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Lo sguardo sul lavoro degli invisibili. Una conversazione con Uliano Lucas



Attento e autonomo osservatore della realtà, Uliano Lucas ne ha indagato aspetti sociali autentici e nascosti. Grande fotoreporter del nostro tempo, ha raccontato il lavoro dagli anni Settanta ad oggi esplorando l’interno delle fabbriche, i gesti dei lavoratori e le espressioni dei loro visi, colti nei luoghi della produzione. Ma non solo. Facendosi accettare, ha stabilito con gli operai una sintonia che gli ha permesso di indagarne la vita anche all’esterno dei recinti industriali, nei quartieri delle periferie sino entro le loro case. Attratto dai cambiamenti nel tessuto sociale delle città industriali, racconta inizialmente Milano e poi luoghi e persone dimenticate negli angoli del mondo. Mediante un lavoro preciso ed etico ha prodotto informazione e, contrapponendosi alle (edulcorate) immagini aziendali e alle ricorrenti rappresentazioni superficiali, una controinformazione di spessore civile.
Il 25 maggio ha compiuto ottant’anni: lo abbiamo incontrato alla mostra Dentro il lavoro. L’Ilva di Taranto 1980 e Iseo Serrature 2019, da poco inaugurata al Museo dell’Energia Idroelettrica-musil di Cedegolo (organizzata dalla Fondazione Isec di Sesto San Giovanni e dal Museo dell’Industria e del Lavoro di Brescia) e aperta sino al 25 settembre. La bella esposizione, collocata nelle scabre sale superiori dell’ex centrale, restituisce una parte significativa del suo percorso di ricerca, raccontando il lavoro di ieri e di oggi.

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Come si è accostato alla fotografia?
Mi sono avvicinato al mondo del fotogiornalismo negli anni Sessanta frequentando il quartiere di Brera e soprattutto il bar Jamaica. Ascoltando i discorsi di fotografi e intellettuali più vecchi di me, che abitavano nella zona e frequentavano il locale, ho capito che la macchina fotografica era uno strumento che mi permetteva di gestire il mio tempo e che attraverso la fotografia potevo dare voce alla realtà che mi circondava e contemporaneamente ad una parte importante di me stesso. Ho fatto il freelance, che significa il precario per tutta la vita, ma mi è andata bene. È stata una scelta che mi ha permesso di soddisfare le mie curiosità, i miei interessi e vivere in continuo dialogo con gli altri.

Come è nato l’interesse per il mondo del lavoro e i temi sociali?
La mia scelta di raccontare il mondo del lavoro, che continua ancora adesso, è stata una scelta politica che ho potuto fare appunto lavorando da freelance. Non avendo una committenza ho potuto scegliere liberamente i temi da indagare e il modo in cui farlo. Certo la collaborazione con settimanali di rilievo come Tempo, L’Espresso, L’Europeo, mi ha permesso, a un certo punto, di entrare nelle fabbriche, cosa non sempre facile, però poi scattavo immagini anche per me, per altri progetti e non solo per il reportage per il giornale. Il mio interesse verso le tematiche sociali risale già agli anni Sessanta, quando cerco di capire cosa mi sta intorno: la periferia milanese, le quotidianità della vita. È stata una grande avventura. Le fabbriche erano inaccessibili, un mondo sconosciuto, segnato dalla fatica, ingrato, duro. Chi ci lavorava aveva poca voglia di parlarne. Ma gli operai solidarizzavano con me. Ero lì con loro, ero uno di loro.

