Non è necessario essere appassionati di letteratura dell’orrore per conoscere il nome di H.P. Lovecraft: decisamente poco compreso dai propri contemporanei, lo scrittore di Providence è oggi tradotto in tutto il mondo; i suoi testi, pubblicati in molteplici edizioni, sono inoltre ispiratori di una miriade di trasposizioni: giochi di ruolo, giochi da tavolo, albi illustrati, fumetti e manga (a partire da quello illustre di Gō Tanabe). Nel mare magnum di queste opere spicca HPL – Una vita di Lovecraft, graphic novel di Marco Taddei e Maurizio Lacavalla: da appassionata di narrativa lovecraftiana, ho trovato tanto peculiare quanto interessante la scelta di raccontare la biografia dell’autore senza scinderla dalle sue opere; rendendo anzi labilissimo – così come si fa quando storia e leggenda si accavallano e mescolano indissolubilmente – il confine tra dato reale e storia immaginata. Tanto che, leggendo, ho più volte pensato: forse Lovecraft, che viveva di immaginazioni, l’avrebbe raccontata proprio così. «Da un certo momento in poi non ho più disegnato la sua vita ma la nascita, la crescita e la morte della necessità di scrivere», scrive a un certo punto Marco Taddei: penso che questo sia uno dei più bei tributi che si potevano offrire allo scrittore di Providence.

‘Una’ vita di Lovecraft: l’articolo indeterminativo mi ha colpita da subito. Parliamo di ‘una’ delle vite possibili, immaginabili, del nostro scrittore di Providence?
Maurizio: È una delle possibilità. Quando questo titolo ha iniziato a corteggiare me e Marco sono subito tornato con la memoria ai versi di T.S. Eliot. I quattro quartetti si aprono con l’immagine di un corridoio pieno di porte che «non aprimmo»: noi ne abbiamo scelta una e l’abbiamo scassinata.
Marco: Sì, è una vita possibile di Lovecraft. Questa definizione vive di una ambiguità di fondo. Noi facciamo finta che la biografia di un uomo illustre, leggendario scrittore o grande imperatore che sia, rappresenti la sua vita. Non è così, dato che quella biografia è solo una ricapitolazione, una sintesi, e anche abbastanza grossolana, della sua esistenza. Anche chi ha vissuto accanto a quell’uomo illustre, in vita, non sa cosa sia stata la vita di costui. Conosce i fatti, magari, qualche sfumatura o idiosincrasia. Solo l’uomo illustre sa quanti spazi grigi e zone d’ombra ci sono nella sua cosiddetta biografia. Possiamo conoscere la data di nascita e di morte di Lovecraft, ma sondare la profondità della sua esistenza è un’operazione che non ha limiti. Questo fa di un uomo illustre un interessante pozzo di san patrizio dell’umanità. Noi abbiamo sondato il pozzo e abbiamo tirato su qualche relitto, qualche rottame, qualche frammento scheggiato, che poi abbiamo messo insieme. «Una» vita di Lovecraft perché ciascuno può ricomporre la vita di Lovecraft come crede, riempiendo gli spazi tra una data e l’altra, con la propria parte di realtà.

Una cosa che trovo interessante è la scelta di narrare la vita di Lovecraft come fosse una storia di Lovecraft: non c’è soluzione di continuità tra ciò che è reale e ciò che è immaginario (o immaginato), tra ciò che è ricordo e ciò che è sogno, visione. Suppongo sia stata una scelta a monte quella di raccontare Lovecraft con la ‘grammatica di Lovecraft’, è così?
Marco: L’idea non era quella di imitare Lovecraft, ma di espanderlo oltre i confini dei suoi testi. Quindi ho cercato di raccontare Lovecraft con la lingua dei racconti di Lovecraft. Anche se era previsto, a posteriori, a libro finito intendo, devo ammettere che poteva anche andare malissimo. Per fortuna, pare, è andata bene.
Maurizio: Forse è stato un ‘istinto’ a monte. Poco calibrato, non pianificato nei dettagli, non del tutto programmato. Il mio punto fermo è sempre stato chiaro, invece: restituire una narrazione incompleta, un momento troppo abbacinante e quello subito dopo troppo fioco e lunare, lasciando molto spazio di movimento per il lettore. Si è tentati di dare all’incubo e al sogno, ma anche alla vita stessa, alle nostre biografie, delle fondamenta troppo solide. E questo accade spesso con il materiale lovecraftiano. Non volevamo.
