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The Eight Hundred, storia di una sconfitta che rilancia il cinema cinese



A cavallo fra 2019 e 2020 avvengono, in Cina, tre cose che nessuno avrebbe potuto prevedere. E che hanno, in modo diverso, una portata mondiale.
La prima è l’epidemia di Covid-19. La seconda è, nel 2020, il sorpasso del box office della Cina Popolare su quello degli Stati Uniti: per la prima volta nell’arco di un anno solare le sale cinematografiche cinesi incassano più di quelle americane. È una conseguenza diretta della pandemia. Entrambi i paesi – come quasi tutto il mondo – vivono il lockdown, ma con tempi diversi. La Cina chiude tutto all’inizio del 2020 e le sale cinematografiche vengono chiuse a fine gennaio. Ma a luglio, quando negli Stati Uniti la situazione è drammatica, la Cina è fuori dall’emergenza e il 20 del mese le sale riaprono in pompa magna. Da lì in poi i dati del box office sono eccezionali. Il 21 agosto esce un film intitolato The Eight Hundred, “Gli 800” (in cinese Bā bǎi). È diretto da Guan Hu, regista nato nel 1968. Costato circa 80 milioni di dollari, ne incassa al cambio ufficiale – solo in Cina – più di 450. È il maggior incasso dell’anno ed è la terza cosa che nessuno aveva previsto. Vediamo perché. 

Il film racconta la cosiddetta “battaglia” del magazzino Sihang, che si svolse a Shanghai dal 26 ottobre al 1 novembre del 1937 durante la guerra sino-giapponese, considerata uno dei prodromi del secondo conflitto mondiale. Un battaglione dell’88esima divisione dell’esercito cinese di Chiang Kai-Shek tenne testa per una settimana a forze giapponesi soverchianti. È nota come la resistenza degli “800 eroi”, ma in realtà pare che i cinesi fossero solo 452. Il Giappone aveva invaso la Cina nel luglio di quell’anno. Fu una battaglia “simbolica”, perché un simbolo era Shanghai, come sarebbe successo pochi anni dopo in Unione Sovietica per Stalingrado. La città ospitava le “concessioni internazionali”, le sedi commerciali delle principali potenze occidentali. Il magazzino Sihang era un enorme edificio sulla riva del fiume Suzhou: le principali concessioni stavano proprio di fronte, sulla riva opposta. La battaglia ebbe degli aspetti surreali, ben visibili nel film: mentre i soldati cinesi combattevano i giapponesi che, a ondate, assaltavano il magazzino, dall’altra riva del fiume una folla in gran parte di stranieri (anche giornalisti) assisteva agli scontri come a teatro. L’ordine era di resistere il più possibile, ma la resistenza non aveva alcun senso strategico: serviva, invece, affinché gli stranieri e i media osservassero da vicino l’eroismo cinese e la brutalità giapponese. Chiang Kai-Shek sperava, pubblicizzando questo episodio, di indurre i paesi occidentali a entrare nel conflitto al fianco della Cina: ma non andò così, anzi. I superstiti furono accolti nelle “concessioni”, ma molti di loro furono arrestati dalle truppe inglesi perché i giapponesi vittoriosi avevano minacciato di invadere la zona internazionale se i soldati cinesi fossero ritornati alla loro divisione di appartenenza. 

The Eight Hundred Heroes

The Eight Hundred è un film su una “sconfitta gloriosa”. La storia è piena di sconfitte militari che diventano miti fondanti dell’identità nazionale: pensiamo alle Termopili, a Kosovo Pole e al nazionalismo serbo, a Fort Alamo. Si prende una disfatta, se ne canta l’eroismo, si titilla (a volte si costruisce) il patriottismo. È abbastanza ovvio che “gli 800 eroi” fossero stati celebrati dal cinema del Kuomintang, con un film del 1938 diretto da Ying Yunwei, e dal cinema di Taiwan, con una pellicola del 1976 diretta da Ting Shan-Hsi. Tutti questi film si intitolano The Eight Hundred come quello, nuovo, di Guan Hu. Ma è proprio quest’ultimo film a essere una sorpresa: come mai un tema perfetto per la Cina pre-rivoluzionaria e per Taiwan diventa altrettanto perfetto per la Cina di Xi Jinping

