22.09.2026

Comprendere il fascismo

La rivelazione di Piero Gobetti e il fascismo come autobiografia della nazione

A più di un secolo dalla sua incubazione, dalla sua genesi e dalla sua comparsa nel teatro della storia, il fascismo continua a essere un fenomeno oscuro e difficilmente afferrabile, nonostante sia quotidianamente oggetto di discussione, di contesa, di appropriazione o di presa di distanza.
A ottant’anni dalla sua fine, l’opinione pubblica, i giornali e la politica tutta sembrano avere come centro copernicano, come termine di paragone, il fascismo. Quel fascismo che storicamente è uscito di scena appeso a una pompa di benzina a Piazzale Loreto, a Milano, alla fine di aprile del 1945, è oggi una continua presenza, un’ombra, un simulacro che persiste nell’immaginario collettivo, e anzi, continua a incombere come minaccia prospettica sulle nostre società. Mussolini ha vinto, non ci si deve stupire, anzi, la sua profezia sulla ‘fascistizzazione’ dell’Europa ha ampiamente superato i suoi confini perché il fascismo è riuscito a inserirsi nei nostri schemi di pensiero, nel nostro immaginario, nei codici comunicativi, dettando l’agenda del discorso pubblico e il suo linguaggio.

Uno dei termometri dello stato di salute di una democrazia è il dibattito intellettuale. Gli intellettuali hanno dei doveri nei confronti della collettività, ma ancor più interessante e affascinante è interrogarsi sull’atteggiamento degli intellettuali in un regime dittatoriale.
In una dittatura o gli intellettuali si accodano al carro del padrone oppure vengono silenziati, in varie forme. Piero Gobetti, Benedetto Croce e Antonio Gramsci, tre fra i maggiori intellettuali italiani del Novecento, tutti antifascisti che hanno pagato – due di questi con la propria vita – la loro contrapposizione al fascismo, ci hanno fornito i primi attrezzi del mestiere, le prime chiavi di lettura, le prime e fondamentali interpretazioni di questo fascismo così ingombrante e così sfuggente, formulando le tre letture classiche del fascismo italiano. Il fascismo è stato l’autobiografia della nazione, il rivelarsi di una antropologia tutta italiana? Oppure è stato una parentesi, «un male improvviso esploso in un corpo relativamente sano»[1]? O ancora è stato l’ultima, seppur peculiare e complessa, reazione del padronato capitalistico alle emergenti tensioni e rivendicazioni della classe operaia?

Il paradigma interpretativo del fascismo come rivelazione viene formulato nel 1923 da Piero Gobetti. Da alcuni decenni il suo nome figura sulle targhe di vie, strade, piazze e alcune decine di scuole pubbliche, ma chi è Piero Gobetti? È un giovanissimo scrittore poliedrico ed eclettico, un intellettuale pieno di interessi che andavano dalla critica letteraria a quella teatrale, dal giornalismo alla storia dell’arte, dall’editoria alla politica, e che concentra tutta la sua attività fra i 18 e i 25 anni, fra il 1918, quando inizia a progettare Energie Nove, e il dicembre del 1925, quando pubblica l’ultimo scritto. Morirà a Parigi il 16 febbraio 1926, ufficialmente per uno scompenso cardiaco, aggravatosi in seguito all’ennesimo brutale pestaggio fascista, non il primo, ma quello che lo costringerà a lasciare Torino per la Francia e che poche settimane dopo gli costerà la vita. In pochi anni, in quell’età che oggi viene considerata l’anticamera dell’esistenza, Gobetti scrive moltissimo, dibattendo con le grandi menti del suo tempo fra cui Einaudi, Croce, Gramsci e Salvemini, fonda tre riviste e una casa editrice che porta il suo nome (pubblicando la prima edizione degli Ossi di seppia di Montale), diventando in breve tempo una delle voci intellettuali più ascoltate dell’Italia che stava per soffocare nell’abbraccio mortale del fascismo. Gobetti è uno di quegli eroi del pensiero che per rimanere fedeli al loro ideale hanno sacrificato la vita, come Socrate, come Giordano Bruno, come Antonio Gramsci.