Tra gli eventi più interessanti c’è sicuramente l’incontro con Cthulhu, che in questa vita di Lovecraft avviene realmente. Ma c’è davvero differenza, soprattutto per chi scrive, chi fa arte, tra ciò che è reale e ciò che è immaginato? Pensare e vedere, immaginare e vedere, hanno davvero un confine?
Marco: Ciò che reale e ciò che è immaginato sono distinti. O meglio, io ho l’idea che siano distinti. Al contrario sarei uno dei personaggi di Lovecraft che impazziscono proprio perché una deità mostruosa, facendo irruzione nella realtà, scardina completamente le basi stesse del pensiero umano che di fatti si accartoccia su se stesso come un treno che deraglia. A proposito di treni, mi piace la frase che afferma che chi ha inventato la locomotiva allo stesso tempo ha inventato l’incidente ferroviario, un fenomeno che prima non poteva esistere. Penso che inventare vuol dire porre un seme nell’immaginazione che può germinare nella realtà. Per Lovecraft è andata così: il suo immaginario ha rigogliosamente invaso le menti di tantissimi scrittori prima e poi intellettuali e infine anche filosofi. L’immaginato è diventato lente attraverso la quale la realtà può essere scomposta, interpretata, compresa, tramandata. Ad esempio, l’orribile crisi climatica che stiamo vivendo e che ci sta divorando senza che si riesca a fare niente o l’avvento di miliardari ottusi e miopi in politica e nella vita economica sono fenomeni che io definirei cthulhiani. Ecco quindi che categorie nate nella fantasia di un poveraccio di Providence prima della seconda guerra mondiale diventano realtà tragicamente tangibili nel primo quarto di secolo del terzo millennio.
Maurizio: Il mio lavoro non è separato dalla mia vita. Parlo di un uroboro. Vivo per lavorare e lavoro per vivere. Ma non parlo dell’economia. Lavoro per vivere non riguarda bollette e insoluti ma i fini e gli scopi. Il mio modo di metabolizzare questa particolare vita “biologica” (come direbbe Lovecraft) è raccontare storie. Mi interessa poco cosa è reale o verosimile o impossibile. Tutto esiste.

Più volte, anche nelle interviste, avete raccontato di avere inventato un solo evento: una lettera scritta dal padre morente e indirizzata a Lovecraft, che però non gli era mai stata recapitata. Potete raccontarci come avete lavorato, come l’avete costruita?
Maurizio: Io posso dirti che quando ho letto la sceneggiatura la prima volta è stata la parte che mi ha fatto scegliere di provare a fare questo fumetto. Mi ero domandato Come la farai? E gran parte della motivazione è stata data dal vedere come avrei fatto. Marco, in quella parte di sceneggiatura, mi aveva lasciato solo-e-soltanto il testo integrale della lettera. Una lapide lunghissima. Ne ero rimasto atterrito. ‘E qui cosa disegno?’
Marco: La lettera al padre è stata scritta di fila. È scoppiata, in pratica. Ed è rimasta lì, con pochissimi ritocchi, se non quasi nessuno, rispetto alla versione originale che è di quasi dieci anni fa. È diventata il faro che ha guidato la nostra rotta. Mi pare di capire quindi che il libro è quella lettera, che, all’osso, racconta della ricerca di sé e delle proprie origini, del patto che si crea tra un padre e suo figlio. La lettera è una confessione e allo stesso tempo lo svelamento delle leve soprannaturali che trasformeranno il figlio nel grande scrittore dell’orrore che tutti oggigiorno conoscono.
Dal punto di vista della struttura, l’opera è divisa in tre atti: Lovecraft bambino, Lovecraft a New York e poi Lovecraft dopo il ritorno a Providence. In questa struttura ordinata, tuttavia, tutto si muove in modo ‘caotico’: nel fumetto sono presenti aforismi, dialoghi, didascalie, cantilene… è un modo di restituire un autore che aveva a che fare con il ‘caos’ e che provava a creare un ‘cosmo’?
