Sul palco di un festival letterario, qualche giorno fa, ero accanto ad Alessandro Baricco. A un certo punto, si parlava dei suoi antichi detrattori. Gente che, da subito, non l’ha amato. Forse – dice lui con un ghigno – «perché ero carino». Forse perché, arrotolandosi le maniche di una camicia bianca, parlava in televisione di opera lirica e di classici della letteratura. Gli ho raccontato che di recente, facendo il suo nome a un vecchio e accigliato studioso, il vecchio e accigliato studioso non solo ha storto il naso, ma ha aggiunto che tra le ragioni per cui non lo perdona c’è la pubblicazione di Omero, Iliade (Feltrinelli, 2004). L’adattamento narrativo del poema omerico, da cui Baricco espunse con arbitrio provocatorio – ma anche fornendo una chiave di lettura – le divinità. Lui ha sorriso, e ha detto che – quando vent’anni fa raccoglieva critiche aspre su quel lavoro – pensava: non sapete cosa vi aspetta. Come a dire: poi arriverà la valanga. La valanga della divulgazione.
Non so se per Baricco si possa parlare di divulgazione. Non è un termine preciso, e nel frattempo è diventato anche abusato. Tutti divulgano. A ogni ora, in ogni circostanza, con ogni mezzo. Baricco, semmai, raccontava a modo suo un sapere. Lo condivideva: rendendolo più trasparente, e più brillante. Caricandolo o ricaricandolo di elettricità. Nel mondo culturale tardonovecentesco, la divulgazione in senso stretto era appannaggio di dilettanti originali e affabili (De Crescenzo) e di giornalisti con la passione per la storia (Montanelli e i suoi eredi, o meglio: epigoni). Il mondo accademico era distante, come oggi, ma con una differenza rispetto al bunker che è diventato: che gli accademici scrivevano sui giornali, facevano azione civile e politica, partecipavano al dibattito. Si rendevano riconoscibili fuori dalle aule: Asor Rosa, De Mauro, Eco, per fare i primi nomi che mi vengono in mente. I loro saggi non erano, non sono mai stati “per tutti”, ma a lettori più o meno attrezzati poteva capitare di incrociare la loro figura pubblica. Oggi, al contrario, gli accademici sono perlopiù anonimi e incapaci di uscire dal bozzolo delle loro pubblicazioni endogamiche. Salvo che non abbiano già fatto un salto oltre il ruolo: per via di temperamento polemico (Cacciari), o per disinvoltura comunicativa (Barbero); sospinti sulla scena da richiami festivalieri, lectio pubbliche su un modello-Baricco che, trent’anni fa, avrebbe fatto inorridire la maggioranza dei consigli di facoltà.

Ho fatto qualche riga fa il nome di Umberto Eco. A dieci anni dalla morte – rotto il silenzio che lui stesso, con coraggiosa eleganza, aveva preteso – si può senza incertezze confermare ciò che di lui scrisse, in sede di commiato, proprio Baricco. Sulle pagine di Repubblica (21 febbraio 2016), Baricco scrisse che Eco era il più grande in uno sport molto particolare: fare gli intellettuali. Ma lo praticò in un modo diverso, e rivoluzionario. Modificando con la sua impronta il campo da gioco.
Lascio la parola a Baricco:
«Capì che il cuore del mondo non stava immobile in un tabernacolo sorvegliato dai sacerdoti del sapere: comprese che era nomade, capace di spostarsi nei posti più assurdi, di nascondersi nel dettaglio, di espandersi in archi di tempo colossali, di frequentare qualsiasi bellezza, di battere dentro a un cassonetto e di sparire quando voleva. Non fu il solo: ma mentre altri ne uscirono sgomenti, o storditi, o increduli, lui trovò la cosa naturale, ovvia, piuttosto funzionale e, diciamolo pure, discretamente divertente. Così insegnò che il sapere non era solo un dovere, ma anche un piacere: e che era riservato a gente in cui forza e leggerezza, memoria e fantasia, lavorassero una dentro l’altra e non una contro l’altra: gente con il coraggio, la determinazione e la follia degli esploratori. Non si limitò a spiegarlo, ne fece una prassi. È quello che ci ha lasciato: più che una teoria, una serie di esempi, di gesti, di comportamenti, di colpi, di mosse. Era il suo modo di giocare».
Faccio prima di tutto notare la felicità di questa prosa: sempre più rara da trovare, sui giornali e dappertutto. Tant’è. L’idea che il cuore del sapere, fuori dal tabernacolo, possa battere anche dentro un cassonetto è perfetta; e bisogna aggiungere che non si è trattato, nel caso di Eco, solo di mescolare alto e basso, come vuole la vulgata (Tommaso d’Aquino e i fumetti, Kant e Mike Bongiorno), né di divulgazione, ma direi essenzialmente di capacità di traduzione e di racconto. Fatto è che Eco è riuscito, con i suoi articoli, diversi saggi e perfino con i romanzi, che pure non sono letture leggere, a conquistare un uditorio larghissimo e inusitato. Che questo sia accaduto – e continui, in altre forme, ad accadere – è oggettivamente e indiscutibilmente un bene.
