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Macchie, macchine, macchinari, macchinazioni. Dietro al mito con Furio Jesi



Nelle scienze umane non è concepibile un’osservazione neutrale. A differenza dei tecnici di un laboratorio che possono effettuare ogni genere di esperimento chimico, fisico o scientifico in uno stato di perfetta misurabilità e oggettività senza esserne in alcun modo coinvolti, chi si addentra nella critica letteraria, nella psicoanalisi o nello studio della nostra società sa di essere fatalmente parte, in maniera immediata o indiretta, dell’oggetto del suo studio. Anche gli studiosi di letteratura comparata e mitologia, che pure sembrano chinarsi su opere di altri autori, altri popoli, altre lingue e altri tempi, sanno di essere perennemente influenzati da quello che studiano. Quest’influenza va, ça va sans dire, in un doppio senso: il mito, il libro, il racconto cambia, deve sempre cambiare in qualche modo l’interiorità e l’immaginario di chi lo studia; dall’altro lato, chiunque riporta un mito o una narrazione, chiunque la interpreti e la dissezioni, si ritrova spontaneamente a riscriverla, e ad inserire una componente personale e irripetibile nell’interpretazione, nella critica, nello studio delle fonti.

Difficile trovare nel Novecento italiano uno studioso più coinvolto dalle questioni delle mitologie, delle letterature e delle loro continue e reciproche influenze di Furio Jesi, che dopo un periodo di relativo oblio sta significativamente tornando all’attenzione di un certo pubblico con le riflessioni sulle culture di destra e le «macchine mitologiche» che le promuovevano e promuovono. Nato a Torino nel 1941 e scomparso prematuramente nel 1980 intossicato da una fuga di gas nel suo appartamento, Furio Jesi iniziò talmente precocemente la sua carriera intellettuale, con i primi articoli scientifici di egittologia apparsi quando era sedicenne, da non curarsi di prendere la laurea e nemmeno il diploma, e, nonostante ciò, negli ultimi anni di vita venne chiamato prima a Palermo e poi a Genova come docente universitario di lingua e letteratura tedesca. Se sull’universo letterario tedesco Jesi ha incentrato il suo capolavoro, Germania segreta, i suoi interessi tuttavia erano molto più ampi: occasionalmente anche poeta e romanziere, i suoi saggi hanno affrontato tematiche filosofiche, antropologiche, etnografiche, misteriche, archeologiche, di critica letteraria e di storia dell’antisemitismo. I due grandi poli del suo pensiero sono sintetizzati dal titolo di uno dei suoi saggi più noti, pubblicato per la prima volta dall’Einaudi nel 1968: Letteratura e mito.

Pochi anni dopo la pubblicazione di Letteratura e mito e il significativo dibattito intellettuale che il saggio aveva creato attorno a sé, dopo un invito da parte della casa editrice Isedi di pubblicare un saggio sul concetto di mito per la loro collana di enciclopedia filosofica, Jesi scrisse di getto un testo densissimo, intitolato semplicemente Mito, completato in poche settimane e pubblicato la prima volta sul finire del 1973, adesso riproposto in una nuova edizione critica dalla Quodlibet.

Mito di Jesi ha una struttura argomentativa ineccepibile: dopo un primo capitolo dedicato a discutere i presupposti di metodo e la differenza tra mythos e mythologia – com’era già articolata nella cultura greco-latina – Jesi si lancia in una attenta dossografia di tutte le interpretazioni date al mito dal Seicento in poi, da parte di un gruppo eterogeneo di pensatori, intellettuali e studiosi che comprende Vico, Creuzer, Bachofen, Willamowitz, Cassirer, Benjamin e i contemporanei Eliade, Lévi-Strauss, Dumézil e Kerény – gli ultimi due in diretto rapporto epistolare con Jesi. È nelle ultime pagine di Mito che lo studioso torinese si arrischia ad esplicitare per la prima volta l’idea di macchina mitologica, il modello conoscitivo che, già sottinteso in Germania segreta, avrebbe accompagnato tutta l’ultima fase della sua produzione saggistica e intellettuale, ivi incluse opere-spartiacque come Cultura di destra e Spartakus. Simbologia della rivolta.