Marco: Di certo abbiamo cercato di lavorare con ordine quella materia fumosa che è la biografia di un autore. Come dicevo più su, possiamo avere soltanto dati sugli illustri esseri umani che ci hanno preceduto. E di Lovecraft noi abbiamo una marea di informazioni, fornite da lui stesso, nelle sue lettere, ad esempio. Ciò nonostante i dati confermano e infittiscono il mistero. Quest’uomo così legato alla scienza riusciva a credere al mondo del sogno come un infante è stregato dai riflessi della luna sul mare notturno. Questo attorcigliamento, questa complicazione rende Lovecraft un soggetto da profilare molto interessante, perché dietro i fatti e le date si muovono le fiammelle del mistero che è l’essere umano, ovvero una macchina della contraddizione. Ogni buona scuola di scrittura insegna ai propri discepoli che, al fine di renderlo realistico, un personaggio deve avere un grado di contraddizione, se non proprio di follia, perché i personaggi senza sfaccettature rischiano di non essere credibili, di sembrare come delle maschere. Eppure noi, con l’esercizio della biografia per dati, per date, per aneddoti smontiamo il mistero e lo inscatoliamo nell’osceno contenitore della comprensibilità. Ogni essere umano è un mistero, e le biografie, quando vengono fatte per bene, seguono questa traccia prima di ogni cosa. Limiamo gli errori di percorso, levighiamo gli angoli appuntiti, ammorbidiamo le storture, perché nell’epoca dell’apparenza social, della codificazione della propria felicità, il mistero va a farsi benedire e dobbiamo sembrare tutti uguali come gli spettri del folklore dei più piccoli.
Maurizio: Lovecraft aveva creato un cosmo con tutti gli attributi che lo definiscono: zone d’ombra, luoghi irraggiungibili, buchi neri, luci deboli e colossi energetici. Se l’universo è un atomo, Lovecraft aveva scelto la sua rappresentazione più nebulosa, quella in cui non esistono traiettorie di elettroni ma probabilità di incontrarli in un certo segmento di spazio, in un certo tempo dato. La sua mitologia e il suo orrore funzionano perché sono i cocci di un manufatto dalla forma incomprensibile.

Ne viene fuori con forza un lavoro di grande ‘atmosfera’, che d’altra parte era tutto quello che contava per Lovecraft. Un altro concetto a lui caro era quello dell’importanza del realismo: in una storia dell’orrore, ci insegna Lovecraft, tutto deve essere di assoluto realismo tranne che l’elemento fantastico su cui si lavora. Anche qui avete tenuto fede alle sue prescrizioni, alla sua poetica e alla sua estetica.
Marco: Ho educato il mio gusto sui parametri di Lovecraft fin da ragazzo e quindi questa scelta è stata necessaria, se non proprio istintiva. Non ricordo di averci pensato su molto. Lavorare ad una sua storia utilizzando i suoi stessi strumenti di narrazione era l’unica maniera per venirne a capo. È qualcosa di più di un gioco letterario, è anche rendere giustizia ad un autore che oggigiorno è alla deriva tra vuota cultura pop e acre nichilismo da tastiera.
Due domande che riguardano voi. Una per Maurizio, che non aveva mai letto Lovecraft. Come è stato entrarci dentro così, lavorando alla sua vita?
Maurizio: Da un certo momento in poi non ho più disegnato la sua vita ma la nascita, la crescita e la morte della necessità di scrivere (o disegnare. O suonare. O fischiettare, scegliete voi). Abbiamo scelto quella particolare citazione di Dürrenmatt in apertura proprio per questo motivo. È la biografia di un bisogno dettato dalla paura.
Una per Marco, a proposito della scelta di lavorare a una biografia. Raccontare lo sguardo sul mondo di un altro autore quanto ci aiuta a raccontare il nostro sguardo sul mondo?
Marco: Sarebbe bello capire il mondo. Non so se sarebbe utile, ma sarebbe senz’altro bello. Io personalmente ho rinunciato a comprendere le cose che avvengono attorno a me. Non capirle mi rende tutto più stimolante. Non è fatalismo, è proprio una resa incondizionata. Questo ovviamente mi carica sia di una sana frustrazione, ma anche di tenace ironia nei confronti delle cose, delle persone – crea quindi un legame ulteriore e più profondo col mondo stesso. La letteratura è confortante perché io vedo in tutti gli autori che leggo la stessa vivifica disperazione. Lo scrittore, tra tutti, poi, è quello che può capire di meno, perché tende a complicare invece di semplificare, ad aggiungere ritmo, ornamento, significato. Forse l’idraulico, con tutto quel suo rigirarsi tra un tubo e l’altro, tra liquidi che entrano ed escono, può arrivare a capire il più corretto senso delle cose.
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