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Ritornare a Carole Pateman. Il Contratto sessuale e la soglia del potere



«Molte sono le cose tremende, eppure nulla è più tremendo dell’uomo»
Antigone


Con la morte di Giulia Cecchettin si sono superate le cento vittime di femminicidio in Italia nel 2023. La risonanza mediatica per la vicenda della giovane studentessa veneta uccisa dall’ex fidanzato è stata a dir poco enorme, sia a livello quantitativo sia d’intensità: un moto collettivo di condanna, di sdegno, di frustrazione, di rabbia nei confronti del carnefice, di pietà e commozione per un’altra giovane vittima innocente. E ci tormentano domande sacrosante: perché sempre le donne? Quando e come le istituzioni decideranno concretamente di agire? Può esserci pietà per chi commette tali atrocità? Ci sarà mai un finale diverso? In occasioni come questa, la rabbia collettiva rischia di prendere il sopravvento, di farci perdere la lucidità, di far prevalere gli istinti alla razionalità, di impedirci di riflettere concretamente sulle ragioni profonde di questa barbarie.

La tesi forte che circola nei canali mediatici e nei social network in merito al significato da attribuire a queste violenze è legata ad una concezione proprietaria che l’uomo ha nei confronti della donna, della “sua” donna.
Vorrei portare avanti questa mia riflessione a partire da uno straordinario testo di Carole Pateman, Il contratto sessuale. I fondamenti nascosti della società moderna (1988). Divenuto ormai un classico del femminismo, ritengo sia fondamentale tornare sulle questioni sollevate dalla politologa inglese in questo suo scritto per provare a fornire, senza pretese di esaustività, alcuni spunti argomentativi a partire dalla tesi secondo la quale il problema della violenza contro le donne è un problema politico e di relazioni di potere.

Pateman

La teorizzazione di Pateman la si può far cominciare dalla lapidaria sentenza che troviamo proposta in Femminismo e democrazia (1983): «La democrazia non è mai esistita». Fino agli anni Settanta la speculazione dominante nella cultura politica anglosassone si richiamava al pensiero dell’economista austriaco Joseph Schumpeter, il quale considerava la democrazia come mero strumento elettorale della politica, il cui unico fine doveva essere la creazione del governo. Non c’erano dunque fini sostanziali come la virtù, il bene comune, la realizzazione della volontà generale, ma la democrazia si riduceva al solo espletamento della procedura del voto, ritraendosi subito dopo per lasciare agire i governanti eletti.
A questa tesi Pateman contrappone una radicale e responsabilizzante concezione della democrazia fondata sulla partecipazione. I sistemi democratici si possono realizzare e possono funzionare solo se i cittadini sono attori attivi della politica, e per farlo è necessario che essi siano educati alla democrazia all’interno di una società che in ogni sua parte sia compiutamente democratica e orizzontale. È pur vero che le teorie democratiche moderne parlano di “cittadini”, tuttavia questo neutro plurale ha al suo interno una significazione implicitamente maschile, e nonostante le conquiste in materia di diritti civili e sociali (voto, partecipazione attiva alla politica, accesso ai luoghi di lavoro e di responsabilità) le donne continuano nella sostanza ad essere se non volutamente escluse, comunque limitatamente presenti nelle cariche politiche chiave, nelle posizioni direttive di vertice della società, a essere pagate meno degli uomini, a essere subordinate all’interno del nucleo familiare e in parte continuano a essere viste come un oggetto sessuale e riproduttivo, come si evince dalla lettura dell’Emilio di Rousseau. Quando il filosofo ginevrino presenta l’educazione di Sophie, ci vuol dimostrare come la sua natura sia diversa rispetto a quella di Emilio, educato invece ai valori della libertà e della padronanza di sé. Sophie invece ha una predisposizione naturale che va coltivata facendola giocare con le bambole, perché è proprio nell’essere “bambola” la futura destinazione e realizzazione della donna, la quale fatica a imparare a leggere e a scrivere, e quindi occorre insegnarle a essere sottomessa, e questa abitudine alla coercizione – funzionale al controllo sulla sua capacità procreativa – andrebbe a vantaggio della donna, che, sottomettendosi all’uomo, eviterebbe mali peggiori e più grandi.

