Dopo la prima puntata, pubblichiamo la seconda parte dell’analisi di Fabio Cantelli Anibaldi intorno al valore della solitudine.
***
Un no mite ma irrevocabile
Ma non è di quest’umanità, oscena perché sempre in scena, che mi preme parlare: la presente riflessione nasce dall’istintiva simpatia per quegli adolescenti disorientati a cui accennavo che, a differenza dei coetanei, non traducono l’esortazione a “essere se stessi” nel cercare di somigliare il più possibile a celebrità che riempiono stadi e vantano seguiti oceanici, nella speranza di vivere come loro una vita costantemente esposta all’attenzione di un pubblico adorante ma anche esigente, voglioso di conoscerne ogni aspetto o, meglio ancora, osservarne in diretta lo sfarzoso svolgersi tra voli su jet privati, relax invernali su spiagge tropicali e nuotate ogni giorno dell’anno in piscine fatte costruire su attici di grattacieli, al bordo delle quali esibire corpi rifatti o “palestrati”, istoriati da tatuaggi e adornati da monili d’oro massiccio.
Non subendo il fascino del nulla patinato, queste minoranze di adolescenti si chiedono come vivere in un mondo che ha sostituito la difficile ricerca del Sé con l’autocertificazione del “selfie”, l’etica della conoscenza con la cosmetica dell’opinione.
È l’aver colto il loro spaesamento ma anche timore di non farcela ad avermi ispirato questa riflessione sulla solitudine. Parola che – come credo sia ormai evidente – non allude a quell’isolarsi che può toccare picchi maniacali come nel caso degli “hikikomori”, gli adolescenti giapponesi che con il tipico e per certi versi affascinante rigore di quel popolo arrivano a chiudersi nelle loro stanze per non uscirne più.
La solitudine di cui parlo non evade dal mondo ma lo attraversa potendo contare, in determinati frangenti, su un microcosmo interiore nel quale trovare riparo dalle notifiche, seduzioni e offerte del mercato globale.
Solitudine di uno spazio psichico nel quale avviare quelle riflessioni che, portando al progressivo riconoscimento di sé, rendono l’adolescente non solo indifferente alle seduzioni estetiche e alle mode culturali, ma capace di manifestare il suo disinteresse senza il muscolare, bellicoso antagonismo richiesto dalla retorica del “prendere posizione” oggi tanto in voga. Disinteresse espresso in modi e toni simili a quelli miti ma irrevocabili del “preferirei di no” pronunciato da Bartleby, il memorabile scrivano di Melville.
Una solitudine co-ispiratrice
Se familiarizzerà con questa solitudine l’adolescente potrà contare su una compagna di viaggio sempre presente ma mai compiacente, sodale con cui confidarsi quando dubiterà di avere forze sufficienti per vivere una vita nella quale riconoscersi, non più scissa tra l’essere e l’apparire, tra quello che mostra in pubblico e ciò che percepisce di essere in privato: una vita in cui l’Io sia espressione del Sé e non sua caricatura o contraffazione.
Sarà insomma, questa solitudine, co-ispiratrice di un cammino esistenzialeche gli permetterà sia di stare al mondo senza farsi contaminare da una gretta mondanità, sia d’individuare nelle folle quelle persone che, come lui, si sentono diverse ma non sole, avendo scelto la solitudine come cura della propria diversità.
Dai memorabili dialoghi avuti in questi anni con gruppi di studenti delle scuole superiori, ho colto in molti di loro un desiderio di relazione che si è anche espresso, alla fine degli incontri, in abbracci annunciati da sguardi in cui si mescolavano timidezza e trepidazione. Slanci che mi hanno commosso e fatto riflettere sulla difficoltà, per chi è nato e cresciuto nell’epoca del Web, di concepire le relazioni come esperienze anche del tutto autonome dalla connessione digitale, dallo scambiarsi di continuo parole per veicolare impressioni e giudizi, entusiasmi e delusioni.
Che questo scambio ininterrotto impedisca di riflettere e riconoscere nel flusso degli eventi un senso o quantomeno una direzione, questi adolescenti di scorticata sensibilità lo percepiscono, ma è una sensazione che tendono a zittire per il timore di essere i soli a provarla, gli unici sbagliati in un mondo di disinvolti performer e formidabili comunicatori.