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Piero Gobetti

Gobetti è stato in grado di riconoscere la quintessenza del fascismo ancor prima che il fascismo riuscisse a rivelare pienamente sé stesso. Un profeta dunque, a cui Mussolini aveva reso volutamente e deliberatamente impossibile la vita. La teoria interpretativa gobettiana del fascismo è espressione di una cultura politica democratica e liberal-radicale, di una visione rivoluzionaria della democrazia e del liberalismo (molto distante dal moderatismo liberale di Croce) «secondo la quale il fascismo era il frutto di una rivoluzione liberale mancata». A poche settimane dalla marcia su Roma, nel momento in cui la classe dirigente liberale e l’opinione pubblica italiane si interrogavano sull’atteggiamento da tenere nei confronti del fascismo, Gobetti scrive: «La questione riguarda qualche cosa di più profondo che il colpo di Stato e la crisi ministeriale. Noi non combattiamo specificamente il Ministero Mussolini, ma l’altra Italia»[2], «l’Italia storica, l’Italia reale, l’Italia di sempre, […] un’indicazione di un’infanzia decisiva»[3] di quell’Italia che non era mai riuscita a compiere quel processo di maturazione sociale, istituzionale e civile, l’Italia che arrancava lentamente nella trasformazione e modernizzazione delle sue strutture e della sua mentalità diffusa. Commentando la tesi gobettiana, Norberto Bobbio ha così descritto l’Italia che si apprestava a diventare fascista: «Il Paese che non era riuscito a diventare mai uno Stato moderno, che non aveva avuto la Riforma, ma aveva avuto, al contrario, la Controriforma, che non aveva avuto la sua Rivoluzione francese, ma aveva avuto un Risorgimento che non era stato una vera e propria rivoluzione nazionale, ma una conquista regia calata dall’alto, e poi l’Italia che dopo l’unità si era adagiata su una politica trasformistica e corruttrice. È l’Italia di Giolitti e del giolittismo, di quella politica del compromesso fra ceti borghesi e classe operaia che si servono dello Stato per difendere i propri privilegi»[4].

Dunque l’opposizione al fascismo non riguardava semplicemente il governo Mussolini in se stesso o la maggioranza parlamentare che in quel momento lo sosteneva, ma riguardava il carattere storico, sociale e antropologico dell’Italia, la debolezza dello Stato liberale e la sua cultura politica sedimentata, fatta di conformismo, di opportunismo, di protezionismo, di clientelismo, di trasformismo, «di croniche arretratezze, di istituzioni autoritarie, di dominanze oligarchiche, di burocrazie reazionarie, di sviluppo diseguale», figlio di una politica fondata sulla neutralizzazione del conflitto sociale a vantaggio degli interessi economici di pochi, di lassismo e di valori piccolo-borghesi. Esemplificativa è questa sentenza gobettiana: «Né Mussolini né Vittorio Emanuele hanno virtù di padroni, ma gli italiani hanno bene animo di schiavi. […] Ma che ho a che vedere io con i servi?»[5].
Il servaggio nei confronti del fascismo non è che l’effetto di un’adesione irresponsabile degli italiani a un ordine a cui essi si adattano in modo omologante. La missione che Gobetti si propone è dunque lenta – «a lunga scadenza», come lui stesso scrive –, è la lotta di un «disperato sacerdote dell’intransigenza», consapevole di dover lottare non tanto contro una forma batteriologica, una malattia grave ma non mortale, esterna e temporanea, come la intenderà vent’anni dopo Benedetto Croce, ma una «lotta fra serietà e dannunzianesimo», un’eterna battaglia contro il DNA della nazione italiana, perché per Gobetti il fascismo è stato «l’autobiografia della nazione»[6]. Il fascismo non rappresenta una deviazione accidentale rispetto alla storia italiana, ma l’epifania della sua essenza – la «rivelazione della sua natura»[7], come l’ha intesa Giustino Fortunato –, la manifestazione dei suoi mali, il disvelamento di tare e peccati originari già presenti in nuce nello Stato liberale, il catalizzarsi dei suoi vizi più profondi, uno specchio nel quale l’Italia riconosce e rivela se stessa, un’Italia in cui «ci sono soltanto classi medie»[8], in cui non riusciva a formarsi una borghesia imprenditoriale dinamica e autenticamente liberale, capace di assumersi responsabilità politiche, né riusciva a prevalere – nonostante le sue lotte – il proletariato organizzato. La realtà italiana, dunque, con l’avvento del fascismo, vide paradossalmente prevalere la volontà della piccola borghesia – nonostante il fascismo stesso ne avversasse costitutivamente l’ideologia –, vide trionfare la predisposizione al compromesso, alla pacificazione al ribasso, alla ricerca della protezione statale.