La domanda si fa ancora più intrigante se si pensa che The Eight Hundred era pronto per l’estate 2019: doveva aprire il festival di Shanghai per poi uscire in sala a luglio. Fu ritirato, senza alcuna motivazione, due giorni prima del festival. Vedendolo (come è possibile fare su YouTube, con sottotitoli inglesi) è possibile individuare due motivi politici. Il primo è l’ambientazione: il film si svolge nel 1937, e quando i soldati cinesi issano la bandiera sul tetto del magazzino, con un gesto che ricorda i marines di Iwo Jima, la bandiera… è quella del Kuomintang, rossa con una stella bianca in un riquadro blu in alto a sinistra, quella che ancora oggi è la bandiera di Taiwan! Direte: per forza, in un film ambientato nel 1937 che bandiera si dovrebbe vedere? Ma non è così semplice. Pare che i funzionari di partito che dovevano dare “semaforo verde” al film siano trasaliti e abbiano immediatamente ordinato lo stop. Vedendo il film così com’è uscito, si nota che Guan Hu è molto astuto: la bandiera è quasi sempre vista da lontano, o inquadrata in parte, ovviamente la parte rossa… ma forse si tratta di accorgimenti successivi, per aggirare la censura, che in realtà ha altre motivazioni. Leggendo con attenzione i titoli di testa, si nota alla voce “produzione” una parolina molto importante: Alibaba. Sì, tra i finanziatori del film c’è il colosso cinese dell’e-commerce, che negli ultimi mesi ha avuto rapporti assai problematici con il Partito Comunista. Jack Ma, fondatore e padrone di Alibaba, è stato a lungo irreperibile dall’ottobre del 2020 in poi ed è ricomparso solo a gennaio 2021, ma il futuro assetto delle multinazionali cinesi rimane nebuloso (ne sanno qualcosa i tifosi della squadra di calcio dell’Inter, che hanno visto i proprietari – il gruppo Suning, assai più vicino al governo rispetto ad Alibaba – tagliare all’improvviso i finanziamenti dopo l’ordine di Pechino di ridurre drasticamente gli investimenti all’estero). Alibaba e un altro colosso del web, Tencent, hanno finanziato il film attraverso la Huayi Brothers, una delle società private di produzione più antiche del paese. Pare che Huayi – sempre con il contributo dei due colossi – abbia dovuto sovvenzionare generosamente il Partito Comunista dopo il blocco del film; e il partito, in cambio, ha organizzato proiezioni in tutti i suoi circoli dando finalmente a The Eight Hundred l’agognata etichetta di “patriottico”. Così il film, bloccato nel 2019, è uscito nel 2020 e ha sbancato il jackpot! 

The Eight Hundred Heroes

Il senso profondo di questa storia è proprio il patriottismo, che in questa fase della storia cinese è sinonimo di nazionalismoThe Eight Hundred è violentemente, orgogliosamente anti-giapponese, anti-straniero, anti-tutto. E tale nazionalismo diventa onnicomprensivo, illumina la storia successiva del Paese. Nel suo discorso finale, il comandante degli “800” incita i superstiti a rimanere vivi perché il loro eroismo diventi il fondamento della Cina del futuro. Non andò affatto così, nella realtà; ma funziona così oggi, al cinema. È come se gli eroi del magazzino Sihang fossero la base ideologica sulla quale costruire la Cina della rivoluzione (avvenuta 12 anni dopo) e, perché no, la Cina ricca, orgogliosa e nazionalista di oggi. E nel cinema cinese attuale l’orgoglio nazionale viene spesso declinato in chiave bellicosa, per non dire bellica. La risposta del pubblico è clamorosa: è assai curioso vedere come, rispetto al successo di The Eight Hundred, siano andati male in Cina film come Tenet e come Mulan (che la Disney ha realizzato proprio per conquistare quel mercato…). Il più grande successo di pubblico cinese degli ultimi anni si intitola Wolf Warrior II: uscito nel 2017, ha incassato in tutto il mondo più di 800 milioni di dollari (dei quali più di 700 nel mercato interno). È il seguito di Wolf Warrior, film del 2015, e leggendo simili incassi non vi stupirà sapere che è in preparazione un terzo capitolo. Regista e interprete di questa saga è Wu Jing, un giovanotto prestante, attore abbastanza anonimo, che non è azzardato definire il “Sylvester Stallone cinese”. Feng Leng, il “lupo guerriero” del titolo, è un soldato inizialmente insubordinato che viene scelto come nuovo membro di un eletto, selezionatissimo “corpo speciale” dell’esercito cinese. Rientra dalla finestra, in questi film, un tema antico: “l’addestramento dell’eroe”, che affonda le proprie radici nella filosofia Zen ed è alla base di tutti i film di arti marziali, Bruce Lee compreso. Ma stavolta siamo nelle forze armate, in un esercito che viene descritto come super tecnologico e impregnato di eroismo. Nel primo film, Wolf Warrior appunto, Wu Jing combatte contro dei mercenari al servizio di un paese imprecisato… ma decisamente americani nei tratti e nei modi! 

Con un mandato governativo molto preciso – puntare al mercato interno e sostenere “l’orgoglio cinese” ad ogni costo – il cinema cinese, insomma, si è dato al “Rambismo”. The Eight Hundred è anche un ottimo film. Wolf Warrior sembra a noi occidentali una versione hi-tech di Rambo II (quello in cui Stallone ricombatteva, da solo, la guerra del Vietnam: e ovviamente la vinceva!). Potrebbe persino esserci un monito, in questo nuovo genere: come dice più volte il comandante dei Wolf Warrior, «chi dà fastidio alla Cina passerà un brutto quarto d’ora»… Con un paradosso: che questi film si ripagano ampiamente con il box office nazionale e non sembrano minimamente interessati a conquistare i mercati esteri, a parte le grandi comunità cinesi sparse nel mondo. Wolf Warrior II è uscito in pochissimi paesi non asiatici, e stiamo parlando del più grande successo nella storia del box office cinese. L’Italia, manco a parlarne: al massimo questi film arrivano nel mercato home-video, o sulle piattaforme. Anche da un punto di vista politico, quindi, il senso di questo nazionalismo battagliero è tutto rivolto all’interno, al rafforzamento di un consenso che si basa sui risultati economici ma vuole, evidentemente, lavorare anche sull’ideologia, sulle coscienze, sull’immaginario popolare. In fondo, anche se super capitalisti, sono pur sempre comunisti… 



Immagine dalla locandina ufficiale di The Eight Hundred (2020, Cina)




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