Quando sul principio del 1992, all’indomani della formalizzazione dell’incarico da parte della Harvard University, Luciano Berio avviava la stesura delle sue famose Lezioni americane, poi pronunciate tra l’autunno del 1993 e la primavera del ’94, credo avesse bene a mente l’antecedente calviniano, vale a dire quei Six Memos for the Next Millennium (Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Garzanti 1988) che poco meno di un decennio prima Italo Calvino aveva predisposto per le sue Charles Eliot Norton Poetry Lectures e che il destino, ancora una volta cinico e beffardo, gli aveva impedito di portare a compimento oltreoceano, interrompendo anzitempo la sua avventura terrena.
Ne ho avuto conferma di recente nel leggere la prima delle appendici al bel saggio di Angela Ida De Benedictis sulla biblioteca del compositore (in Biblioteche dei compositori italiani del Novecento, Fondazione Levi 2025): come dichiarato dall’autore, «ho sempre coltivato un intenso rapporto con la letteratura e gli scrittori, da James Joyce fino all’amico Calvino, cui rendo omaggio con il titolo del corso che terrò fino al giugno 1994 alla Harvard University, Remembering the future». L’accenno a Italo Calvino era stato in realtà anticipato da Talia Pecker Berio nella sua prefazione alla prima edizione a stampa delle Lezioni di Berio (Einaudi 2006, rist. Il Saggiatore 2025), nel ricordarci che proprio quella locuzione inglese (con una non lieve curvatura nella traduzione italiana, Un ricordo al futuro) era stata sottratta a mo’ di intitolazione all’azione scenica allestita da Calvino per Berio nel 1984, Un re in ascolto, bissando per l’appunto le ultime parole intonate da Prospero.
Il tentativo di ricordare ai lettori di queste mie riflessioni, lettori futuri, posteri ormai rispetto a Berio, la statura (leggasi l’opera, la poetica, il lascito) di uno dei più importanti compositori del XX secolo, proprio nell’anno del suo centesimo genetliaco, ha bisogno di nuova linfa per non accontentarsi delle ricorrenti litanie pronunciate in questo anno grondante di celebrazioni. E questo anche perché Berio più di qualsivoglia altro esponente dell’avanguardia musicale del secondo Novecento è riuscito a far parlare di sé, a intercettare sul piano della comunicazione trasversale ambiti anche molto distanti dal perimetro musicale di sua appartenenza, a includere territori altri rispetto alla musica cosiddetta colta (la canzone e la musica di consumo, le musiche di tradizione orale), facendo sì che il suo nome e una manciata di sue opere di riferimento abbiano avuto una ininterrotta circolazione e non siano mai di fatto usciti dal canone della musica d’arte contemporanea.
Beninteso, non intendo sottrarmi alla sommaria rassegna dei luoghi di culto della ricerca beriana, intendendo sia quella condotta in maniera diuturna a suo tempo dal compositore sino agli ultimi istanti della sua vita (con partiture e spartiti in lavorazione disseminati ovunque nella sua diletta residenza toscana, a Radicondoli, in provincia di Siena), sia quella presa in carico da un nutrito drappello di giovani e meno giovani studiosi, vestali del suo lascito e operosi adepti di una sorta di culto laico della vorace intelligenza creativa del loro beniamino.