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Come ci si prepara ad un reportage?
Per fare fotografia bisogna essere colti, non basta padroneggiare la tecnica o avere senso estetico e prontezza nel catturare l’immagine, bisogna leggere, informarsi, conoscere una situazione per capirla e raccontarla. Io mi sono formato sui libri e nei cineclub, guardando migliaia di fotografie. È fondamentale impadronirsi del linguaggio visivo e poi, appunto, prepararsi su quanto si sta per documentare. Facciamo il caso del quartiere di una città industriale. È importante innanzitutto visitare quei luoghi e contemporaneamente andare in biblioteca e negli archivi di urbanistica e leggere di sociologia, ma anche parlare con il curato della parrocchia e con sindacalisti e operatori dei servizi sociali, per raccogliere informazioni prima di iniziare ad operare all’interno del quartiere e delle sue contraddizioni. Devi crearti dei punti di appoggio che ti aiutino a muoverti nel territorio e a scoprirlo, in un lungo lavoro di indagine e di ricerca. Non si tratta di scattare qualche buona fotografia, ma di camminare dalla mattina alla sera impossessandosi via via del tempo di quei luoghi, della vita del quartiere, bisogna leggere il ciclo delle ore e dei tempi della vita.

Cosa è cambiato?
Nei reportage dei decenni passati i tempi della vita nelle città erano dati dal ritmo della grande fabbrica. Oggi non più: il tempo si è dilatato e sta a te scoprire come si muove la vita, che oggi è più difficile da indagare. Il grosso rischio è cadere nella semplificazione e nei cliché. Ad esempio, per una periferia di Milano come Quarto Oggiaro, anziché entrare nel quartiere e fotografare i problemi di tossicodipendenza, microcriminalità e devianze è più facile scattare una fotografia delle case popolari e scrivere a commento uno slogan: il Bronx di Milano. Questo non è fare informazione, è banalizzare tradendo le complessità e le specificità della realtà.

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Cosa significa fotografare?
Scrivere con la luce, ridare forma alla realtà, in una dialettica costante tra la realtà e il tuo sguardo.

Quali sono i temi e i soggetti che ancora la attraggono?
A distanza di tempo, devo dire: tutto. Nel senso che ho fotografato tanti mondi, tante situazioni, con reportage approfonditi e scatti di cronaca, e tutti mi hanno dato qualcosa d’importante.

Che rapporto ha stabilito con le persone fotografate?
Un rapporto di rispetto. Ho sempre avuto la consapevolezza che stavo fotografando delle persone che si “donavano”, che si affidavano al mio sguardo, alla mia rappresentazione, che fosse un operaio in una fabbrica, un bambino in India o qualcuno nella sua casa… Ecco il ruolo sociale del fotografo; dare voce alle storie di tanti individui. Come nel caso degli utenti degli ospedali psichiatrici, io guardavo il loro sguardo, che era costantemente interrogativo: che cosa vuoi fare della mia persona?

Uliano Lucas

La fotografia oggi può ancora avere un ruolo sociale?
È una domanda che dobbiamo porci tutti: che funzione diamo oggi alle fotografie di reportage, come reagiamo ad esse? Possono essere ancora il motore di azioni collettive di miglioramento della società? Da parte sua il fotografo non può che portare avanti il suo impegno, affermando la forza della fotografia nel raccontare la vita degli uomini. Ma la fotografia non finisce con l’attualità, ha una vita sua. Oggi le mie fotografie vengono usate da sociologi e urbanisti per capire com’erano e che cosa sono stati i quartieri o le città che ho fotografato, sono nei libri di storia e in quelli delle scuole elementari, dove raccontano fatti e situazioni. La fotografia è anche una grande memoria storica. E io sono sempre stato consapevole di questo, ho sempre saputo che documentavo da buon artigiano per gli storici del futuro.

La fotografia ha un ruolo politico?
Fare fotografia è fare politica, non si sfugge.

Ci sono situazioni o luoghi che più ha amato nel suo lavoro fotografico?
Ogni situazione mi ha dato qualcosa. Certo ci sono luoghi in cui sono avvenuti buoni incontri, che hanno arricchito in modo particolare la mia storia personale e l’insieme delle conoscenze e informazioni che mi hanno permesso di fare altro. Recentemente ho raccontato un quartiere di Bari di 50.000 abitanti senza una biblioteca o un cinema, vivendo con i suoi abitanti e facendomi portare in giro da loro, cercando di capire come vivevano (e lo vivevano con amore) il loro quartiere che però era una giungla d’asfalto.