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Il fascismo non era altro che il prodotto «delle deficienze morali e delle incapacità secolari» della società italiana[9]. Mussolini, in questa prospettiva, non rappresentava una rottura con il passato, bensì la radicalizzazione, autoritaria prima e totalitaria poi, di una prassi politica già radicata nell’Italia liberale. Gobetti sposta quindi il problema sul piano dell’intera storia nazionale, escludendo il carattere esclusivamente classista o parentetico della degenerazione fascista, lasciando intendere che la lotta antifascista non si poteva ridurre alla semplice sostituzione di una classe dirigente, ma avrebbe implicato un’opera di educazione politica e morale, una rivoluzione democratica in senso compiuto, destinata a trasformare il carattere civile e la forma mentis della società italiana, una battaglia da combattere con il proprio corpo, arrivando addirittura a invocare il martirio in una affermazione provocatoria, poi rivelatasi un’oscura premonizione:

«Eppure io ho atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle nostre sofferenze rinascesse uno spirito, perché nel sacrificio dei suoi sacerdoti questo popolo riconoscesse se stesso. […] chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro»[10].

A emergere all’interno di questa prospettiva gobettiana è l’influenza dell’idealismo etico e della tradizione repubblicano-mazziniana risorgimentale, secondo cui la libertà era il risultato di un continuo processo di formazione delle coscienze. L’estetizzazione della politica, la sua spettacolarizzazione ‘dannunziana’, il culto dell’eroismo, il primato della retorica sull’etica della responsabilità costituiscono per Gobetti la premessa culturale del fascismo, in quanto abituano l’opinione pubblica a privilegiare il mito dell’azione e della mobilitazione emotiva rispetto alla formazione civile e democratica delle coscienze, alla costruzione di autentiche istituzioni liberali.
Il fascismo si è generato perché la democrazia autentica non si è compiuta, perché il potere è rimasto prerogativa di una galassia di notabili, di un sistema di interessi. La serietà evocata da Gobetti dovrà essere espressione di un rigore morale, di un senso della responsabilità e di una disciplina civile che sono elementi indispensabili per il compimento autentico di una democrazia liberale, una democrazia che muova contro qualsiasi dominio tirannico in favore della libertà: questa è la rivoluzione liberale di Gobetti; ed ecco perché l’intransigenza, cioè il rifiuto di ogni compromesso con il fascismo, diventa l’unico valore incrollabile.

Esisteva una speranza allora? Sì, forse più d’una. Gobetti, a pochi mesi da quell’ultima e fatale aggressione degli squadristi torinesi che porrà fine alla sua breve esistenza, scrive il suo testamento politico, un’esaltazione della resistenza civile e morale di coloro che non si erano piegati al nascente regime: il ‘proletariato moderno’, in particolare quello che si era generato nell’Italia del Nord, nell’Italia del Triangolo industriale, organizzatosi nei consigli di fabbrica e così descritto dal giovane grafomane torinese:

«Oggi rifiuta i vantaggi materiali e la vita tranquilla che gli offrono le corporazioni fasciste, non cede, non si sottrae alle sue responsabilità e ai suoi pericoli. Bisogna vedere da vicino, come vedo io qui, alla Fiat, la tenacia di questo proletariato. Bisogna rendergli onore. Con la sua intransigenza esso ha conquistato i suoi diritti civili, è degno degli altri proletariati europei; le sue battaglie e i suoi sacrifici gli segnano il suo posto di dignità nell’Europa lavoratrice di domani»[11]; e poi alcune singole individualità intellettuali e politiche, «un gruppo di uomini, nei partiti e fuori dei partiti, gente che non ha ceduto e non cederà […], rimarranno come un esempio per la classe politica di domani. Se tu scorri gli elenchi degli abbonati a Rivoluzione liberale li trovi tutti. La loro rettilinea protesta salva i quadri dell’Italia politica futura»[12].

Dopo vent’anni di regime e cinque di guerra, la concretizzazione teorica di ciò che Gobetti concepiva come lo scopo della politica la ritroveremo nella nostra Carta costituzionale. Il fascismo si era esaurito e «l’Italia politica futura», democratica e antifascista che muoveva i suoi primi passi ha concepito la Costituzione repubblicana, un visionario programma di emancipazione e di liberazione di ogni essere umano, vòlto a produrre una democrazia sostanziale e umanistica, un «umanamento dell’uomo» avrebbe detto Andrea Costa, nel nome della libertà e della giustizia sociale, una democrazia figlia di quell’élite politico-intellettuale che aveva fatto, a vario titolo e in varia condizione, la Resistenza, e che nel secondo comma dell’art. 3 della magna charta repubblicana definisce la democrazia come un sistema sociale, economico, culturale che ha come obiettivo fondamentale e primario la piena espressione della persona umana.