Sin dal primo decennio del nuovo millennio, detto drappello, capitanato da un tandem d’eccezione, l’(etno)musicologa Pecker Berio, già vedova del compositore, e De Benedictis, responsabile dei fondi italiani e delle ricerche all’interno della Paul Sacher Stiftung di Basilea, nonché primo direttore del Centro Studi Luciano Berio (2009-), si è attivato su più fronti con progetti pluriennali, anche frutto di consorzi internazionali virtuosi, inerenti ai suoi opera (Luciano Berio. Nuove prospettive / New perspectives, «Chigiana», XLVIII, Olschki 2012; Le théâtre musicale de Luciano Berio, I-II, L’Harmattan 2016) e al suo pensiero (Luciano Berio, Scritti sulla musica, Einaudi 2013; Luciano Berio, Interviste e colloqui, Einaudi 2017). Più in particolare, il volume che ha ‘aperto le danze’ e ha incentivato ulteriormente la messa a punto di tutti gli altri progetti a seguire, il volume della serie «Chigiana», grazie al patrocinio della ben nota Accademia senese e al concorso di un illustre comitato scientifico, ha inteso promuovere il rilancio degli studi attorno all’opera del compositore attraverso il ripensamento delle direttrici fondamentali del suo pensiero, individuabili nell’arco cronologico che va dagli anni Cinquanta alla sua scomparsa. Il corposo volume bilingueinquadra per l’appunto lo stato dell’arte, anche alla luce di quanto ereditato/concimato dal lavoro condotto dai pionieri della ricerca beriana (penso a Ivanka Stoianova, colpevolmente taciuta nel tomo anzidetto, e soprattutto a David Osmond-Smith, cui dobbiamo un lascito a dir poco seminale, e non soltanto a carico del Maestro di Oneglia). A lungo «la natura quantitativamente scarsa, sia pure qualitativamente densa degli scritti e delle fonti documentarie ha finito per indirizzare la ricerca soltanto verso talune tematiche: la voce, il rapporto con la poesia, l’opera aperta, il lavoro nello studio elettronico milanese, con una limitazione alle opere degli anni Cinquanta/Sessanta» (Pecker Berio, 2012) e, più in particolare, ai lavori, anche elettronici, pensati e realizzati con/per Cathy Berberian, vero e proprio laboratorio sperimentale a sua esclusiva (o quasi) disposizione (cito a caso Thema. Omaggio a Joyce, Circles, Sequenza III, Folk Songs).
Due aspetti del lavoro complessivo di Berio sono stati interamente ripensati nella valutazione complessiva odierna della sua parabola creativa: l’incidenza del pensiero elettronico, ben al di là del recinto deputato e dell’impegno condiviso con l’amico fraterno Bruno Maderna alla testa dello Studio di Fonologia della RAI di Milano, e l’adozione di tecniche sperimentate e collaudate nel laboratorio milanese anche nella restante produzione per voci e/o strumenti (il montaggio, il collage, etc.); le costanti riverberazioni del pensiero seriale, anch’esso proveniente dagli albori compositivi del dopoguerra, nella gestione del materiale musicale e nella messa a punto della forma della sua musica. Si è in qualche modo tentato di portare alla luce i nessi profondi che legano gruppi di opere alla stessa formulazione poetica e dunque ad uno stesso concetto anch’esso ripensato di musica (se per Edoardo Sanguineti «tutto fa musica nella musica di Berio» [2012], il Nostro lo precorre nel dichiarare che «musica è tutto quello che ascoltiamo con l’intenzione di ascoltare musica» [2006]).
C’è una metafora ricorrente nel lessico beriano, finanche lambita nelle titolazioni recenti di talune sue opere (penso, ad esempio, agli ultimi lavori teatrali, Outis (1996) e Cronaca del Luogo (1999) e alla composizione-testamento, Stanze, completata nel 2003 a poche settimane dalla sua scomparsa) e che ha a che fare con il viaggio e con l’esplorazione di luoghi più o meno immaginari, limitrofi o distanti rispetto al suo spazio-tempo consueto. Di un lungo viaggio verso Cythère, con palese citazione da Baudelaire, ci racconta Berio nel film-documentario Voyage to Cythera realizzato nel 1999 da Frank Scheffer per conto della Allegri Film e AVRO e oggi disponibile in rete. È senz’altro attinta alle suggestioni contenute in quel film la metafora di cui si discorre e che ha guidato la De Benedictis nella sua ricognizione a carico della biblioteca di Berio: un’idea avvincente, capace di indirizzare la studiosa alla scoperta di una «geografia intellettuale e mappatura delle idee» guidate dal disporsi in costante divenire dei libri e delle partiture nei differenti luoghi deputati della casa al fine di agevolarne insospettabilmente il dialogo tra loro.
