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Io non sono un architetto, sono un drago. Le piccole fantasie quotidiane di Alessandro Mendini



A due anni dalla scomparsa di Alessandro Mendini, il Museo Madre dedica una grande mostra all’opera dell’architetto e designer. Quelle allestite fino ad aprile sono piccole fantasie quotidiane, come il titolo della grande retrospettiva che racchiude progetti, plastici, installazioni realizzati in quasi cinquant’anni di lavoro. Una mostra che celebra anche il suo legame con la città di Napoli, dove nel 1999 firmò il chiacchierato restyling della cancellata che separa la Villa comunale dalla Riviera di Chiaia e due stazioni della celebre metropolitana dell’arte.
Quella di Mendini è un’architettura che sussurra o grida, a seconda dei casi, ma che si pone sempre in ascolto rispetto a quanto le sta intorno, al contesto entro cui si iscrive, in cerca di contaminazioni e disvelamenti reciproci. In un suo scritto intitolato Museo all’aperto, nel 2007, afferma: «Le piazze, le strade, i mercati, le passeggiate e i loro allestimenti vanno considerati come opere estetiche». È un’utopia del bello che l’architetto non abbandonerà mai, e che guarda alla scena urbana nel suo complesso per interpretare lo spirito e le atmosfere di una città. Per un’architettura che non è volta solo a contenere ma in cui l’arredo si pone come quinta, come scenografia.

Mendini

Poliedrico come un caleidoscopio, Mendini aveva più facce e ogni singola sezione della mostra ne racconta una: accanto ai grandi progetti ci sono gli oggetti d’uso comune, e ancora il lavoro editoriale per le riviste di architettura, urbanistica e disegno industriale che diresse, principalmente Casabella e Domus, infine il Mendini artista, fantasioso e ironico. Quest’ultimo amava il gioco e infatti sembra d’essere circondati da giocattoli per adulti, colorati e scherzosi. Ci sono il Tavolo Dolmen, il tavolo sopra un soppalco la cui forma ricorda una ziggurat e il tavolo orgasmo; la “sedia scivolosa”, gli stilemi in plexiglass dai colori fluo e i manufatti di matrice futurista che svettano come obelischi. Quanto alla serie di oggetti realizzati per la Alessi, una caffettiera, un cavatappi o un macinapepe sono concepiti come «delle sculturine che possono avere l’ambizione o la pretesa di essere simili a una di quelle che si dichiarano essere opere d’arte pura».

Mendini

Ma a Mendini si devono anche importanti intuizioni teoriche: quelle del “progetto molle” e del “de-progetto” (ovvero di un progetto che tolga invece che aggiungere). Si dichiarerà convinto che «se le cose avvenissero anche improgettualmente, cioè in una maniera molto più sciolta, molto più magmatica, filamentosa e non con intenzioni programmate e predeterminate, sarebbero migliori. Per cui vedo che il futuro sarebbe legato a delle persone tendenzialmente più libere dall’organizzazione e vedo che il progetto meno è organizzato meglio si sviluppa». Inoltre, affermerà in più occasioni che a interessarlo non sono il progetto da usare coerentemente al suo scopo né la realtà progettuale fine a se stessa, ma che guarda a entrambi «al fine di svolgere il mio naturale atto vitale, che è quello di produrre immagini. La mia vita non ha in sé intenzioni di progetto, non vuole realizzare obiettivi o programmi. Allora il disegno, la parola, l’oggetto, una rivista, un’altra e ancora un’altra rivista, la mostra, la lezione, la poesia, il dipinto, l’installazione, sono come onde che si frangono sulla spiaggia». E tuttavia, pur in questa fluidità, individua un sistema di regole del progettare, il cosiddetto “Codice Mendini”, come l’omonima pubblicazione a lui dedicata qualche anno fa da Fulvio Irace, che nell’introduzione al volume scrive:

«Nella sua lunga carriera Mendini ha seminato dietro di sé una tale scia di oggetti e di rievocazioni – più volte li ha definiti “pulviscoli” – da comporre una sorta di involontaria via lattea: una galassia evanescente fatta di buchi neri e di colorate comete, la cui struttura si rivela solo all’osservazione telescopica, l’unica che consente di metterne in chiaro le oscillazioni, le impennate, le ripetizioni, prodotte dall’encefalogramma di una mente vigile e inquieta».

Istrionico e determinato ad aggirare le etichette, sarà lui stesso a fornire la sua definizione più calzante, in un disegno dove dichiara: «Io non sono un architetto, sono un drago». A ben guardare la figura colorata, trova specificate le diverse parti di cui sarebbe composto: corpo da poeta, coda da architetto, testa da designer e mani da artigiano, gambe da grafico e piedi da artista, pancia da prete, petto da manager. Arianna Rosica, curatrice della mostra al Madre con Gianluca Riccio, scrive nel catalogo: «Per me Mendini è un artista che ha saputo sapientemente dialogare con l’architettura, l’arte e il design». Un grande artista per il quale abitare diventa un gesto e il paesaggio casalingo, inteso come insieme di oggetti domestici, è essenzialmente un paesaggio poetico.



In copertina:
Alessandro Mendini seduto sulla Sedia di Paglia 1974 fotografia Courtesy Archivio Alessandro Mendini, Milano 24 x 16 cm foto © Enrico D. Bona
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Alessandro Mendini. Piccole fantasie quotidiane, exhibition view at Madre, Napoli 2020. Photo Amedeo Benestante

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