Per questo non basta invitarli a “disconnettersi” – o come mi piace dire “sfollarsi” – lasciando che nella sospensione del flusso verbale affiorino parole in grado di esprimere le loro sensazioni, emozioni, stati d’animo. Né basta descrivergli gli inestimabili vantaggi di una vita riflessiva.
Occorre prestare, anzi offrire loro un ascolto che sia emotivo prima che analitico, un’attenzione assorbente che è però impossibile esercitare se il loro smarrimento lo si è solo studiato e non, prima, anche vissuto. Se in loro non riconosciamo chi siamo stati e nel profondo continuiamo a essere perché il tempo adolescenziale eccede la cronologia con cui si misurano le altre età della vita: l’adolescenza è quel prendere il largo verso se stessi che permette a un generico esistere d’individuarsi e costruirsi come storia particolare, di fatto unica nel suo genere.
Senza quest’attenzione frutto di una immedesimazione, l’adolescenza continuerà a essere prigioniera di quelle analisi e indagini psico-sociologiche che da decenni ci propinano le loro giaculatorie sul “disagio giovanile”.
Il culto dell’empatia
Chi concepisce la vita come inesauribile ricerca e scoperta di sé non recide mai, dunque, il legame con l’adolescenza in quanto matrice di ogni cercare, ed è questo ad aver reso coinvolgenti e a tratti sconvolgenti gli incontri con quegli studenti: ogni volta ho rivisto nelle loro adolescenze i timori e tremori della mia, salvo che per me è stato più facile trasformarli in materia di riflessione avendo avuto sedici anni in un mondo dove era ancora possibile appartarsi per riflettere su se stessi e il senso del proprio esistere.
Con i suoi riflettori sempre accesi per ostacolare da un lato la riflessione, dall’altro permettere ai suoi abitanti di mettere in scena le proprie caricature, il mondo dei social non offre più questa possibilità, il che rende ancora più toccante l’SOS che traspare dagli sguardi di quei sedicenni, mescolato alla sorpresa di trovarsi di fronte un adulto che si è presentato senza il tipico contegno di chi arriva per analizzare, spiegare, mettere in guardia, ma nemmeno con l’atteggiamento e l’abbigliamento “casual” di chi cerca di accattivarsi la simpatia di un pubblico giovane. Un adulto che sembra non essersi dimenticato la sua adolescenza e che proprio per questo è in grado di capire la loro. Comprensione innanzitutto emotiva che non c’entra però nulla con la cosiddetta empatia, altra abusatissima parola con cui si decanta la capacità di rapportarsi agli altri in modo aperto e, come pure va di moda dire, “non giudicante”. Pubblico apprezzamento che nasconde la pulsione egocentrica dell’atteggiamento empatico, il suo aver più a cuore la dimostrazione della propria virtù che la cura dei traumi e turbamenti delle persone a cui si rivolge, le quali, se non vogliono essere respinte o ignorate, neppure vogliono essere ridotte al rango di vittime o di “fragili” in cui le include, e rinchiude, quella professione di benevolenza (e pure sulla parola inclusione ci sarebbe molto da dire).
Perché se è certamente lodevole offrire ascolto e sostegno a individui che barcollano smarriti, tale premura può diventare una gabbia se, prestato il soccorso, non si riconoscono i barcollanti come persone in grado di imparare a camminare da sole o tornare a farlo senza caritatevoli stampelle. Ma è proprio questo riconoscimento che l’empatia nega avendo bisogno di “casi” clinici o più genericamente umani dalle cui infermità ricavare da un lato la fama di opera benemerita, dall’altro perpetuare prassi psico-socio-sanitarie che trasformano i malfermi in infermi assistiti a vita tramite somministrazioni periodiche di colloqui rassicuranti o sdrammatizzanti e quotidiane di psicofarmaci che sedano i sintomi dell’angoscia senza reciderne le radici.