Si inizia a questo punto a capire la tesi di partenza, secondo la quale la democrazia, intesa come realizzazione della volontà generale, e cioè di tutti i cittadini – uomini e donne –, non sia mai esistita.
E dove sta la radice di questa democrazia incompiuta? Dove si possono ritrovare le ragioni di questo assoggettamento che non riesce ancora ad essere superato? Nel Contratto sessuale Pateman opera un ribaltamento profondo della prospettiva del contrattualismo, il quale viene generalmente considerato il momento fondante di una modernità politica intesa come passaggio da un modello sociale gerarchico e patriarcale ad una società fatta di individui liberi e uguali. Secondo i grandi teorici del contrattualismo politico – Thomas Hobbes, John Locke, Jean Jacques Rousseau – alla base della vita politica e del diritto, la cui realizzazione è la costituzione dello Stato, sta il “contratto sociale”, un patto fra soggetti liberi e uguali che fonda la società civile. Ci troviamo a questo punto davanti ad una situazione paradossale, per la quale all’interno di questa modernità politica che fonda la società moderna e che parla di libertà, uguaglianza e fraternità la donna viene esclusa dal patto, la donna non è considerata portatrice di quei diritti che le consentano di agire pubblicamente: insomma, la donna non è un soggetto politico. E perché? La tesi di Pateman è che vi sia un “contratto sessuale”, misconosciuto e rimosso, che precede il contratto sociale che istituisce la società civile, un’invisibile e non tematizzata subordinazione del soggetto femminile a quello maschile, soggezione che continua a permanere anche nel passaggio alla modernità politica fra XVII e XVIII secolo.

Pateman
Carole Pateman nel 2015

All’origine di tutto sta il concetto di patriarcato, letteralmente “il potere del padre”, da intendersi come fenomeno culturale, storico e sociale, che da sempre ha caratterizzato e fondato le società a partire da quel nucleo primario, già individuato da Aristotele come elemento costitutivo della politica, che è la famiglia; la maternità invece è sempre stata considerata – anche dai teorici del contrattualismo – un elemento naturale e biologico, non politico. Quindi quel presupposto simbolico di uguaglianza che vorrebbe l’essere umano come soggetto neutro universale è sempre stato soffocato da una preminenza maschile e patriarcale che esclude le donne da questo codice politico.
Però attenzione, il patriarcato non è, in origine, il potere “dei maschi”, ma è il potere “dei padri”: potere dei padri sui figli maschi, sugli schiavi e naturalmente sulle donne. Ed è quest’ultimo aspetto il più importante, perché è il potere dei padri sulle donne la sorgente della società umana – ben prima del potere dei padri sui figli -, dato che con esso si deve intendere un potere di fatto e di diritto sulla riproduzione, poiché il corpo della donna è l’unico in grado di generare la vita, cioè di trasformare del materiale genetico in un altro essere umano. L’uomo si arroga questo diritto assoluto di accesso al corpo della donna attraverso un contratto sessuale unilaterale e non scritto, ponendosi quindi in primis come vertice di quella micro-società politica che è la famiglia; e dunque la famiglia, cioè il nucleo fondamentale della comunità politica, nasce da un atto di sottomissione che squalifica la donna e che istituisce la legge del diritto sessuale maschile.

La teorizzazione politica ha sempre detto che la stipula del contratto originario, cioè il patto fondativo della società civile, sia un atto razionale che spetta agli individui liberi e uguali; ed ecco che con una lineare consequenzialità logica per tutti gli autori politici classici, a partire da Platone e Aristotele, la differenza sessuale e biologica fra uomo e donna è necessariamente anche una differenza di razionalità, per la quale la donna è un essere razionalmente inferiore, minus habens, che addirittura, per il mondo greco, non è contemplata nel vero amore filiaco, spirituale e intellettuale, possibile solo fra due uomini.
E dunque quegli uomini che, nati liberi ed uguali, hanno stipulato il contratto, frutto del libero accordo, sono necessariamente solo uomini di sesso maschile, perché le donne posseggono una razionalità ridotta ed inferiore, non sono libere, e quindi non possono essere una delle due parti a stipulare il contratto proprio perché esse stesse sono quell’oggetto che deve essere sottomesso e subordinato attraverso il contratto medesimo: matrimoniale, lavorativo e politico. Pateman qui non sta facendo altro che mostrarci come la biologica differenza fra maschi e femmine faccia sembrare naturale anche una differenza politica che presupponga un potere degli uni sulle altre, una prerogativa universale dei diritti dell’uomo in quanto uomo sulla donna: questo è il patriarcato. La grande sfida del femminismo di ieri e di oggi è stata ed è quella di riuscire a convincere le società che, nonostante le conquiste dei diritti civili, politici e sociali, il patriarcato non sia morto, ma sia stato in grado di trasformarsi, di assumere forme nuove per continuare a rimanere radicato nelle società.

