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L’Italia che sognavamo



A lungo, siamo stati felici della nostra solitudine.
Abbiamo urlato casa nostra, come fosse un traguardo.
Abbiamo trasformato la distanza per l’altro in un obiettivo da perseguire.

Un governo ha lavorato un anno intero per arrivare a questo, alle divise che controllano chiunque, alla diffidenza assoluta verso qualsiasi nostro simile, al terrore nell’uscire di casa per paura di morire per mano di chiunque, rendendoci sospetto, e quindi nemico, ogni cittadino che non fossimo noi, dal vicino di casa all’ultimo dei deboli arrivato da noi per fame e altrettanto terrore. Siamo arrivati vicino a una totale estraneità nei confronti del prossimo tanto da bramarne l’istituzionalizzazione, da sognare i militari e i poliziotti ovunque nelle strade, perché chiunque di noi diventasse controllato e controllore, per arrivare a convincere ognuno degli avversi alla missione portata avanti dall’allora Ministro dell’Interno di quanto fosse necessario tenere un metro tra noi e il mondo, quanto fosse indispensabile che tutti potessimo armarci e sparare a qualunque essere umano che si azzardasse a entrare nel nostro perimetro, così che le nostre case diventassero regni sovrani inviolabili e inattaccabili.

Questo virus, in realtà, è riuscito laddove il peggiore razzismo ha sempre fallito. Ha reso visibile cosa accadrebbe a spostare sempre un po’ più in là il limite di chi odiamo. È la realizzazione del desiderio di tanti, tanti che sbraitavano gioiosi il proprio spregio, tanti che pregavano che il loro Dio vendicativo mandasse finalmente una sana apocalisse a tappeto contro chiunque si avvicinasse a noi, tanti, quasi tutti, che chiedevano leggi speciali per mettere la chiusura ermetica al nostro Paese.
Ecco, è successo, ecco l’Italia che speravano, eccola realizzata, l’Italia con le frontiere interne, l’Italia che vive ogni passo fuori dal portone con angoscia, l’Italia con i mitra ogni chilometro, l’Italia che vede nell’altro un possibile untore, l’Italia sigillata nelle sue quattro mura, l’Italia in quarantena mentale costituita per la gran parte di uomini e donne che hanno lottato perché la segregazione diventasse realtà, un’umanità che ha urlato disprezzo e augurato il genocidio perché i confini, di luogo, di genere, di classe, venissero rispettati, un’umanità che oggi si sveglia e scopre che è arrivato il giorno in cui tra ricchi e poveri non c’è più differenza, perché il virus ci ha resi tutti uguali; un’umanità che venerava il carcere e che, sempre oggi, si scopre obbligata a costruirsi una galera intorno per sopravvivere: è come se l’odio vomitato addosso al mondo si fosse trasformato per loro in una specie di contrappasso, e questo virus fosse la maledizione creata nei laboratori delle viscere della Terra da qualche Antico vendicato per mostrarci cosa sarebbe accaduto se il piano di quella compagine governativa che tanto osannavano fosse andato in porto.

Italia

Un’umanità che ora è costretta alla clausura, e forse si accorge di cosa voglia dire essere ritenuto degno di prigionia senza aver commesso nessun reato, un’umanità che non lo sopporta di essere messa dietro alle sbarre senza giusta causa ma ha preteso per mesi che un trattamento di certo peggiore, dal CPT alla gogna pubblica, fosse riservato a donne incinte, bambini, disperati da ogni dove, padri e madri arcobaleno. Un’umanità che, forse, per la prima volta, capisce la necessità, in certi casi estremi, di chi non ce la fa più a stare a casa propria, di chi vuole andarsene, sentirsi libero di vivere la vita che preferisce.
Ed è certo che molta di questa umanità sia composta da coloro che si sono stancati delle regole, dei diktat dello Stato, di tutto quel sistema di imposizioni centraliste cui una pandemia costringe, e da cinici che invocavano ordine, leggi ferree, e morte al diverso, eccoli trasformati come i migliori voltagabbana in capricciosi pargoli allergici alle regole: sono loro, sono facili da riconoscere: sono quelli che non sopportano di restare da soli, che sentono per la prima volta di voler abbracciare qualcuno, di sentire impellente tornare a incontrare sconosciuti con cui intrattenersi, sconosciuti da insultare: se fosse questo il prezzo da pagare per uscire, essere amico di tutti, nessuno di loro si rifiuterebbe di abbracciare un ragazzo del Ghana, un transgender, un vero carcerato. Perché d’improvviso si accorgerebbero che per disprezzare, devi avere comunque qualcuno da disprezzare, non puoi disprezzarti da solo, il disprezzo prevede una società, e qualora lo capissero, insieme, potrebbero avere anche la rivelazione. Che senza gli altri non c’è vantaggio a vivere, perché per commerciare, per evolvere, per non sentirsi abbandonato, per stare al mondo, non esiste un io senza un noi.

E che poi questa tragedia, colpisca ancora di più il Nord, anche il mio Nord, quel Nord industrialmente invincibile, locomotiva del Paese, il Nord dei governatori sceriffi, il Nord che fino a ieri ha combattuto in ogni sede per rendersi autonomo, isolato, e che oggi per sopravvivere sia costretto a inchinarsi a macchinari e aiuti stranieri, sembra confermare un disegno, un macabro disegno ammonitore: come se il futuro che ci aspetta, prima di realizzarsi, avesse bisogno di metterci in guardia per la prossima volta quando, ormai salvi, ci dimenticheremo dell’obbligo di indifferenza cui siamo costretti in questi giorni e dalle nostre finestre sanificate, nei nostri destini perfetti di uomini che non hanno bisogno di nessuno, che non avranno mai più avuto il coraggio di dirsi padroni a casa propria, in quel giorno del dopodomani, un brivido ci attraversi e ci ricordi che un pianeta abbandonato a noi, solo per noi, è un pianeta che muore. A cui non c’è terapia intensiva che ponga rimedio. Che non respira, non perché non riesce ma perché non sa più come fare.





Photo credits: Max Ernst, The Angel of Heart and Home, 1937
The Angel of the Home or the Triumph of Surrealism, 1937

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