Perché a ispirare le pratiche dell’empatia è la puerile convinzione che l’assenza di sofferenza sia sinonimo di salute, quando è invece spesso proprio la sofferenza, se affrontata con terapie capaci di sostenere senza anestetizzare, l’unico mezzo per risalire dal sintomo alla causa e capire cosa bisogna modificare di se stessi per vivere una vita se non felice almeno viva. Possibilità preclusa da tutti quelli che, mentre teorizzano come obiettivo la “riduzione” di danni eliminabili, “si fanno carico” di persone cui vengono affibbiati appellativi come “utente” e aggettivi come “psichiatrico”, magari all’interno dello stesso discorso in cui hanno rimarcato la necessità di continuare la lotta contro lo “stigma”, marchio infamante che proprio l’agire e il lessico empatici stanno trasformando in qualcosa a metà tra il dato anagrafico e l’epigrafe funeraria.
Che quest’inclusione reclusiva sia ormai considerata la chiave per prendersi cura anche del “disagio giovanile” è fatto che non smette di ripugnarmi avendo compreso che l’adolescente che soffre non chiede compassione ma comprensione. Comprensione che però, ripeto, gli può venire solo da chi avendo vissuto a sua volta quel vuoto di anima e di scopo eufemisticamente chiamato disagio, è in grado di riconoscerne la potenza ma al tempo stesso considerarlo alla luce di una possibile evoluzione, non limitandosi dunque a tendere braccia a cui sostenersi e porgere spalle su cui versare lacrime, per poi consigliare terapie capaci di risollevare il grado di autostima.
Il vero aiuto – questo mi ha insegnato la mia esperienza di adolescente smarrito al punto da includere il suicidio tra i rimedi all’angoscia – viene da chi, riconoscendosi in te, ti offre parole e abbracci capaci di proteggere ma al tempo stesso scuotere, in modo da indurti a quella riflessione che, togliendoti di dosso i panni della vittima o del colpevole, ti fa assumere la responsabilità di una vita che non vuoi più ridotta a penosa sopravvivenza, una vita che, facendo spazio all’intimità riflessiva, impari la cura di sé.

Alienati all’origine
Quand’ero adolescente, alla fine degli anni Settanta, ricorreva nelle analisi socio-politiche di stampo marxista la parola alienazione come effetto dello sfruttamento della classe operaia asservita ai meccanismi di produzione capitalisti, sfruttamento che ne sfiancava i corpi e disintegrava le anime. Veniva insomma denunciata la disumanizzazione di un’esistenza ridotta a mera funzione. Il già citato ricorrente uso dell’aggettivo “disfunzionale” per designare la difformità di persone o famiglie da modelli di salute ed efficienza, dimostra come, man mano che i processi tecnologici si sono impossessati delle nostre vite, l’alienazione sia stata inglobata – verrebbe da dire inclusa – in quelle stesse vite come loro aspetto costituivo: si nasce alienati e alienati si muore, senza rendersene conto.
L’universale entusiasmo con cui è stato accolto l’avvento della cosiddetta intelligenza artificiale – e l’euforia con cui se ne prefigurano le applicazioni – non è che il segno di questa compiuta alienazione dell’umano. Penso a un aforisma di William Blake letto da adolescente con lo stupore che si prova quando le parole di un grande scrittore sembrano rivolgersi proprio a te: «Nessun uccello sale troppo in alto, se sale con le sue ali.».
Ecco, si può dire che la caduta conoscitiva, etica ed estetica – i tre aspetti sono concatenati – dell’attuale umanità dipende dall’essersi dotata di ali artificiali che, per quanto efficienti, non possono soddisfare un anelito di volo. Protesi meccaniche, informatiche o chimiche che, procurate fugaci ebbrezze, finiscono per accentuare il senso di gravità innescando la voglia di nuove e deludenti ascese. È il destino di chi, ignaro di sé e dei propri limiti, invece di maturare desideri obbedisce a impulsi, col risultato di provare piaceri effimeri che, per quanto reiterati, non scacciano la sensazione di aver vissuto a vuoto, di essere rimasti col proverbiale pugno di mosche in mano. Destino incomparabilmente peggiore di quello del giovane Icaro che, incollatesi le ali che il padre Dedalo gli aveva fabbricato con piume d’uccello affinché sfuggisse al Minotauro divoratore di fanciulli, con tipica avventatezza adolescenziale trasgredì la raccomandazione paterna di volare alla giusta altezza per evitare che le ali si appesantissero per l’umidità del mare o bruciassero per il calore del sole e, rapito dall’ebbrezza del volo, salì verticalmente finché la cera con cui le aveva fissate alla schiena si sciolse e il corpo non più alato precipitò nel mare, che lo inghiottì.