Il patriarcato, dunque, non è scomparso ma ha solo mutato pelle, e i punti di rottura che hanno meglio rappresentato questa trasformazione incompiuta e parziale sono stati la Rivoluzione inglese e la Rivoluzione francese. Fra Seicento e Settecento l’Europa moderna ha abbattuto il patriarcalismo classico – quello descrittoci da Robert Filmer in Il Patriarca o il potere naturale dei re (1680) -, plasticamente rappresentato dalla monarchia assoluta d’età moderna, per instaurare un regime di rappresentanza allargata, e lo ha fatto in virtù di quei principi astratti enucleabili nel motto “Liberté, Égalité, Fraternité”. Tuttavia è bene soffermarsi proprio su quest’ultimo termine: Pateman sostiene che il patriarcato moderno nasca proprio dalla parziale e limitata interpretazione del termine “fraternità”, in quanto i contrattualisti moderni e poi le rivoluzioni sei-settecentesche non hanno fatto altro che teorizzare e poi realizzare l’uccisione, mediante un grande gesto edipico, del padre, per instaurare un patriarcato fraterno – di soli uomini, i “figli del re”, che escludono le sorelle – che andasse a strutturare una nuova concezione politica, dove la sfera privata e familiare legata agli affetti e ai bisogni naturali, che riproponeva e riaffermava la subordinazione della donna all’uomo, fosse separata dalla nuova società civile capitalistica dove, sempre attraverso il contratto, si normava la subordinazione dei lavoratori (poco) salariati al padronato. Quindi la donna è ancora una volta esclusa dalla sfera pubblica e civile, che è prerogativa assoluta dell’uomo e non deve essere contaminata dal simbolico femminile. Emblematica, in questo senso, è la dichiarazione di compiacimento fatta da Pierre-Gaspard Chaumette, procuratore della Comune parigina nel 1793, in seguito all’annuncio della condanna a morte di Olympe de Gouges, autrice della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina: voleva «essere un uomo di Stato e aveva dimenticato le virtù che convenivano al suo sesso».

Ancora una volta dove sta l’inganno, il misconoscimento? Nel fatto che alle donne venga fatto credere di essere nella sfera privata in modo consensuale, poiché la stipula di un “patto” contrattuale come il matrimonio è sempre bilaterale, ma il problema sta proprio qui: si è sempre trattato di un consenso illusorio, non libero e imposto, che rende il contratto sessuale la matrice di tutti i rapporti presenti nella società capitalistica, la quale finge di essere paritaria ma in realtà impone un rapporto di subordinazione: è un principio di soggezione che viene presentato come libertà.
Secondo l’antropologia liberale classica, sorta con il contrattualismo, l’individuo libero e uguale, vale a dire il maschio, bianco, adulto e proprietario, detiene fra questi possessi inviolabili anche quella della sua propria vita, cosa che contrattualmente non è concessa alla donna, perché la donna – che non è un soggetto politico, non è citoyenne – non sarebbe costitutivamente in grado di avere possesso di sé, ma il controllo sul suo corpo e la prerogativa di disporne secondo propria volontà è del maschio, secondo un distorto principio che quindi non è naturale (!), ma è storico, è culturale, è educativo ed è psicologico: nella storia umana non c’è stato libero accesso allo sviluppo delle proprie facoltà e capacità da parte della donna.