«L’orizzonte sul quale si pone il modello macchina mitologica è lo spazio ove misuriamo questa perenne equidistanza da un centro non accessibile» spiega Jesi nella conclusione di Mito. «Affermare o negare che il mito sia una sostanza effettivamente circoscrivibile entro le pareti impenetrabili della macchina mitologica, una sostanza conoscibile se non altro nella misura in cui si può dire di essa ‘c’è’, e tale da manifestarsi in epifanie le quali non consistano soltanto nel prodotto della macchina mitologica vuota, bensì nell’irradiazione di un contenuto misterioso della macchina stessa – affermarlo o negarlo, significa compiere una scelta squisitamente ideologica di portata assai ampia». Questa presa di coscienza permette a Jesi di mettere alla berlina innanzitutto il bersaglio polemico di tutta la sua produzione, quegli individui – politici, burocrati, scrittori, demagoghi che siano, in un discorso che si riferisce più a gruppi di potere che a singole figure – che strumentalizzano il mito per precise finalità politiche; ma forte di questa intuizione Jesi polemizza senza problemi anche con strategie à la Heidegger, con la pretesa di «riconquistare ‘l’autentico’ fungendo da custodi dell’autentico stesso, identificato con la sostanza del mito, sacrale e riposante in sé stessa», e di prese di posizioni come quelle dell’ultimo Lukács, di negare la sostanza del mito per negare l’esistenza di Dio e riaffermare un razionalismo oltranzista.

Affermare non tanto che il mito quanto che la macchina mitologica c’è, è attiva, funzionante e presente a prescindere dalla permanenza di determinate credenze e rituali in determinate società, permette a Jesi di ristrutturare in toto il discorso sul mito e di far confluire nel cuore della questione la stessa letteratura ‘laica’, senza forzature. «Di là dai tentativi di apologia metafisica del mito o, per converso, di demitologizzazione, la necessità più urgente ci sembra essere quella di indagare il funzionamento dei meccanismo della macchina mitologica, anche se ciò impone di collocare per ora fra parentesi il problema relativo all’essere o al non essere del mito in sé e per sé» scrive Jesi nelle ultime righe del saggio.

Indagare frontalmente le strategie con cui la macchina mitologica produce storie, simboli e ideologie fino a gettare sabbia negli occhi, se strumentalizzata, a chi dei miti e delle grandi narrazioni collettive si nutre, è per Jesi una modalità di autentica militanza politica. E a ben vedere, un concetto come quello di macchina-mito, se sviluppato a fondo si porge a risolvere uno dei più combattuti dibattiti che ha attraversato le scienze umane tutte nel cuore del Novecento, quello sulla coincidenza tra miti, riti e simboli appartenenti a popolazioni lontanissime nel tempo e nello spazio: la produzione e soprattutto la diffusione di miti, molto più della loro possibile origine in dati della storia o della realtà di un popolo, rappresenta una struttura fondamentale dell’esistenza e della convivenza umana, struttura costantemente esposta a privilegiare l’opportunità a scapito della verità, l’abbonimento del gruppo più che l’epifania del singolo, il richiamo strumentale alla tradizione anziché la rielaborazione creativa della stessa, tutte tendenze che Jesi nei suoi ultimi saggi avrebbe additato nella cultura di destra in generale e in certo nichilismo o «cultura della morte» tedesca in particolare. C’è sempre la macchina mitologica ad operare, a fornire a individui e a volte ad interi popoli non ciò che vogliono sapere, ma ciò che vogliono credere.

Come Jesi scrisse pochi anni dopo in Esoterismo e linguaggio mitologico, la sua affascinante analisi di Rilke, alla luce di questa epifania metodologica il mito resta solo «il presunto motore immobile e invisibile di una macchina che serve a molte cose, nel bene e nel male. È memoria, rapporto con il passato, ritratto del passato in cui qualche minimo scarto di linea basta a dare un’impressione ineliminabile di falso; e archeologia, e pensieri che stridono sulla lavagna della scuola, e che poi, talvolta, inducono a farsi maestri per provocare anche in altri il senso di quello stridore; ed è violenza, mito del potere; e quindi è anche sospetto mai cancellabile dinanzi alle evocazioni di miti incaricate di una precisa funzione: quella, innanzitutto, di consacrare le forme di un presente che vuol essere coincidenza con un’eterno presente».