Dotata di ali prodotte in serie e in grado di volare a qualsiasi altezza e temperatura, l’umanità attuale può arrivare dovunque ma, essendo tele o aviotrasportata, dovunque atterri avverte qualche imperfezione o lacuna che immagina mancare in altri luoghi e circostanze. È il girovagare a vuoto del turista dell’esistenza che visita tutto senza esperire nulla, ignaro che il significato e il valore di una meta dipendono anche dalla fatica compiuta per raggiungerla, dagli ostacoli, ascese, vie ignote a mappe e dilemmatici bivi incontrati lungo il cammino.Anche una meta mancata o solo avvicinata può rappresentare una preziosa acquisizione di conoscenza se il cammino è stato un simultaneo percorrere fuori attraversandosi dentro. In questo senso, oltre a essere una meravigliosa metafora dell’irriducibile desiderio di Altro e Oltre che anima l’umano non alienato, il tragico mito di Icaro rappresenta un monito a rispettare la correlazione tra mezzo e fine: se si spezza il legame, se il mezzo è così potente da sostituire l’opera umana, della meta non resta che l’illusione, la bolla di sapone, il “pugno di mosche” appunto.
Le protesi, proiezioni e protezioni tecnologiche di cui l’essere umano oggi può disporre a ogni latitudine e in ogni momento, stanno uccidendo la sua essenza desiderante, col risultato che può sorvolare ma non volare e, nell’impossibilità del volo, decadere ma non cadere, laddove soltanto il trauma di una caduta può frantumare il meccanismo di una perdizione.
Decadere senza poter cadere: mediocre avvilente destino di un’umanità ignara di altezze come di profondità.
Camere comunicanti
Concludo tornando alla solitudine riflessiva di cui l’adolescenza è stata mutilata. Qualche tempo fa, dopo aver assistito in “streaming” a un mio incontro con una cinquantina di liceali, un docente dotato di un’intelligenza vivace e anche immaginativa, nonostante la formazione strettamente accademica, mi ha preso da parte per dirmi compiaciuto che l’inconsueta attenzione con cui gli studenti avevano ascoltato racconti inframmezzati da riflessioni espresse sempre al ritmo del racconto, veniva, oltre che dalla cura e comprensibilità del linguaggio, dalla mia capacità di essere empatico. Appurato per l’ennesima volta come certe parole passepartout riescano a insinuarsi anche in menti intelligenti, quando usano il linguaggio per affermare più che per esprimere e le loro analisi non partono dalle emozioni ma dall’averle zittite nel timore che interferiscano col ragionamento, ho educatamente ma fermamente osservato che con quell’attenzione l’empatia non c’entrava nulla.L’interesse degli studenti – ho continuato – era stato suscitato dall’ascoltare parole in cui la precisione non solo non diminuiva l’emozione ma la esprimeva al massimo grado, e dal fatto che, pronunciandole, mi ero non solo esposto ma offerto alle loro considerazioni senza il timore di essere giudicato. Offerta che aveva innescato un’introspezione emulativa animata dalla speranza di diventare a loro volta capaci di vivere in mezzo agli altri senza dover nascondere la parte più intima di sé: se è possibile diventare adulti senza recitare la parte degli adulti – avrà pensato qualcuno – allora un posto nel mondo forse è possibile trovarlo.
Era stata quella speranza ad aver acceso la loro attenzione e reso il tempo trascorso insieme un’esperienza extra-cronologica, un emozionante incontrarsi e riconoscersi di solitudini: la mia esperta e le loro principianti.
Come se in quell’aula – ho infine aggiunto – avessero trovato la camera interiore che un’adolescenza preoccupata di apparire conforme gli aveva fino a quel punto precluso, mentre io, lasciando la porta aperta affinché chiunque potesse entrare, ero tornato per l’ennesima volta nella mia. Come sempre mi accade quando la relazione con l’altro si situa a una tale profondità da richiedere un’immersione immediata, verticale, nella matrice del mio sentire, dire, essere.
In copertina: La morte di Icaro, Alexander Cabanel