28.09.2026

Il poeta votato alla sconfitta. Sulle poesie di Michel Houellebecq

Una riflessione sulla poetica antiesistenziale dello scrittore francese, in occasione della pubblicazione dell’intera sua opera in versi

Quella di Michel Houellebecq è una poetica di resistenza al mondo. Per lui il mondo è una «sofferenza dispiegata» volta a distruggere l’artista, che deve quindi passare al contrattacco e minare la società dal suo interno, come uno scarabeo dell’Antico Egitto che prolifera nel sottosuolo delle piramidi. Chi crea non è dalla parte della vita ma deve resisterle per consacrarsi a un’opera che giustifichi e forse vendichi il suo stare al mondo. In questo senso il poeta è sacro come i servi sventurati che venivano offerti in sacrificio agli dèi aztechi, perché deve suo malgrado sopravvivere al male a cui è comunque condannato fin dalla nascita. Non c’è libertà alcuna, non c’è liberazione. Il poeta è prigioniero della sua specificità umana e della sua impotenza.

Le poesie di Michel Houellebecq (Tutte le poesie, La nave di Teseo) sono la sua opera più personale e vasta. Si aprono con un libretto in prosa, Restare vivi, risalente al 1991: una sorta di manifesto antiesistenziale ma poeticissimo. Per Houellebecq il poeta è un rivoltato della società1, un paria in un mondo ostile. Una delle sue raccolte di poesia si intitola Il senso della lotta, ma la sua poetica è un combattimento sempre votato alla sconfitta, un «combat toujours perdant», come dice la sua ultima raccolta, Si perde sempre.

Per resistere, per sopravvivere, il poeta-combattente (o poeta-combattuto) deve aggrapparsi alle “metriche antiche” e dunque alla poesia e perfino alla classicità dei grandi autori del passato. Così i versi di Houellebecq rifuggono le sbornie novecentesche delle avanguardie tanto care a quegli artisti che fanno volentieri gruppo o “consorteria”; non sono molti i poeti contemporanei che osano talora scrivere versi in rima rivelando se stessi; Houellebecq è uno dei pochi non soltanto a farlo ma anche a saperlo fare. «Credete alla struttura» suggerisce in Restare vivi, ossia alla versificazione classica. Questa è una delle bellezze e delle peculiarità della sua poesia.

Una guida esistenziale e poetica di Houellebecq è di certo Baudelaire, la cui classicità per così dire “atemporale” può essere a sua volta letta quale manuale di resistenza al mondo. Un’altra è l’arte dei chansonnier, specialmente il repertorio di Serge Gainsbourg, lui pure abile discepolo di Baudelaire. Quando Houellebecq scrive che la vita è rara è impossibile non sentire l’eco dei versi di Le Valse de Melody, un brano di Gainsbourg:  «Le soleil est rare. / Et le bonheur aussi. / L’amour s’égare. / Au long de la vie» («Il sole è raro. / E anche la felicità. / L’amore si smarrisce. / Nel corso della vita»). E infatti molti versi di Houellebecq sono stati messi in musica; c’è, per esempio, una versione piuttosto riuscita di Isolement cantata da Jean-Louis Aubert (il filmato della canzone-poesia è rintracciabile su YouTube, con Houellebecq che al minuto 1:57 grida un poderoso “Ouais!” – “Sì!”– mentre il suono della chitarra elettrica sfuma in sottofondo; Houellebecq è sempre stato attirato dall’energia della musica rock).

La poesia di Houellebecq è in dialogo costante con i suoi romanzi. D’altra parte già Le particelle elementari (La nave di Teseo) si apriva con i versi di quelli che potremmo definire i mutanti oltre-umani che racconteranno la fine del «regno antico», cioè il nostro presente e le vite di Michel Djerzinski e Bruno Clément, i protagonisti del libro. Tutto in Houellebecq è un regno sul punto di scomparire, come la Francia di Sottomissione. Il poeta narra le sue storie da un mondo in disfacimento; ognuno di noi è l’ultimo testimone di una realtà che presto sarà dimenticata.

Molte poesie di Houellebecq sembrano rifarsi a un paradiso perduto o a un incanto che forse non sono mai esistiti o che comunque non si possono cogliere appieno. Quando, nella poesia La lunga strada per Clifden (nella versione di Fabrizio Ascari), si dice che «per accettare la morte bisogna / che la morte si faccia luce / che la luce si faccia acqua / e che l’acqua si faccia memoria» viene da chiedersi se un’esistenza ultraterrena o un «mondo nuovo» – o un’isola, come dice il titolo del suo quinto romanzo e l’ultimo verso del poemetto HMT – sia possibile per il poeta.

C’è un Dio? Potremo salvarci nella fugacità dell’amore? Houellebecq se lo chiede continuamente, ma per lui l’eros non è mai posseduto nella sua naturale integrità – si legga L’eiaculazione facciale, che fa di un’eiaculazione su un volto innamorato un «secondo battesimo» – e gli dèi esistono unicamente al di là della nostra comprensione.

Da ultimo, quindi, non c’è salvezza né riscatto ma soltanto l’incanto di alcuni momenti immaginati o ricordati che divengono subito nostalgia dell’essere o dell’aver perduto. La felicità si può cogliere ma è rara; la bellezza esiste ma morirà. Tutto volge al disfacimento, anche il sesso. La rovina dell’uomo è straziante, però a momenti – nelle poesie più sorprendenti – può librarsi in una dolcezza che è anche meraviglia. Malgrado il suo disfattismo, non tutto è tenebra per Michel Houellebecq, non tutto è strazio.

Le poesie di Houellebecq sono la sua unica biografia possibile. Soltanto in esse il poeta si racconta per ciò che è – nel disincanto come nella sovversione – e riesce a commuoversi e a commuovere al di fuori dei suoi personaggi romanzeschi. In Si perde sempre, poi, sembrano delinearsi le ultime risposte mancate o imperfette di una vita che non basta all’illimitatezza del nostro sognare («No, questa vita non basta, non può contenere nemmeno un millesimo dei nostri sogni», nella traduzione di Anna Maria Lorusso). Perfino la morte non può racchiudere la vastità delle nostre emozioni e delle nostre sofferenze. Tutto di noi uomini – noi uomini votati alla scomparsa e al nulla e di conseguenza alla sconfitta – finisce in uno spavento che tuttavia non è privo di un ultimo scampolo di speranza, come suggerisce l’ultima poesia del libro.

La speranza, sì, sempre lei: può l’uomo farne a meno? Ma intanto, nell’ultimo verso che ci lascia scritto, Michel Houellebecq si separa dal mondo, anticipando e forse accogliendo la propria morte – e la finitudine della nostra specie – con lucidità. Il poeta perdura nell’orrore.




  1. Rivoltato della società: l’espressione – mia – richiama Il suicidato della società, di Antonin Artaud. In Jacques Prévert è un imbecille, il primo testo di Interventi, risalente al 1992, Houellebecq ricorda con disprezzo che quando Prévert scriveva la sceneggiatura di Les Enfants du paradis, Artaud scriveva delle sceneggiature che non sarebbero mai divenute dei film. La poesia di Houellebecq infatti non è estranea alla filosofia anche distruttiva di Artaud, specie agli inizi. Solo che Houellebecq non è un suicidato bensì un resistente; in Restare vivi c’è questo brano lapidario: «Il suicidio non risolve niente. Immaginate che Baudelaire fosse riuscito nel suo tentativo di suicidio, a ventiquattro anni.» Per Houellebecq il poeta deve innanzitutto resistere al male, cioè alla vita. Questo è forse il vero senso della sua lotta. ↩︎

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