Oltre il mito, verso la macchina – questa era stata la direzione intrapresa in Occidente da certo pensiero e certa prassi laicizzante già a partire dal Settecento, e su questa direttiva si era andati avanti finché, embrionalmente col marxismo e la sua teoria dell’alienazione dal 1848 in poi, definitivamente con lo scoppio della bomba atomica nel 1945, non si era giunti a capire che anche la macchina, la tecnica, la tecnologizzazione dell’esistente era un mito, molto più ingenuo, superstizioso e pericoloso di gran parte delle mitologie tradizionali. Jesi ci spariglia ulteriormente le carte invertendo tutto il discorso e mostrando che il mito è, o almeno obbedisce a una macchina, a una struttura ormai autonoma e automatizzata che propone gli stessi movimenti di fondo da millenni. Non è la storia a produrre nuovi miti, se mai è la storia ad adeguarsi al mito, a obbedire a quel richiamo del profondo che Jung riconduceva a degli archetipi e che Jesi invece spoglia in una macchina, risalendo ancora più indietro dai simboli verso quello struttura che li ripropone, li ricombina e li rimesta. Macchina poi ci conduce a macchinazione: e cosa fu la famigerata ‘leggenda del sangue’ che voleva gli ebrei nutrirsi di bambini cristiani verso Pasqua, diceria plurisecolare su cui anche Jesi lavorò in uno dei suoi saggi più noti, se non la rivelazione fittizia di una macchinazione che ne camuffava un’altra di senso opposto, sullo sfondo di un agone molto più socio-economico che religioso?

Makinarium. La consapevolezza di questa struttura sempre operante e sempre risorgente, di questa macchina mitologica che è sopravvissuta al crollo di tutte le religioni e di tutti i miti e che neanche l’Illuminismo ha voluto scoprire, figlio che non riconosce la madre – l’epifania della macchina jesiana non toglie al mito la sua importanza storica e il suo fascino culturale e anche emotivo, se mai aiuta a comprendere la sotterranea permanenza del mito anche nella nostra sfilacciata attualità. La secolarizzazione avviata dall’Illuminismo e giunta vicino al compimento nella seconda metà del Novecento apparentemente consiste nel declino di credenze, narrazioni e pratiche religiose dalla società e dalla vita pubblica – ma la società stessa è un mito, mito che produce miti – e mitezza – e da qualche decennio a questa parte l’immaginario collettivo non può fare altro che far risorgere in nuove forme tutti quegli dèi, santi, grazie, miracoli e narrazioni soprannaturali che per millenni avevano costituito l’humus, il legaccio e la forza trainante della civiltà umana. Nel proclamare che non è alla realtà o all’irrealtà del mito che bisogna pensare bensì alle modalità della sua produzione e riproduzione Jesi lascia scoperto il mito del mito, l’illusione di una pudendo origo, di antefatti storici o psicologici o metapsicologici inattingibili da cui i singoli miti o la mitologia nel suo complesso sarebbero sorti.

La soluzione di Jesi dissolve molti falsi problemi del dibattito novecentesco sul mito, e lascia aperta una corrente di indagine che dai rimasugli del mito e dai prodotti della letteratura potrebbe spostare lo sguardo sul contemporaneo in quanto tale. Cogliere il mito nella sua origine inattingibile è un’impresa da Jesi giudicata impossibile – eppure da altri, come René Girard, tentata: «vietato, in virtù di quella trasformazione antropologica che ci separa dagli antichi, resta per noi il luogo ove la mitologia poteva essere colta in flagranti» avvertiva Jesi già nel primo capitolo di Mito. Furio Jesi con la sua macchina mitologica propone una soluzione efficace proprio perché rimodula il problema da cui nasce, ma se si vuole comprendere il presente questa intuizione non è che la rampa di lancio verso un panorama più ampio e ambizioso. Cogliere il mito in contumacia, sorprendere la macchia di questa macchina ancora accesa, nelle sue imprevedibili sopravvivenze e metamorfosi nell’hic et nunc, in questo mondo che l’ha ripudiato, scoprirlo attuale anche se innominabile nel nostro presente attraverso una critica dell’immaginario che ne riscopra i fondamenti e le genealogie – è questa la sfida che la falsa morte della mitologia ci lancia tuttora, è questo il sentiero attraversando il quale si potrebbe sorprendere non il mito ma il presente in flagranti, oltre tutte le sue illusioni e autonarrazioni di progresso, nella sua nudità archeologica che invoca ancora un passato – per non rendere il futuro stesso un mito.



Immagine di copertina: miniatura di Cristoforo de Predis (Milano, 1440 – 1486)

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