Proseguendo la disamina di questa “storia della filosofia politica patriarcale” che Pateman propone, si prendano in considerazione due pilastri del pensiero moderno: Hegel e Freud. Per Hegel la donna è l’eterna ironia della comunità politica, ed egli, attuando un’universalizzazione dell’Antigone sofoclea, dimostra come le donne siano coloro che, essendo legate al proprio gènos, sono portate a seguire la legge naturale del sangue familiare e così facendo mettono costantemente a repentaglio il funzionamento della comunità e dello Stato. Hegel vede in Antigone, nel suo essere una donna, colei che ha perturbato e messo in discussione il diritto del potere pubblico dello Stato portando avanti le istanze della giustizia familiare – il privato – che precede lo Stato.
Nel Novecento, invece, Sigmund Freud ha sostenuto la tesi secondo la quale l’origine della famiglia e della civiltà stesse nella soggezione della donna all’uomo, più forte di lei, e l’inizio della storia umana sarebbe da far metaforicamente risalire ad una situazione primordiale nella quale i padri dominavano sulle mogli e sui figli con un potere assoluto, e la ribellione edipica dei figli maschi contro il padre avrebbe avuto fra le proprie ragioni la limitazione dell’accesso maschile ai corpi delle donne. Il parricidio fraterno, quindi, avrebbe condotto i figli maschi alla stipula di un patto che limitasse da un lato la possibilità di scontro fra loro stessi, con le leggi, ma dall’altro che certificasse la sottomissione sessuale delle donne, e questa soggezione femminile, che corrisponde al diritto maschile di usufruire senza limiti del corpo della donna, non sarebbe che il modello formale di tutte le altre sottomissioni sociali, a questo punto non più coercitive, ma volontarie e poste in essere con un libero accordo apparente: il contratto.

Quando si parla di politica si parla sempre del controllo di quantità di potere, laddove il potere è di fatto un capitale di violenza, una quantità simbolica di coercizione, che un soggetto detiene avendolo necessariamente sottratto a qualcun altro, ovvero avendo obbligato in modo falsamente volontario qualcuno a cedere il suo potere e a sottomettersi. Alla luce di quanto detto fino a qui è chiaro che nel nostro mondo continuano ad esserci dei dislivelli di potere, cosa che risulta evidente nel fatto che il mondo femminile, escluso da sempre ai luoghi di potere, laddove occupi ruoli di vertice lo fa ancora all’interno di una struttura maschile che ha ereditato e nella quale si è inserito; dunque gli schemi applicati dalla donna in un modello già categorizzato dagli uomini possono essere addirittura più violenti di quelli maschili, e questo accade perché la donna deve dimostrare di meritare questo nuovo ruolo di potere nella società dato che, in un’ottica di inconscio storico di genere, sta occupando lo spazio sociale di un uomo.
La strada aperta fra Ottocento e Novecento dal movimento emancipatorio femminile è certamente epocale, ma il progetto necessiterà di un’iniziativa atomica distruttiva: la soluzione non può limitarsi esclusivamente all’uguaglianza – strada già percorsa dal femminismo -, perché va compreso che anche quello di uguaglianza è un concetto patriarcale, ma dovrà partire dalla differenza sessuale. Il femminismo sa che nel momento in cui si crede di far passare come egualitario un modello in cui uomo e donna sono considerati entrambi individui, in realtà questo egalitarismo non c’è, perché si basa sempre sulla riduzione della soggettività femminile a quel modello che era stato pensato come maschile. Proponendo l’uguaglianza il femminismo sa che si giungerebbe ad una neutralizzazione della differenza sessuale, neutralizzazione che non è mai reale, arrivando quindi ad un ulteriore grado della finzione, ad un’ulteriore costruzione fittizia che non farebbe altro che continuare a riproporre e a riaffermare schemi patriarcali.
La questione aperta dal femminismo mette in discussione le fondamenta di una categoria di umano che si riflette in ogni aspetto di ogni società. La consapevolezza deve essere questa: rompere con il patriarcato, lato sensu, significa far detonare la società umana, perché tutto ciò che ci circonda è stato pensato da uomini maschi per uomini maschi. La sfida affascinante e ciclopica del femminismo deve partire dalla consapevolezza di dover ripensare l’umano a partire dalla distruzione della categoria di umano. Questa è la sfida cui il nostro tempo è chiamato a trovare una risposta.

Immagine copertina tratta da Il manifesto in rete

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