Grava sulla solitudine una cattiva reputazione. Si tratta infatti di parola associata perlopiù al sentirsi soli in quanto privi, o privati, di quei contatti e attenzioni che ci fanno sentire riconosciuti e magari benvoluti. Privazione che, quando non paralizza, spinge a fare il possibile affinché gli altri si accorgano di noi, ritengano interessante o almeno degno di nota il nostro esistere.
I miliardi di messaggi che viaggiano ogni giorno attraverso i social rispondono a quest’esigenza di attenzione. La prima immagine a venirmi in mente è quella di un oceano in cui galleggiano innumerevoli bottiglie contenenti però ciascuna la stessa frase: “Ci sono anch’io! Anch’io esisto!”.
Il problema è che l’oceano è intasato al punto da impedire ogni spostamento: le bottiglie cozzano tra loro e allora ai naufraghi non resta che lanciare nuovi S.O.S dai toni sempre più sentenziosi o categorici, rabbiosi o sprezzanti, entusiasti o esaltati. È la smisurata commedia umana di un mondo in cui tutti vogliono essere attori e nessuno spettatore.
Il dramma sotto la maschera
Ora, il bisogno di riconoscimento è costitutivo della condizione umana. Il bambino che trova in famiglia protezione man mano che, crescendo, si allontana dal nido sente il bisogno di essere non più solo protetto ma riconosciuto nel suo essere particolare. Arriva però un’età in cui questo bisogno di riconoscimento dovrebbe attenuarsi quanto più cresce quello della conoscenza di sé, quanto più affiora il bisogno d’indagare a fondo l’enigma della propria individualità al di là di ciò che ne possono dire o pensare gli altri.
Questo bisogno ha sempre coinciso con l’età adolescenziale. È allora infatti che alcune simultanee e dirompenti scoperte – quella del corpo al di là del suo impiego pratico, del desiderio come propellente dell’esistere e della mortalità come limite inaccettabile dell’esistere medesimo – portano l’adolescente a scoprire anche la propria diversità, il suo differire dalle immagini e rappresentazioni nelle quali, anche benevolmente, è stato fino a quel punto identificato.
Adolescenza significa sentire un divario sempre più lacerante tra quello che mostriamo in pubblico e quello che percepiamo di essere in privato: l’adolescenza è l’età del dramma celato sotto la maschera.
Ma è dramma tanto più fecondo quanto più l’adolescente è determinato a proteggere il suo lato nascosto, anche a costo di rinunciare in parte, o del tutto, all’approvazione e magari all’ammirazione che gli vengono dal camuffarlo in pubblico. Protezione conseguente al rendersi conto che, più importante del seguire modelli cosiddetti vincenti, è vivere una vita nella quale riconoscersi.
Intimità esposte in vetrina
Nell’epoca dei social, però, l’adolescente non sente il bisogno di proteggere il suo lato in ombra essendosi trovato sin da piccolo esposto ad attenzioni pubbliche, esposizione che nell’adolescenza diventa però tormentosa ansia di protagonismo, timore che la sua vita non conti nulla se non è oggetto di pubblico interesse, ammirazione o scandalo.
Quando, cinque anni fa, decisi di esplorare il mondo dei social e la persona a cui chiesi d’iscrivermi a Facebook mi mostrò prima alcune “bacheche” perché capissi come utilizzare la mia, commentai tra il divertito e lo sconcertato: “Ma questa è la mia camera di adolescente!”.
Paragone istintivo ma ancora ignaro delle conseguenze di questo trasferimento di massa su vetrine digitali di uno spazio da sempre protetto da sguardi indiscreti e presenze sgradite.
Come per milioni di adolescenti della fine degli anni Settanta, la mia camera era stata infatti un nascondiglio di segreti ma anche una fucina d’intuizioni e immaginazioni, aspirazioni e delusioni, un laboratorio alchemico nel quale avevo cercato di capire chi fossi e che tipo di vita più si addicesse alla mia diversità. E, tra le molte cose apprese là dentro, una delle più importanti era stata appunto la differenza tra pubblico e privato, dunque tra amicizia e sodalizio: di molti potevo essere genericamente amico, ma sodale solo di quei pochi a cui mi sentivo accomunato da qualcosa che non poteva essere espresso in parole ma che ogni nostra parola ispirava. Solo ai coetanei con cui l’affinità di vedute scaturiva da una comunione emotiva consentivo di entrare in camera per sfogliare i miei libri, ascoltare i miei dischi, partecipare insomma allo svelamento del mio essere.
L’autostima come valore di mercato
Ebbene, la scomparsa di questi svelamenti del proprio corpo interiore – sarei tentato di chiamarlo “mistico” – man mano che l’esibizione dell’esteriore è diventato quasi un requisito per ambire a una qualche fama, ha deformato l’adolescenza sino a snaturarla.
Trapiantato in uno spazio pubblico dove dare prova delle sue qualità, l’individuo sorgivo che di fatto è l’adolescente si è sentito in obbligo di rappresentarsi nel modo più appariscente come se per mettersi in gioco bastasse mettersi in mostra, ignaro di cedersi così a modelli che avrebbero plasmato la sua vita fino a renderla uguale a tutte le altre: conforme dentro e uniforme fuori.
Conformità oggi alimentata anche da concetti come “autostima”, parola cardine di psicologie dette motivazionali che la considerano il più efficace antidoto al deprimente timore d’essere individui di valere poco o nulla.
