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Leggere Cesare Zavattini. Magia e realismo all’unisono



Pubblichiamo a seguire un estratto dalla tesi di Erika Nizzoli dal titolo, Cinco Historias de España: traduzione dallo spagnolo all’italiano di un film mai girato. Il lavoro di tesi si concentra sulla traduzione dallo spagnolo all’italiano dei soggetti cinematografici di Cinco historias de España: un progetto di sceneggiatura mai realizzato che Cesare Zavattini (1902-1989) scrisse, in parte, durante il suo viaggio del 1954 in Spagna, con la partecipazione del regista Luis García Berlanga (1921-2010) e di Ricardo Muñoz Suay (1917-1997), altra figura eminente del cinema spagnolo.
L’estratto che segue, per comprendere il linguaggio dell’autore emiliano, riassume le origini del suo stile di scrittura e di fare cinema: dalla realtà alla magia, dall’umorismo surrealista al realismo magico, che Gabriel García Marquez ricondusse fermamente al film Miracolo a Milano (1951), realizzato su soggetto dello stesso Zavattini.

Zavattini
http://www.cesarezavattini.it/Sezione.jsp?idSezione=24

In una testimonianza preziosa, Gabriel García Marquez dichiara: «Credo si possa affermare che la radice del “realismo magico” del romanzo latino-americano sia in un film come Miracolo a Milano. Non c’è stato un tentativo di imitazione da parte nostra, quel cinema ci ha solo svelato una realtà che noi eravamo abituati a guardare con occhi diversi. Il “realismo fantastico” della letteratura del nostro continente l’ha inventato Cesare Zavattini». Non è un caso che lo scrittore colombiano, conosciuto per la sua “penna magica”, trovasse nell’autore emiliano un esempio e un modello anche per quelle che sarebbero state le sue storie. D’altronde Cesare Zavattini, la cui figura professionale in Italia è sempre stata associata più a quella di “sceneggiatore di Vittorio De Sica” che a quella di scrittore e autore poliedrico, è un riferimento per la letteratura prima ancora che per il cinema. Se Gabriel García Marquez stimava Zavattini e vedeva in lui l’uomo che aveva inventato il realismo magico era perché aveva visto Miracolo a Milano: un film, certo, ma che prima di tutto era stato un testo. 

Miracolo a Milano uscì «l’8 febbraio 1951 al cinema Odeon, proprio di fianco al Duomo e alla Madonnina: è uno di quei film che sanno cancellare il tempo e continuare a parlare allo spettatore, oggi come ieri».1 Il film vinse la Palma d’oro a Cannes e ricevette i complimenti della critica internazionale, ma nell’Italia dell’epoca fu anche al centro di diversi dibattiti. Uno dei temi centrali della sinossi, che ricalca la contrapposizione poveri-ricchi – dove i primi sono costretti a vivere in baraccopoli nella periferia di Milano minacciati dall’imprenditore per eccellenza (Mobbi), e i secondi abitano palazzi del centro cittadino serviti e riveriti – scosse l’opinione sia della destra che della sinistra. Da una parte, si criticava il film per l’avvicinamento a valori socialisti attraverso il personaggio di Mobbi, che ridicolizza la figura del padrone; dall’altra, ci si scagliava contro agli aspetti fiabeschi della storia: Vittorio De Sica e Cesare Zavattini sembravano essersi discostati dall’impegno sociale  neorealista, messo a punto anni prima con Sciuscià (1946) e Ladri di bicilette (1948), per creare una favola che semplificasse la realtà. 

Miracolo a Milano era però stato girato ispirandosi a un soggetto più antico e pubblicato nel 1943: Totò il buono. La circolazione del testo in Italia non ebbe tuttavia l’esito sperato se non dopo l’uscita del lungometraggio; né Zavattini poteva immaginare che anni dopo quel libro, apparentemente destinato ad un pubblico molto giovane (la prima stesura era stata scritta per essere una fiaba da leggere ai suoi figli), sarebbe stato consacrato come soggetto cinematografico di un film responsabile del diffondersi del realismo magico. Nel 1954, Totò il buono (Totò el bueno) venne pubblicato anche in Spagna, mentre in Germania vendeva venticinquemila copie. 

Nonostante Zavattini sia conosciuto soprattutto per aver filmato la realtà del Dopoguerra – riconosciuta nei volti di un’Italia dilaniata che cercava di rialzarsi e che egli incontrava nelle persone comuni – dell’autore luzzarese tanto amato da Gabriel García Marquez (che si fece seppellire con un suo basco), non è del resto passato inosservato il talento di saper fondere e bilanciare, attraverso la narrazione, l’elemento fiabesco e domestico.

«Ecco allora che anche Zavattini, come i surrealisti (…) sente la necessità di riportare l’uomo a immaginare, a sognare, a pensare, a sentire e a parlare con spontaneità; intona un inno al «desiderio», all’inconscio, al profondo, gli dà mille facce e smorfie, parole e spezzoni di parole, immagini sublimi e irriverenze blasfeme, sembianze angeliche o diaboliche: e ne fa con candore altrettante affilatissime armi di provocazione.»2

Sono questi quindi gli ingredienti che danno vita al connubio tanto personale quanto universale del realismo magico tipico dell’opera zavattiniana, che in Cinco Historias de España si può ritrovare nelle descrizioni di un paesaggio remoto e lontano: in La Capea, dove i personaggi sembrano «inciampare nel cielo» in una irresistibile caccia al toro fuggito dall’arena; e in Las Hurdes, dove un cinema improvvisato porta la magia in luoghi dove nessuno ha mai visto un’immagine in movimento. Sicuramente dopo Miracolo a Milano, e quindi Totò il buono, non si può parlare di un’opera zavattiniana fantastica e fiabesca comparabile a quella del 1943 – 1951, ma la ricerca di una comicità quasi sussurrata e una drammaticità a tratti esperpentica e romantica fanno di un viaggio realizzato e un film mai girato una storia in cui il modello magico fa da eco ai fatti più crudi e reali. 





Photo credits
Frame da
Miracolo a Milano di Vittorio De Sica




1 Mereghetti, Miracolo a Milano. Un omaggio a un film e a una città, a cura di G. Biondillo, EuroMilano, Milano 2021, p. 133.
2 Silvia Cirillo, Nei dintorni del surrealismo. Da Alvaro a Zavattini: umoristi, balordi e sognatori nella letteratura italiana del Novecento, Editori Riuniti, Roma 2006, p. 188.

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