26.10.2026

Amalia Guglielminetti. Poetessa, sola visse e sola morì

La biografia romanzata della poetessa cancellata dalla storia letteraria

Una donna non è le sue relazioni. Eppure, ingiustamente accade, che le relazioni che intrattiene la definiscano. Raramente una donna viene concepita come un soggetto a sé stante, le si chiede di essere moglie di, madre di, sono i legami a presentarla. Una donna sola, intesa come soggettività irrelata, desta sospetto o appare sfuggente, scostante, meno rassicurante. O sante o streghe, incantevoli angeli o depravate femme fatale, non esistono mezze misure, le donne vengono sempre giudicate e stigmatizzate in virtù del loro rapporto con l’altro sesso.

Siamo nel ventunesimo secolo e le cose non sono cambiate, almeno a giudicare dal linguaggio della nostra politica: si chiede ancora a una donna di essere moglie e madre, un angelo del focolare domestico, una presenza affidabile (preferibilmente con la gonna sotto il ginocchio). Amalia Guglielminetti non fu nulla di tutto questo. Sulla propria lapide voleva che fosse recata l’iscrizione «Ella è pur sempre quella che va sola», tratta dal verso conclusivo del poemetto Le seduzioni (1909); ma neppure in quest’ultimo desiderio fu esaudita, apposero invece un più mite e consono «Amalia Guglielminetti. Per sé e per i suoi», che tradiva completamente gli intenti originari, beffandola in morte come in vita.

La sua figura fu vittima di una damnatio memoriae che perdura tutt’oggi. La biografia di Guglielminetti che ci è stata tramandata appare inficiata di pettegolezzi e memorie fallaci, intorbidata da allusioni meschine e pareri poco lusinghieri sul suo conto. Difficile, ripercorrendo la sua esistenza a ritroso, individuarne l’esatta causa, il nodo, l’errore capitale. Prova a farlo Emanuela Canepa in Amalia, l’obliqua, edito da Guanda, una biografia romanzata dedicata alla poetessa novecentesca nel tentativo di risarcirne la memoria offuscata dall’inclemenza delle cronache letterarie che praticarono, nei suoi confronti, un vero e proprio ostracismo.

Quel che è certo è che Amalia Guglielminetti non era una donna del suo tempo: troppo altera, troppo ribelle, troppo in tutto, nel talento, nella passione, nell’amore. Non rispettava neppure i canoni femminili imposti dal regime: «La donna che piace ai fascisti si sposa, sta in casa, fa figli e tace. Niente di tutto ciò ha o ha mai avuto a che fare con la vita di Amalia» osserva Canepa, istituendo, suo malgrado, un parallelismo con il presente. L’orientamento politico di un Paese si intuisce anche dalla maniera in cui tratta i soggetti più fragili o meno emancipati, come le donne e i bambini.

Cosa significa essere una donna? La domanda appare più attuale che mai, soprattutto in quest’epoca segnata dai femminicidi e da un patriarcato pervasivo divenuto sistema contro cui combattere. In un certo senso Amalia Guglielminetti, né santa né strega, incarna il genere di femminilità ideale propugnata dal tempo presente: una donna libera, indipendente, dotata di una propria vocazione. La protagonista perfetta per un romanzo; ma, forse, lei già lo sapeva, avendo vissuto una vita all’insegna della letteratura. La penna di Emanuela Canepa ne ripercorre a ritroso la memoria seguendo la sintassi frantumata del ricordo, mostrando la superbia e la vertigine di un’esistenza sempre al limite, evocata ad esempio da scene come questa che, pur senza svelare nulla di troppo, parlano da sé:   

«Non manca nemmeno la coscienza di essere donne e malgrado questo di potersi permettere ogni cosa, con la spudoratezza che dà solo il potere che rivendica un diritto di primogenitura. Siamo qui per restare. Siamo qui, provate a fermarci».