Il problema è che l’importanza assegnata all’autostima poggia sull’idea che, per essere apprezzati, bisogna soddisfare quei requisiti che rendono una persona degna di pubblica considerazione, il che subordina la stima di sé a quella che di noi hanno gli altri, i quali ci giudicano secondo i parametri dell’individualismo di massa, per il quale una persona vale solo se, destando attenzione con la sua bellezza, disinvoltura e intraprendenza diventa un modello non solo da ammirare ma da emulare.
Se ne sarà capace la sua sarà una vita di successo, altrimenti sarà un tirare a campare anonimo, fallimentare o, peggio, “disfunzionale”, aggettivo anch’esso molto in voga che schiere di psicologi e “motivatori” pronunciano con sconcertante disinvoltura, a dispetto dell’orrore che dovrebbe suscitare l’idea che la salute psichica di una persona si misuri dalla sua funzionalità, cioè da quanto la si può impiegare in un sistema che, di fatto, la spersonalizza.

“Essere se stessi”: cecità e inganno di una massima
Suona perciò non solo vacua ma fuorviante l’esortazione a “essere se stessi” che adulti brillantemente funzionali rivolgono con pedante frequenza ad adolescenti incerti sul proprio orientamento esistenziale o professionale.
Ma, prima ancora che fuorviante quella esortazione è segno di un’intelligenza aridamente astratta, perché quel “sé” rafforzato dall’aggettivo “stesso” non è solo un pronome personale volto a enfatizzare un’identità elevandola al rango di “stessità” – come accade nella lingua latina con il pronome dimostrativo ipse.
Prima che al linguaggio il “Sé” appartiene infatti alla vita in quanto simbolo di quel processo di riflessione psichica che permette a un essere umano di riconoscersi come soggetto e costruire così un’esistenza libera dalle finzioni e sotterfugi dell’Io. Ma è un processo che diventa progetto solo se viene coltivato con incessante dedizione, solo se la riflessione su se stessi diventa la spina dorsale di un’esistenza e, insieme, la stella polare che, ispirandone le scelte, ne garantisce l’autenticità.
Si tratta dunque non di essere ma di diventare se stessi, navigazione che all’inizio può spaventare non offrendo la rassicurante vista di una meta se non fosse che, rotta facendo, si capisce che è proprio quest’approdare a destinazioni provvisorie per poi salpare verso altri ignoti mari a trasformare l’esistenza in una straordinaria avventura, in un quotidiano incontro con l’Altro e l’Oltre.
Individui non individuati
Jung chiamò “processo di individuazione” quest’infinito approssimarsi a se stessi, ma l’apparato tecnologico che irretisce e dirige le nostre vite inibisce ogni introspezione avendo bisogno di obbedienti ed efficienti esecutori, non di psiconauti immersi nelle loro riflessioni.
È da questa mancata introspezione che deriva il globale, compulsivo ricorso ai social: le piattaforme d’interconnessione offrono a miliardi di persone che non si sono individuate la possibilità di proiettare un’immagine di sé da loro stesse confezionata, grazie alla quale farsi individuare. E poco male se lo sguardo pubblico che le avvista somiglia talvolta a quello di un ispettore di polizia, di un pubblico ministero o di un inquisitore medievale: ciò che conta per l’imputato è la sensazione di esistere per qualcuno, dal momento che la propria esistenza non sembra avere per lui alcun senso e, prima ancora, alcuna consistenza.
Male è invece che queste pubbliche individuazioni gli procurino ebbrezze sempre troppo fugaci, cosa che lo spinge a richiamare di nuovo e con maggior impeto l’attenzione su di sé come se il problema fosse la noncuranza o il disamore dei follower e non il fatto che un fantasma che chiede ad altri fantasmi di riconoscerlo come reale continuerà, per quanto brighi, a sentirsi un fantasma.
Questo sono i social per masse d’individui non individuati: macchine che provocano ebbrezza e amarezza, esaltazione e frustrazione in un’alternanza che dovrebbe logorare salvo che, come in tutte le dipendenze, gli asserviti si adattano alla servitù sia perché gli istanti di piacere sono così intensi da cancellare la precedente pena, sia perché una vita condizionata risulta alla lunga più sicura e confortevole di una che, libera da vincoli, deve trovare in se stessa un senso al proprio esistere. Condizionamento che irretisce anche vite che, in teoria, non avrebbero bisogno di riscontri pubblici facendo capo a figure non solo universalmente note ma detentrici di poteri e patrimoni senza precedenti. Se per un qualche, temo impossibile, motivo social e mass media smettessero da un giorno all’altro di raccontare le gesta di dittatori e plutocrati, questi cadrebbero preda di depressioni o attacchi di panico in quanto individui non individuati che, al pari di qualsiasi suddito, follower o hater, non hanno consistenza fuori dal reality show nel quale l’umanità sembra aver deciso di trasferirsi in pianta stabile.
Anche per i padroni del mondo è necessario insomma far parlare ogni giorno di sé essendo incapaci di parlare con sé, ovvero ascoltare quell’Altro interiore che non possiamo ingannare né corrompere, garante della verità e della dignità del nostro esistere.
(Segue)
Immagini
In copertina: David Bowie fotografato da Mick Rock
Corpo testo: Selbstporträt, Halbakt vor blauem Hintergrund di Richard Gerstl