Uliano Lucas

È decisivo quindi operare ‘in residenza’ per cogliere correttamente temperature emotive e sociali.
Esatto, servono tempi lunghi, soprattutto per capire.

La fotografia può aiutare a ristabilire giustizia?
La fotografia non può cambiare il mondo, può far riflettere la persona che la sta guardando. Ma per fare questo deve essere letta con consapevolezza senza fermarsi al dato dell’emotività. In un contesto di guerra, ad esempio, per leggere correttamente una fotografia bisogna sapere da chi è stata scattata, bisogna conoscere le forze in campo, se si tratta di un paese democratico o di una dittatura, altrimenti diventa una foto generica come migliaia di altre di sfollati o disperati, ma non restituisce il contesto. Quando scatti una fotografia devi riuscire a dare la tua impronta, fornita solamente dal tuo sguardo e dalla tua scelta politica, per inserirla nel contesto e rivelarlo.

Quale rapporto esiste tra fotografia e verità?
La fotografia non è la verità, è una parte della tua storia e della tua verità. Si può anche barare, non bisogna dimenticarlo.

Uliano Lucas

Chi è un fotografo?
Io posso parlare della mia generazione, della mia idea del mestiere: per molti di noi il fotografo era un freelance che aveva deciso di fare della fotografia la sua scelta di vita: una macchina fotografica, una pellicola e la libertà. La libertà di guardarsi intorno e raccontare una società piena di contraddizioni per dei giornali della borghesia liberal-progressista, che avevano capito la forza dirompente dello sguardo del fotografo e della fotografia, uno sguardo sul mondo che entrava direttamente nelle case del lettore. Anche se, come sempre, è decisivo quale sguardo ha il fotografo. Questo fa la vera differenza.

Che valore può avere ancora oggi un reportage?
Un reportage può mostrarti e spiegarti quello che sta accadendo in un paese dimenticato dal mondo: è uno sguardo sul mondo degli invisibili, in passato come oggi. Negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, un periodo animato da un forte movimento di coscienza sulle diseguaglianze sociali e sulle discriminazioni, l’immagine fotografica ha contribuito alla costruzione delle libertà civili e, a mio parere, questo continua ad essere il suo ruolo. Portare all’attenzione collettiva il mondo della fabbrica, i temi del lavoro minorile, delle disabilità, delle ragazze-madri, delle malattie mentali, tutti argomenti che una società conservatrice teneva nel cassetto, significava contribuire alla conoscenza e alla discussione su queste realtà. Ad esempio, la fotografia è stata fondamentale per aiutare Franco Basaglia a chiudere i manicomi. Le fotografie a piena pagina pubblicate su settimanali come L’’Espresso, che mostravano donne senza denti, rese gonfie dai farmaci, sofferenti, portavano anche il lettore a dire no, questo non possiamo permetterlo. Per cui la fotografia aiuta, con la scrittura, a dare una spiegazione di ciò che sta intorno a noi, e che non possiamo direttamente vedere.

E com’è cambiata la fabbrica, nel corso del tempo?
La fabbrica in cui io, con difficoltà, entravo negli anni Settanta, come reporter dell’Espresso, era una fabbrica senza diritti, era il luogo dello sfruttamento. Oggi, grazie alle battaglie politiche e sindacali degli anni Settanta, ai cambiamenti del sistema di produzione e della società, la situazione è mutata. Le condizioni di lavoro sono più dignitose, il lavoro è diventato meno faticoso, è finita l’epoca dell’operaio-massa e sono aumentate le competenze. Resta il fatto che credo ci si debba interrogare sullo spazio del lavoro nella nostra società e iniziare a pensare, oggi che le nuove tecnologie lo renderebbero possibile, ad una società in cui il lavoro non sia più il centro della vita.



In copertina e nell’articolo: fotografie di Ismaele Bulla

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