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La chiave per vincere il vuoto. Una conversazione con Chloé Folens sul Cinema La Clef di Parigi



Quando vuole parlare di se stesso il cinema ama andare in una sala, dare le spalle allo schermo e riprendere il pubblico. Che la sala sia piena o vuota poco importa, apparirà sempre come il luogo dove succedono cose.
Non sorprende che queste scene stiano diminuendo (o siano ambientate al passato, come in Stranger Things), piuttosto sarebbe interessante capire quanto definitivamente siamo scivolati lontani da questo immaginario negli anni della pandemia.
I numeri ci dicono che almeno fino alla scorsa primavera molti cinema sono rimasti semi vuoti, e forte è la tentazione di leggerli come prova ultima del trionfo della visione individuale su quella collettiva. Si rischia però di dare troppe cose per scontate, come ad esempio che le sale debbano sempre rimanere uguali a se stesse.

Davanti al cinema La Clef

In Francia, dove i minimi post-pandemici fanno appena meno paura di quelli italiani, l’esperienza del movimento nato per salvare il cinema parigino La Clef ha messo in discussione i modelli di gestione tradizionale.
Nato negli anni ’70 nel centralissimo Quartiere Latino il cinema La Clef ha chiuso “definitivamente” i battenti nel 2018 dopo decenni di alterne fortune. Il 20 Settembre 2019 diversi collettivi parigini occupano il cinema, aprendolo al pubblico il giorno seguente per la prima proiezione di un’idea di cinema diversa… Per farci raccontare cosa è successo e cosa ancora deve succedere per fare di La Clef una casa del cinema “diverso”, amata da giovani e grandi nomi (come Leos Carax, Claire Denis e Jean-Luc Godard) abbiamo incontrato, a margine del Festival del Cinema Ritrovato di Bologna, Chloé Folens, una delle anime della lotta per la sua riapertura.

Cos’è successo nel primo periodo dopo l’occupazione del cinema?
Il 20 settembre 2019 diversi collettivi sono entrati nel cinema. Le prime 48h di occupazione sono pericolose perché se scoperto puoi venire perseguito penalmente. I collettivi hanno però deciso di organizzare subito il primo evento pubblico, e il giorno dopo hanno presentato una proiezione di Attica. Da quel momento almeno una delle due sale (da 120 e 68 posti) è stata attiva ogni giorno, mentre nello spazio bar, diverso dai piccoli foyer tipici dei cinema francesi, la gente poteva incontrarsi o studiare.
La programmazione era collettiva e chiunque poteva partecipare seguendo la linea editoriale generale, quella di far vedere film che non ci sono altrove, film militanti, dimenticati, di registi giovani o di paesi non molto considerati dalla distribuzione.
Poi è arrivato il primo lockdown e i film li abbiamo dovuti proiettare fuori dal cinema, sui muri di Parigi, mentre dentro continuavano le residenze e i laboratori. La stampa francese e straniera si è accorta di queste attività e ha fatto di noi il simbolo della cultura che resiste nella pandemia. Il che è abbastanza ironico visto che si trattava di un cinema illegale.

Nel frattempo cosa stavate facendo per cercare di raggiungere una stabilità?
Pochi mesi dopo l’occupazione, nell’inverno 2019, abbiamo perso il primo processo per l’occupazione. I danni da pagare erano di 350€ per giornata di occupazione. Al momento dell’appello, nell’ottobre 2020, dovevamo quindi pagare già 70.000€. A quel punto però avevamo già raccolto il sostegno di moltissime persone, tra pubblico e addetti ai lavori, compresi molti distributori da cui ricevevamo i film.
Il giudice dell’appello ci ha concesso sei mesi per rendere legale la nostra posizione e per noi è stato molto importante. Abbiamo iniziato a parlare con il comune, e poi è entrato in gioco il Groupe SOS, un’enorme impresa sociale con attività che si estendono in ogni area da cui il welfare pubblico si è ritirato.
SOS si dice entusiasta di comprare il cinema per poi affidarcene la gestione, forse un po’ troppo entusiasta. Abbiamo deciso di confrontarci con altre persone che conoscevano i metodi di SOS e ci siamo resi conto che prendere questa strada avrebbe significato perdere la nostra autonomia. In ogni caso, SOS cerca di acquistare il cinema anche senza di noi, che nel frattempo studiamo una soluzione per evitare i limiti che sia una proprietà privata che una pubblica imporrebbe alla gestione.

Se si vuole evitare sia la proprietà privata che quella pubblica, che alternative rimangono?
Abbiamo incontrato delle persone che avevano lavorato alla ZAD di Notre-Dame-des-Landes, e loro avevano trovato un’altra soluzione: creare un fondo di dotazione per raccogliere soldi per terre o attività e darle poi in gestione agli utilizzatori. Il fondo ha la proprietà formale delle risorse, ma non decide in merito al loro utilizzo. Seguendo questo modello abbiamo creato il nostro fondo, Cinema Revival. Il fondo cede l’utilizzo delle risorse con un contratto d’uso che segue dei principi di massima: organizzazione collettiva e orizzontale, politica di prezzo solidale, difesa dello spazio dalla speculazione immobiliare e promozione di una programmazione minoritaria. In questo modo la gestione rimane nelle mani delle persone che fanno funzionare il cinema.