«I libri di una biblioteca parlano», scrive De Benedictis, attingendo a una visionaria dichiarazione del Maestro: «Io credo che tutto comunichi. Io credo che i libri parlino tra loro, così come le composizioni musicali di diversi periodi e culture parlino tra loro». Lungo questa via, che ha a che fare con le geografie immaginarie del sapere, a loro volta emanazione di architetture più o meno virtuali, cosicché tutto lo scibile musicale appare stipato in una ipotetica biblioteca ‘di Borges’, le cui stanze sono ricolme di suoni e di musica, di «voci e strumenti che cantano e suonano, giorno e notte», recuperiamo «la storia delle nostre azioni e delle nostre idee che sembrano talvolta trascendere e precorrere la presenza stessa di chi è chiamato a rappresentare e a farsi soggettivamente attore di quei cambiamenti e di quelle idee» (Berio, 2006). Riprendo a questo punto – e mi si perdoni l’inatteso testa-coda – l’avvio di queste riflessioni poiché molto si intravede dell’orma calviniana nelle gestione della metafora anzidetta, anche all’interno delle Lezioni americane di Berio: l’omaggio tributato all’amico Calvino non consiste a mio parere nella sola citazione contenuta nell’intitolazione, ma va a innervarne in profondità la messa a punto, tant’è che Berio, nel ricalcare i passi dell’altro, ci consegna la summa del suo pensiero ricomposta nei Six Memos da cedere ai lettori, musicisti e musicofili vari, del millennio ormai sopraggiunto.

Credo insomma valga la pena di rileggere le Lezioni americane dell’uno (Berio) alla luce, quasi fosse una sorta di velina da appoggiare sui testi per consentirne una lettura in trasparenza, di quelle dell’altro (Calvino) che, per parlare di sé, della sua scrittura, delle sue predilezioni (e delle sue idiosincrasie), colleziona con magistrale sapienza e senza alcuna supponenza gli exempla più cari attinti alle letterature del mondo occidentale (Dante, Leopardi, Shakespeare, Valèry, Musil e Borges, fra i tanti), così come a quelle del mondo antico (Ovidio, Lucrezio) e degli altri mondi ormai inclusi nella nostra galassia globalizzata. Altrettanto fa Berio che, una volta raccolto il testimone (si badi all’allaccio taciuto tra l’ultima lezione calviniana, la quinta, dedicata al tema della Molteplicità, e la prima, Formazioni, del Ricordo al futuro) e tramutato i concetti/valori di Calvino in azioni (la leggerezza, la rapidità, l’esattezza, la visibilità nei verbi Tradurre la musica, Dimenticare la musica, Vedere la musica […]), intraprende il suo ennesimo viaggio alla ricerca del tempo perduto (ritrovato) delle tante geografie attraversate: i primordi milanesi e gli anni Cinquanta di Darmstadt e dello Studio di Fonologia, il lungo soggiorno statunitense a colmare di musica gli anni Sessanta e parte dei Settanta, da ultimo la dimora del cuore, la residenza campestre in Toscana dove ricollocare e lasciar sedimentare l’intera sua esperienza creativa.
Mi piace infine ricordare che, se Calvino e le sue lezioni in forma di testamento letterario per i tempi avvenire hanno rappresentato l’antecedente recente delle lezioni di Berio, bisogna risalire ai primi anni Settanta, vale a dire al 1972 e dintorni, per recuperare l’antecedente remoto, concepito in tutt’altro formato e per un pubblico certamente meno acculturato ed evoluto: mi riferisco al ciclo di dodici trasmissioni per il II programma della RAI intitolato C’è musica e musica, vale a dire l’unica opera d’arte televisiva (multimediale) composta da Berio nel corso del suo tardo soggiorno statunitense, poco prima del definitivo rientro in Italia (disponibile oggi sulla piattaforma RaiPlay). Allora Berio aveva siglato in maniera fin troppo apertamente ecumenica un prodotto assolutamente autoriale, eppure includente una visione molteplice e dinamica del fare musica, raccontando le musiche degli altri per evocare soltanto in filigrana le proprie; vent’anni dopo, sceglie invece di parlarci di c’è musica e musica per Berio attraverso sondaggi mirati, condotti a carico dei suoi beniamini (Mahler e Stravinskij super omnes) e delle sue opere predilette, così da sentirsi parte del flusso ininterrotto della tradizione senza nostalgia alcuna (Pecker Berio, 2012). Questa potrebbe essere la ragione segreta che gli ha impedito, al di là delle contingenze e della furia del dileguare quotidiano, di rifinirne in maniera compiuta il contenuto e di lasciar andare le sue lezioni consegnate a colleghi e studenti americani così come a noi tutti, che oggi le rileggiamo vagando ammirati nel labirinto delle sue idee.