Amalia si affermò giovanissima come poetessa, con la raccolta Le vergini folli (1907), spiccando nei circoli torinesi accanto a Guido Gozzano, cui la legò un rapporto tormentato. Al principio i due «si scambiano consigli e cortesie letterarie», la profonda affinità intellettuale tuttavia sarebbe sfociata in una disastrosa relazione amorosa. Il Gozzano che emerge dalle pagine di Canepa è quanto di più distante dal romantico culto del poeta torinese: anzi, porta su di sé tutti i segni di una mascolinità tossica, dell’uomo incostante, evitante, narcisista, insomma un concentrato umano di quelle che oggi chiameremmo red flag.  L’amore di Amalia non è ricambiato o, almeno, lo è solo in parte: la passione tra poeti può essere spietata, come dimostra l’ultima lettera che lui le scrisse «Io non t’ho amato mai. Ragiono perché non amo. Rivederci? A che scopo?». Parole che uccidono. Ma lei, pur essendo di indole appassionata, sa esistere per sé stessa: c’è in Guglielminetti una tenacia ostinata che la apparenta a Modesta, la protagonista irriverente di L’arte della gioia di Sapienza, un contro modello femminile, una personaggia antagonista che sa disattendere tutte le aspettative e, al contempo, crearne di nuove.

Ciò che porta il lettore dalla parte di Amalia è la costanza con cui lei sopravvive alle numerose porte che il destino le sbatte in faccia senza ritegno, per poi morire nel modo più subdolo. Accadde durante i bombardamenti del 1941: Amalia non morì sotto le bombe, no, la morte la colse a causa delle ferite riportate in seguito a una caduta dalle scale mentre raggiungeva il rifugio all’Hotel Principi di Piemonte di Torino.  Neppure una morte eroica o drammatica, in grande stile, ma una fragile e lenta agonia che la porta a fare i conti con i suoi rimpianti, sino alla confessione finale:

«Sono Amalia Guglielminetti. Ho desiderato moltissimo, ho avuto quasi tutto, e quasi tutto mi è stato tolto».

Non c’è lieto fine in questa storia, lo sappiamo sin dall’inizio. Tutto si complica quando nella vita della poetessa fa la sua apparizione un losco figuro di nome Pitigrilli, scrittore e nemico-amante che, dopo essersi servito di lei per costruirsi una carriera, ne decreta la damnatio memoriae a colpi di diffamazione sui giornali conducendola a diventare l’ombra di sé stessa. Pitigrilli, al secolo Dino Segre, colui che doveva essere la promessa di rinascita nell’amore dopo Gozzano e invece si rivela la peggiore delle carogne, la trascina nel fango della più squallida delle polemiche sino al processo. Amalia sarà assolta dalle accuse nel 1931 «per aver agito in istato di totale infermità mentale transitoria»; ma ormai l’ambiente culturale ne ha già decretato la morte in vita.  

Quanto può contare la reputazione nell’esistenza di una persona? In un mondo come quello letterario-editoriale, dove la maschera-autore spesso precede o addirittura sopravanza il talento nella scrittura, può essere tutto. Amalia Guglielminetti è stata una donna resistente, coriacea, una donna che si è formata suo malgrado ingurgitando veleni, rancori, disamore e, tuttavia, non ha mai rinunciato a essere sé stessa con tutte le proprie forze, «colei che va sola», come scrisse.

Emanuela Canepa nel libro nota che ci sono due spartiacque nella vita di Amalia: l’amore per Gozzano, terminato il quale lei smette di scrivere poesie per dedicarsi alla prosa; e la relazione con Pitigrilli, che ne avrebbe sancito la rovina morale. Lei da «sola» era forte – qui emerge l’importanza della parola che lei voleva iscritta sulla propria lapide – sono state le relazioni con gli uomini a rovinarla; uomini-letterati che forse non accettavano il suo talento o se ne sentivano sminuiti, anziché amarla si ponevano in competizione con lei.

Amalia, l’obliqua è un libro costellato di incontri e presenze: oltre a Gozzano, forse l’unico uomo che lei abbia veramente amato e con cui intreccia una tardiva riconciliazione, vi appaiono Ada Negri, la poetessa rossa del Novecento e Matilde Serao, emblema di giornalista ante-litteram. Guglielminetti si definisce sempre in opposizione alle altre donne, sebbene a Negri e a Serao la accomuni una sorta di sorellanza, poiché sono tutte donne chiamate a farsi strada in un mondo, quello letterario, all’epoca prettamente maschile.