Come si è arrivati allo sgombero di marzo?
Occupare uno spazio nel Quartiere Latino è molto difficile, tenerlo per più di due anni è incredibile! Abbiamo potuto farlo anche grazie al sostegno degli addetti ai lavori che si sono spesi per fare campagna di sensibilizzazione per noi e di quei deputati che più volte hanno scritto alla prefettura per chiedere di non sgomberare. Dopo due anni di occupazione però la pressione all’acquisto del SOS è diventata troppo forte e questo gennaio abbiamo ricevuto la notizia che lo sgombero era imminente. In quel momento è iniziata un’enorme mobilitazione da parte di tutti. Sapendo che la polizia in Francia non può sgomberare di notte abbiamo messo in piedi una programmazione no stop che per 5 settimane ha tenuto il cinema attivo tutti i giorni dalle 6 di mattina a mezzanotte, con proiezioni e incontri con professionisti del mondo del cinema e personalità pubbliche. C’era qualcosa a tutte le ore.

Che tipo di persone si vedevano a La Clef in questo periodo?
Un pubblico molto giovane, anche se dipendeva dalla proiezione. Per esempio, tra i collettivi ce n’era uno di vicini che organizzava proiezioni per persone più anziane. La maggioranza del pubblico aveva però tra i 20 e i 35 anni. Il successo era ancora più importante se consideriamo che nello stesso periodo post pandemico le sale francesi registravano un calo delle presenze del 40% e un tasso di riempimento medio del 10-15%, mentre noi raggiungevamo il 70%.
Questo secondo noi vuol dire che presentare film in maniera più intima e personale funziona. E soprattutto si rivolge a un pubblico giovane che le istituzioni culturali francesi hanno dato per perso, dicendo che hanno altre abitudini, che usano le piattaforme e non vanno più al cinema. Loro hanno voglia di cinema e di esperienza collettiva, ma magari non pagando 12 euro con 25 minuti di pubblicità prima del film e senza uno spazio per vedersi alla fine.

Poi però è arrivato lo sgombero…
Sì, il primo marzo alle sei di mattina. Ma due ore dopo, alle otto, il Groupe SOS ha pubblicato un comunicato in cui dicevano di rinunciare all’acquisto del cinema.

Perché, cos’era successo?
SOS aveva ormai molto da perdere in termini di immagine. Il caso dei premi César, per esempio, in cui molte delle professioniste e professionisti che hanno partecipato hanno sostenuto apertamente La Clef, ha messo pressione sulla ministra della cultura e quindi anche su SOS. Paradossalmente il momento in cui abbiamo perso lo spazio è diventato anche il primo in cui la proprietà era disposta a parlarci!

In sala

Adesso quali saranno i prossimi passi?
Continuare il discorso con la proprietà e con tutti coloro che ci possono aiutare a raggiungere i 4 milioni del prezzo richiesto. Abbiamo un budget molto dettagliato. Il fondo ha già raccolto centinaia di migliaia di euro da privati e ottenuto il via libera di una banca per il prestito di un’altra grande somma. Ora stiamo parlando con le istituzioni pubbliche e con sponsor privati.
Il gruppo di membri attivi è a sua volta cresciuto col tempo, da 15-20 persone a circa 60, più un centinaio di volontari e volontarie, tutti suddivisi nelle diverse aree di lavoro. Ci stiamo incontrando in altri spazi, ma ovviamente ci serve il nostro.

Stiamo parlando di Cinema Revival al Festival del Cinema Ritrovato, e già questi nomi evocano un po’ di nostalgia. Cosa rispondere a chi pensa che aprire un cinema oggi sia anacronistico?
Creare comunità è sempre un’attività che guarda al futuro. Il nostro obiettivo non è salvare un cinema storico, ma difendere la necessità di spazi di incontro, di scoperta e di creazione dentro un edificio storico. La nostra convinzione, e ce lo dimostra il giovane pubblico che abbiamo raggiunto, è che ci sia una domanda per il cinema. Non tanto per i film, ma per vivere una cosa insieme, e questo è di per sé politico e servirà sempre per il futuro. Creare spazi dove si possono vedere immagini dissidenti, dove si può pensare in maniera diversa e incontrare persone che forse non avresti frequentato altrove.
Non abbiamo nostalgia della sala perché il cinema ci interessa come fatto sociale, non tanto per le opere o per gli spazi in sé. Abbiamo la certezza che in questi spazi collettivi si formi l’intelligenza, lo sguardo critico, la rabbia, nuove relazioni e solidarietà. Il cinema ci insegna tanto, ma in fondo è anche un pretesto per stare insieme.



Immagine di copertina: credits Claire-Emmanuelle Blot

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