vita precaria è insidiata dal tempo anomalo della pandemia di Covid che ha sconvolto gli equilibri mondiali. Qua e là l’autrice fa riferimento a restrizioni e all’uso delle mascherine, anche se lo stile di vita libero e in perenne transito della sua protagonista mal si accorda con la stasi forzata di quel periodo.

Le conversazioni tra amici, le lezioni di piano ai giovani studenti, costituiscono l’intelaiatura del libro. Deborah Levy fa un uso acuto dei dialoghi che permettono di illuminare scorci del carattere sfuggente della protagonista e, al contempo, ci consentono di afferrare una più articolata dimensione sociale. In questo è senz’altro debitrice di Rachel Cusk e della sua narrazione anticonvenzionale che, a partire da Outline (in italiano Resoconto), ha reinventato la struttura classica della forma romanzo. La trilogia dell’ascolto di Cusk si pone in aperto dialogo con l’Autobiografia in movimento di Levy; ma in queste pagine la sua influenza è ancora più evidente, perché l’autrice – seguendo appunto l’esempio di Cusk – si serve dei dialoghi per ricostruire un determinato sentire collettivo, per misurare la temperatura di un oggi in costante divenire.

Esattamente come accade in Resoconto di Rachel Cusk, anche Agosto blu non presenta una vera e propria trama, ma al centro c’è una protagonista che cerca di ricostruire sé stessa attraverso l’osservazione del mondo al di fuori di sé. Sono i dettagli a contare, le singole frasi estrapolate dal contesto, le epifanie inattese cui conduce ogni incontro. Allo stesso modo tramite la sua scrittura in movimento, frammentata e diretta, Levy riesce a toccare le tematiche più svariate, questioni di genere e di potere, ma anche la sostanza stessa del tempo presente, inafferrabile per sua natura, ciò che semplicemente accade.  E poi c’è la musica: le citazioni letterarie presenti nei precedenti romanzi in questo libro vengono sostituite dalle sonate di Beethoven, Chopin e Rachmaninov e dalle composizioni incompiute di Nietzsche. Il leitmotiv sinfonico accompagna i ricordi di Elsa, pianista affermata, che ha sempre ritrovato sé stessa nella musica «quando avevo la sua età non avevo nessun tipo di vita al di fuori del mio strumento, non c’era niente che mi interessasse di più».

La realtà è molto fragile in Agosto blu, la sensazione spesso è di essere in completa balia della mente lacerata di Elsa M. Anderson, il cui vero nome è Ann ed è stata adottata – lo scopriamo sin dalle prime pagine. Il tema del doppio non riguarda solo l’altro da sé, ma la stessa protagonista, la cui identità è sdoppiata in seguito all’adozione avvenuta quando aveva sei anni.

A differenza che nella sua autobiografia qui Levy gioca apertamente con l’ambiguità della percezione, rendendo incerto il confine tra realtà e desiderio, sfumando i contorni del sé nel continuo rispecchiamento nell’altro. Chi è la donna misteriosa che Elsa insegue? Il rapporto indefinibile tra le due donne sembra quasi una metafora, fa proprio il gioco scenico di Mullholand Drive di David Lynch in cui la sconosciuta incarna lo scarto tra successo e fallimento, tra amore e odio, sino a farsi specchio del conflitto interiore sperimentato dalla protagonista. Del resto, l’influenza della filmografia lynchiana è ammessa dalla stessa Levy nelle pagine di Bene immobile: «David Lynch, uno dei registi che più hanno influenzato il mio modo di concepire la narrativa». L’embrione di Agosto blu appare già nelle pagine dell’ultimo capitolo dell’Autobiografia in movimento quando l’autrice si trova a Parigi e mangia ricci di mare nel ristorante di Abesses pensando «vicino al mare mi sentivo più viva». Bene immobile curiosamente si conclude in un’assolata epifania su un’isola greca, ed è proprio in Grecia che inizia il viaggio esistenziale della protagonista di Agosto blu che su una barca pesca ricci di mare sino a pungersi le dita. Pare che Levy in questo nuovo libro abbia giocato a mescolare le carte, sfumando episodi autobiografici in una narrazione finzionale, creando una protagonista volutamente inafferrabile. Sempre nelle pagine di Bene immobile, Levy si domandava: «Perché ero ossessionata da case irraggiungibili? Perché continuavo a cercare un personaggio femminile assente?».  In un certo senso Agosto blu è la risposta letteraria a questa sequela di interrogativi: una peregrinazione geografica ed esistenziale che ruota attorno a una donna irraggiungibile.

Ma le risposte non contano davvero, in questo breve romanzo sono più importanti le domande: «Come facciamo a sapere le cose che sappiamo?» in fondo il nodo è tutto qui. Nella propria inesausta ricerca di sé Elsa M. Anderson – o dovremmo dire Ann? –  non fa altro che interrogarsi e ciò che cerca di sciogliere, infine, è il grumo di dolore che appartiene all’umano di cui il tempo pandemico e post-pandemico rappresenta il riverbero.

«Stavamo tutti uscendo nel mondo di nuovo, per infettare ed essere infettati. Se lei era il mio doppio e io il suo, era vero che lei sapeva e io non sapevo, che lei era sana e io pazza, che lei era saggia e io sciocca? L’aria era elettrica tra noi, i sentimenti scorrevano dalle braccia che si toccavano».      

In un mondo dai confini incerti, con guerre, inondazioni e pandemie sullo sfondo, i personaggi di Agosto blu incarnano la perdita di controllo, l’impotenza che pervade il contemporaneo: ragazzini di genere non binario, stranieri adattati o sradicati, adolescenti ribelli, scrittrici queer, coppie omosessuali di lunga data e anziani alle prese con il fine vita. L’umanità che parla in queste pagine è complessa e variegata e ci offre uno sguardo molteplice sul presente. Attraverso la voce della protagonista parlano tutte le altre voci – e non è detto che sia proprio la sua storia, ovvero quella principale, a rimanere infine impressa, come un lascito, nella mente del lettore dopo aver voltato l’ultima pagina. Sono i dettagli che contano, non la trama in sé, la scrittura procede come un’onda e potremmo isolare semplicemente delle singole frasi, zampilli di luce, episodi illuminanti, che valgono più dell’insieme:

«C’era qualcosa nell’aria tra noi, come l’idea dell’amore. La dimensione di questo tipo di amore, come lo percepivo io, era la tacita realizzazione del suo desiderio e del mio desiderio, e del desiderio di Rachmaninov, di trascendere il dolore della vita quotidiana».

Una donna spezzata è sempre al centro delle storie di Deborah Levy; il punto di partenza è interessante perché dischiude nuove prospettive. C’è una crisi esistenziale e, a partire dalla rottura, il tentativo di ricostruirsi. Una donna spezzata era anche il titolo di una celebre raccolta di racconti di Simone de Beauvoir, pubblicata nel 1967, che gettava uno sguardo critico sul tema della condizione femminile attraverso tre lunghi monologhi dedicati al tradimento, alla vecchiaia, alla solitudine, alla perdita. È sempre una donna a dire “io” mentre attraversa uno stato di precarietà emotiva in un presente venato di sconforto. Sono argomenti che ritornano anche nelle trame solo in apparenza sconnesse di Deborah Levy che infatti cita di frequente i suoi modelli letterari – Beauvoir, Duras, Woolf – ed estende così nella scrittura una complessa genealogia femminile.

Immagine di copertina: dettaglio Agosto blu di Deborah Levy

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