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#Gli Scomodi – La sanità mentale dell’autore sacrificata sull’altare di Mad God



Ci sono molti film stranieri che nei cinema italiani non arrivano o a cui è riservato un lancio in pochissime sale, o molto tempo dopo l’uscita all’estero, film che non vengono promossi, film che rimangono ai margini del dibattito culturale. A volte questo accade anche al cinema d’autore, a film discussi dalla critica internazionale, a film premiati.
#Gli Scomodi è la rubrica di Emanuele Rauco dedicata ai film ignorati, ai film di cui non avete sentito parlare (finora) e su cui invece c’è molto da dire.


Come quel romanzo che teniamo nel cassetto per decenni, a cui lavoriamo nel tempo libero, una pagina oggi una pagina domani, che ceselliamo con minuzia pure se ci risulta difficile, forse impossibile terminarlo, Phil Tippett ha lavorato a Mad God trent’anni, precisamente dal 1990, quando ha cominciato a realizzare questa sua fantasia in stop-motion tra le pieghe del suo lavoro “ufficiale”, quello di curatore degli effetti speciali, lavoro per il quale ha vinto due Oscar, uno per Il ritorno dello Jedi e l’altro per Jurassic Park.

Proprio il film di Spielberg e l’avvento della computer grafica lo convinsero ad abbandonare il suo film personale, pensando che fosse giunta la fine dell’animazione tradizionale, ma vent’anni dopo i suoi collaboratori gli fecero cambiare idea, portandolo a riprendere la produzione. Senza budget, avvia una campagna di crowdfunding che raccoglie 124 mila dollari che lo convincono a tornare al lavoro su questa follia.

Mad God

Perché follia? Perché Mad God – inedito in Italia, dovrebbe arrivare in home video e forse in qualche sala – è un horror psichedelico animato a passo uno, senza dialoghi e senza una costruzione narrativa tradizionale, una specie di viaggio nell’incubo: un assassino, vestito come un militare e dotato di maschera anti-gas, deve scendere dentro un inferno per compiere una missione, dalla sua ha una mappa e una valigia. Nel suo percorso incontrerà decine di creature e finirà per fare i conti anche con se stesso e forse con la natura delle cose.

Proprio per la natura estremamente indipendente e artigianale dell’opera, Tippett ha fatto tutto da solo: scritto, prodotto, fotografato insieme a Chris Morley e ovviamente curato le animazioni e gli effetti speciali, partendo da tutte le sue fonti di ispirazione, come Ray Harryhausen – maestro degli effetti speciali a passo uno – o gli animatori e registi Terry Gilliam, Jan Švankmajer e fratelli Quay, artigiani di un modo di fare cinema oscuro e inquietante, profondamente visionario ma concentrato nell’abisso. Ne è uscito fuori un film che è un’infernale commedia, una visione dell’escatologia dantesca dentro un immaginario che semplificando potremmo definire cyberpunk, ma portato alle estreme conseguenze del degrado, cercando di definire. 

Mad God usa un linguaggio avanguardistico, nega a chi guarda gli appigli razionali e drammaturgici per chiedere un approccio di pura visione e sensazione, come se in questo paese degli orrori si potessero trovare scampoli di bellezza estetica capaci di rendere il viaggio degno di essere affrontato: il percorso dell’Assassino è di fatto un itinerario dentro se stessi, letteralmente, dentro la propria mente e le proprie viscere, all’interno della morte – come atto e come concetto – per cercare la vita; e il finale in cui Tippett dà la sua personale visione del tempo che passa guarda direttamente – e senza sfigurare – al Kubrick di 2001. È un obiettivo metafisico altissimo, appunto dantesco, a cui però il film non concede alibi, vi si dedica con passione e sapienza tecnica mettendo in atto una sinfonia dell’inorganico che mostra la meraviglia della materia e della biologia, partendo proprio dalla tecnica animata in cui il rapporto diretto tra i pupazzi, le scenografie, gli oggetti in scena e chi li realizza è diretto e totalizzante.

Mad God

Ultimo di una lista di progetti animati che hanno risucchiato le vite dei loro creatori (un anno prima del completamento, Tippett è finito in clinica per un esaurimento nervoso), sulla scorta di film come Il naso di Andrey Khrzhanovskiy, l’incompiuto The Thief and the Cobbler di Richard Williams o il mai nato Il cappotto di Jurij Norstein, Mad God ci tiene moltissimo a far percepire al pubblico il lavoro estremo e maniacale fatto sulla fotografia, sull’immagine, sulla luce fluo che dà una patina ironica ma al tempo stesso grandiosa ai fotogrammi e che si apre a magnifici squarci di colore psichedelico; l’estrema complessità realizzativa e stilistica di scene e sequenze però non deve far scappare lo spettatore (motivo per cui il film è inedito da noi e anche in America ha fatto una fugace per quanto fortunata apparizione in sala prima di approdare su Shrudder, la piattaforma streaming per gli amanti dell’orrore), anzi è proprio il senso stesso dello spettacolo oscuro che il film fornisce.

Chiaramente, quella di Tippett non è un’opera per tutti i gusti, che richiede una certa attenzione e predisposizione ai temi trattati e ai modi di affrontarli, ma è probabilmente un capolavoro a suo modo epico, uno dei trattati più densi sulla cura dell’immagine, sulla sua lavorazione, sulla sua resa su di uno schermo – piccolo o grande che sia – che capita di vedere da molto tempo a questa parte. È un’impresa che Tippett ha compiuto mettendo in gioco la sua vita professionale e la sua salute e che di quel peso chiede allo spettatore di spartirne almeno un po’, di partecipare con lui alla pena e alla meraviglia che hanno generato Mad God e di cui il film stesso è latore. Non è una richiesta da poco, ce ne rendiamo conto, ma è uno di quei casi parecchio rari in cui dopo si esce un po’ diversi.




Photo credits
Copertina –  Elisabetta Panico
Foto d’epoca di Tippett al lavoro su
L’impero colpisce ancora – Tom Simpson tramite flickr

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