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Ma in quell’Italia del secondo dopoguerra, come in quella di oggi, non c’era posto per un’attuazione piena e compiuta di quel progetto costituzionale, e ciò che si realizza è una democrazia formale e procedurale, sideralmente lontana da quell’idealità che aveva nutrito lo spirito e gli intenti della riflessione gobettiana prima e poi degli articoli della Costituzione repubblicana. L’esilio dalla memoria collettiva di figure come quella di Gobetti non è che il côté culturale dell’esilio (o forse oggi sarebbe più opportuno parlare di oblio) della Costituzione italiana, una Costituzione largamente inattuata perché visionaria, perché altra rispetto all’Italia del secondo dopoguerra. E allora rimbombano come una sentenza oracolare le parole di uno straordinario Gian Maria Volonté, nei panni di Carlo Levi, nel film Cristo si è fermato a Eboli (1979), di Francesco Rosi:

«In un paese di piccola borghesia come l’Italia, è probabile, purtroppo, che le istituzioni che seguiranno al fascismo, anche le più estreme, apparentemente rivoluzionarie, o per evoluzione lenta, o per opera di violenza, finiranno col riprodurre le stesse ideologie piccolo-borghesi, perpetuando e magari peggiorando, sotto nuovi nomi e nuove bandiere, l’eterno fascismo italiano».

Gobetti ci ha insegnato che la libertà non si difende solamente opponendosi ai regimi quando essi si manifestano, ma costruendo, con il quotidiano esercizio critico, una cultura politica capace di renderli impossibili.
Il fascismo, nella sua prospettiva, non è un incidente della storia, ma il sintomo di una democrazia incompiuta, di una società che rinuncia alla complessità del pensiero, del ragionamento, del confronto in cambio della sicurezza e del consenso. A un secolo di distanza, la lezione di Gobetti continua a inquietare e a interrogarci proprio perché rifiuta ogni consolazione storiografica. Se il fascismo fu davvero l’«autobiografia della nazione», allora l’antifascismo non può ridursi alla celebrazione o a un rituale della memoria, ma deve tradursi in un esercizio permanente di critica della cultura politica, delle istituzioni e di noi stessi. È questa la radicalità del suo pensiero: costringerci a guardare il fascismo non come un corpo estraneo espulso dalla storia italiana, bensì come una possibilità sempre latente quando prevalgono conformismo, opportunismo e rinuncia al confronto democratico, uno specchio nel quale la nazione è costretta a riconoscere i propri limiti prima ancora dei propri nemici.
Gobetti non ci offre una risposta definitiva sull’origine del fascismo, ma ci consegna una domanda che continua a interpellare ogni generazione: quale società rende possibile la libertà e quale, invece, prepara il terreno alla servitù? Finché questa domanda resterà aperta, la sua Rivoluzione liberale continuerà a essere uno strumento per comprendere il presente.


[1] Il fascismo è autobiografia della nazione. Bobbio racconta Gobetti (1976). https://www.youtube.com/watch?v=DOw-nUrf3kI&t=42s
[2] P. Gobetti, Elogio della ghigliottina, articolo del 23 novembre 1922 in «Rivoluzione liberale».
[3] Ivi.
[4] Il fascismo è autobiografia della nazione. Bobbio racconta Gobetti (1976).
[5] P. Gobetti, Elogio della ghigliottina, articolo del 9 novembre 1922 in «Rivoluzione liberale».
[6] Ivi.
[7] G. Fortunato, Carteggio 1927-1932 (a cura di E. Gentile), Laterza, 1981, p. 185.
[8] P. Gobetti, Elogio della ghigliottina, articolo del 9 novembre 1922 in «Rivoluzione liberale».
[9] A. Saitta, Dal fascismo alla resistenza, La Nuova Italia, 1967, p. 13.
[10] P. Gobetti, Elogio della ghigliottina, articolo del 9 novembre 1922 in «Rivoluzione liberale».
[11] P. Gobetti, Lettera a Parigi, articolo del 18 ottobre 1925 in «Rivoluzione liberale».
[12] Ivi.

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