Nei dialoghi con Negri e Serao, nel libro, emerge anche la differenza di Amalia: non solo segue la vocazione alla poesia, ma rifiuta di essere madre e moglie. «A me la solitudine non pesa», risponde a una Matilde Serao pragmatica che, con la saggezza spiccia di chi conosce le faccende della vita, la invita maritarsi. Quella di Guglielminetti è una femminilità che sfugge ai canoni tradizionali. Mantiene uno spirito randagio, anticonformista, come se per sé volesse creare un diverso destino di donna.

«Conserva un senso altissimo della sua autonomia. Non è una donnetta disposta a farsi dire come deve vivere, o quali persone ha o non ha il diritto di frequentare a casa sua o altrove».

Nelle pagine Amalia appare in chiaroscuro. Si percepisce sempre uno scollamento, tra il personaggio e la scrittrice. Amalia Guglielminetti resta una figura sfuggente, sino all’ultima riga: si ha l’impressione di non aver colto tutto di lei, che qualcosa ancora rimanga di non detto, di irrisolto. Si termina il libro con la sensazione di non averla compresa davvero; ma forse per amare un personaggio non è necessario capirlo, solo condividerne le battaglie.

Emanuela Canepa ingaggia un vero e proprio corpo a corpo con la sua personaggia, come si evince dagli intermezzi narrativi intitolati La forma dell’ossessione in cui lei, come autrice, fa capolino in prima persona narrando il dietro le quinte, l’officina letteraria che ha portato alla creazione del romanzo. C’è un disallineamento, uno scarto, una mancata coincidenza tra autore e voce narrante e questo a volte si percepisce, nonostante l’autrice si prefigga l’assenza di giudizio, l’assoluta imparzialità. «Perché avrei dovuto occuparmi di una donna che non mi convinceva del tutto né come scrittrice né come essere umano?» si domanda Canepa e, nonostante la distanza in parte venga colmata con il proseguire della storia, sotterraneamente continua ad agire sancendo un distacco ineludibile. Amalia resta un personaggio, non se ne avverte la vera voce, rimane obliqua per l’appunto, per tutto l’arco narrativo; ma è indubbio che l’autrice, che la insegue e la cerca attraverso lettere, ritagli di giornale e documenti di archivio, ne subisce anche il fascino.   

Quella di Amalia era un altro tipo di solitudine: la scelta consapevole di una donna non sottomessa, non piegata, libera. Donne come lei, nel Novecento, andavano incontro a un unico destino: «pazza», non c’era altra maniera per definire la loro differenza. Lei stessa fu bollata con quel marchio di «infermità mentale transitoria» che ne decretò il rapido declino.

Forse un destino irregolare come quello di Amalia risulta più facile da comprendere oggi: è finalmente giunto il suo tempo, anche lei può uscire dal baule, come la Modesta di Goliarda Sapienza e tante altre voci di scrittrici, dimenticate, bistrattate o ignorate, che ora stanno conoscendo un nuovo rinascimento. A lungo l’hanno ritratta come una femme fatale, in realtà lei era una donna che si ribellava argutamente a tale visione o la sfruttava a proprio vantaggio, come ben dimostrano anche i suoi scritti satirici: «non c’è più spazio per le donne dedite a divertire e ad eccitare il maschio» e ancor più irriverente «neanche per le donne che suscitano incendi alla prima occhiata». Stava nascendo una femminilità nuova e lei, Amalia, la incarnava pienamente. Concludo riportando per intero l’iscrizione lapidaria che le è stata negata, come un fiore posato a imperitura memoria:

«Amalia Guglielminetti. Poetessa. Sola visse e sola morì».

Le parole sono importanti e lei, Amalia, sapeva scegliere bene le parole con cui mostrarsi: le indossava con agio, come un vestito. Si sarebbe presentata così, senza pietas o inutili orpelli, rivendicando con orgoglio la determinazione di una vita vissuta sempre controcorrente. E se, purtroppo, le sue ultime volontà non sono state esaudite è bello che ora ci sia un libro a manifestarle, tocca a noi lettori farcene testimoni, perché le donne come Amalia Guglielminetti non siano più ridotte al silenzio.  

Immagine di copertina: un ritratto di Amalia Guglielminetti

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