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Apples, grammatica del ricominciare



Non esiste solamente Yorgos Lanthimos quando si parla di cinema greco, è un concetto che va ribadito ogni volta che l’argomento viene sollevato. Tsangari, Avranas, Makridis, Tzoumerkas, sono tutti registi che nel corso degli ultimi dieci anni si sono fatti conoscere – e riconoscere – partendo dal contesto festivaliero per poi farsi largo almeno tra una buona fetta di cinefili. Si aggiunge alla lista, costantemente in divenire, Christos Nikou che, seguendo l’esempio dei suoi predecessori, è approdato alla 77esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia con il suo lungometraggio d’esordio, Apples (Mila) che ha aperto la sezione Orizzonti. Storia di quasi un anno fa, verrebbe da pensare, ed invece no poiché a partire dal 31 marzo 2021 la pellicola è disponibile in esclusiva su MIO CINEMA.

In una Grecia apparentemente normale, che vive quietamente sullo sfondo la sua ordinaria normalità, un’amnesia fulminante sta dilagando. Chi perde la memoria e come Aris (Aris Servatalis) non è in possesso di documenti, viene accompagnato in una struttura ospedaliera dove in seguito a numerosi esami viene posto davanti a un bivio: rimanere paziente e attendere che qualcuno denunci la sua scomparsa, oppure aderire ad un programma di reinserimento sociale guidato dai medici. Aris, come la maggioranza dei contagiati, sceglie questa seconda opzione e si accinge ad affrontare il mondo ripartendo da zero.

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Una casa anonima, arredata con triste essenzialità, un mangianastri con alcune cassette che vengono periodicamente aggiornate da medici che assomigliano più ad assistenti sociali, una macchina fotografica e un album vuoto, tutto da riempire con ricordi fabbricati a regola d’arte. Il nuovo inserimento nella società indifferente e distaccata è graduale, eppure faticoso, poiché prevede l’apprendimento di regole ferree di una grammatica riabilitante che insegna a guardare il mondo da prospettive alternative, alterate da obiettivi fotografici che veicolano e distorcono la realtà. Si potrebbe parlare di una forzatura, di un regime autoritario che, camuffato da casta di benefattori in camice bianco, getta le basi per il controllo della società. Le fasi del reinserimento sono uguali per tutti e sono estremamente semplificate: c’è una sola strada per provare un’emozione e va percorsa senza obiezioni di nessun genere, in seguito documentata affinchè se ne possa avere una prova. Per imparare a conoscere l’altro sesso ed instaurare una relazione, Aris deve andare ad una festa in maschera, ballare, avvicinarsi ad una donna qualunque, chiederle di ballare, ubriacarsi, poi portarla in bagno e consumare con lei un rapporto sessuale; non è necessario che l’esperienza coinvolga sensazioni e sentimenti, è solamente essenziale che avvenga. Nikou, aiutoregista di Lanthimos in Dogtooth, si appropria di quel senso di spaesante alienazione alimentata dal materialismo che detta legge e sovverte l’ordine delle cose in The Lobster, e la declina in maniera più intimista e a tratti meno asettica, lasciando che il vagare per spazi aperti, estranei ai mutamenti interiori del protagonista, facciano da contraltare nella flemmatica ricerca di un equilibrio tra le incognite del passato e del futuro. Eppure, quasi a volerci dire che una comfort zone in tutta questa precarietà esiste, arrivano le mele, l’unico alimento di cui Aris sembra nutrirsi, quasi un’ossessione che il silenzioso hipster barbuto – il suo abbigliamento è tipicamente hipster – coltiva da che (non) ha memoria. Le mele potrebbero avere un significato, essere utili per ricordare, nonostante il fruttivendolo sostenga che siano le arance i frutti utili per la memoria. Forse lo sono o forse no, c’è un’ambiguità di fondo che non accinge a rarefarsi e che annebbia, di tanto in tanto, anche la percezione dello spettatore che di domande è portato a porsene parecchie.

Con le domande crescono, ovviamente, anche i dubbi: e se in realtà ci fosse chi si approfitta di una situazione scomoda, dai contorni poco definiti per la quale non esiste ancora una rassicurante soluzione? Se si ricorresse alla maschera di smemorati per fuggire da un’identità che ci sta stretta e con cui non si ha più nulla da spartire? C’è il libero arbitrio interpretativo – condizione frequente nel cinema greco che non pretende mai di dare una risposta certa, ma che punta al far riflettere toccando nervi sensibili e ferite sempre aperte della nostra contemporaneità. Senza andare a scomodare Saramago e il suo Cecità – spesso citato come principale riferimento –, la distopia ancora oggi, in un’epoca in cui fondamentalmente la stiamo vivendo, ci lascia spiazzati, incapaci di giungere ad una conclusione lucida e diretta.

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Inoltre, Nikou con la sua macchina da presa alterna totali immersioni a prese di distanza dal suo protagonista e dalle sue azioni. Lo mostra con distacco documentaristico mentre come un bambino, simile nell’animo a quelli tra cui si confonde al parco, prova ad andare in biciletta su un modello per ragazzini senza destare alcuna reazione, e subito dopo con taglio iperreale incombe sul suo viso assorto nella degustazione di una mela – scena che funge quasi da ritornello cadenzato in una narrazione atipica. Un surrealismo ironico e spaesante che si avvale della musica – unica presenza amica per lo spettatore – per creare interruzioni, tagli e cesure da cui lasciar emergere brevi spiragli di quella normalità che si staglia sempre sul fondo della scena, in movimento, sfocata e irraggiungibile per chi non ricorda o non vuole ricordare.

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