È un bene anche la vastissima fanbase di professionisti rigorosi della televisione come Alberto Angela (e, prima, di suo padre Piero). È un bene che gli studenti di Alessandro Barbero abbiano cominciato a caricare su YouTube i video del professore. È un bene, in fondo, qualsiasi occasione in cui un dotto, uno specialista, qualcuno che ne sa di più si mette a condividere con chi ne sa di meno. C’entra quella questione totalmente abbandonata dalla politica e su cui De Mauro spese fiato finché ne ebbe: l’istruzione permanente degli adulti. Che credono di essere più colti dei giovani e in media non lo sono, banalmente perché più lontani dai banchi di scuola. Basta soppesare la fatica che si fa, avendo per casa ragazzini in età di studio, a chinarsi sui loro libri di testo, sul teorema di Pitagora, la fotosintesi, sulla guerra del Peloponneso e sulle poesie di Ungaretti e Montale. Amen.

Questo sterminato preambolo dovrebbe farci giungere alla conclusione che siamo nella migliore delle epoche possibili, in quanto a sollecitazioni culturali. Se mio nonno, fermo alla quinta elementare, aveva come unica occasione formativa il maestro Manzi in televisione e le scuole serali, io o chi per me ho: un diploma di scuola superiore (nella fascia più giovane, si sfiora il 90% della popolazione), Alberto Angela in TV, Aldo Cazzullo in libreria, Barbero su YouTube, e una valanga di “influencer culturali” che a ogni scroll sui canali social mi ragguagliano in pochi secondi su segmenti articolatissimi di scibile umano. «Link al primo commento per approfondire». Reel, dirette, podcast, vodcast: sulla matematica, la fisica, l’astronomia, l’informatica, la filosofia, la letteratura, la storia dell’arte. Vuoi la metrica latina cantata? Il tutorial sulle equazioni di secondo grado? C’è tutto. Una specie di supermercato i cui scaffali sono ricchi di proposte a buon mercato o perfino gratuite. Roba da discount nozionistico, che ti aiuta a ripassare per l’interrogazione, per l’esame di maturità, o per… Per cosa? Saperne di più, diciamo. E non è mai un male.
D’altra parte, tra gli influencer culturali, si trovano studiosi attempati, dottori o dottorandi, cultori della materia, e perfino studenti in corso. Appassionati a questa o quella disciplina, più o meno ispirati, più o meno profondi, più o meno rigorosi. Un colpo d’occhio superficiale potrebbe farci concludere che il sogno dei Lumi e, qualche secolo dopo, di Wikipedia abbia raggiunto l’acme: una democratizzazione compiuta dei saperi, una illimitata possibilità di accesso alla conoscenza. In parte, potrebbe anche essere così. In parte.
E qui entra in gioco la variabile impazzita del narcisismo, del piacionismo a ogni costo, della cialtroneria. E perfino del falso sapere, del millantato credito. O di una furbizia da quattro soldi, anzi da qualche migliaio di euro, grazie a cui personaggi balzachiani (cercare influencer di riferimento) fanno fortuna al punto da uscire dai social, a cui erano e in larga parte sono confinati, per colonizzare altri spazi. I teatri. Gli agonizzanti giornali. I festival culturali. L’editoria (benché con risultati desultori). Lo so che non è simpatico dirlo, ma stando nel mio (la letteratura) pochissime volte ho avuto la sensazione, accanto a un/una influencer, che la sua cultura non fosse poco più che superficiale e scolastica. Enfasi mista al sentito dire. E – la cosa per me più irritante – quel piglio naïf con cui si sciorinano ovvietà o si parla di Dostoevskij come avendone avuta notizia l’altro ieri. Il che è quasi legittimo: purché si abbia la grazia e l’intelligenza di non presentarlo al mondo 1) come la propria geniale originalissima scoperta, 2) facendo le pulci che si farebbero a un dimenticabile romanzo appena uscito, 3) usando espressioni come «per me è un sì», o al contrario «per me è un no». Giuro che l’ho sentita usare da gente che parlava di romanzi di Flaubert o di Calvino: «Per me è un no». Qui si tratta della più specifica categoria dei booktoker, ma siamo comunque nel vasto e affollato mare della divulgazione culturale.
Ed eccoci al punto: l’assenza di vergogna e imbarazzi, la sfrontatezza e l’ambizione, unite a una preparazione e a una consapevolezza ai limiti minimi, hanno prodotto piccoli e grandi mostri. Convinti di sapere non sapendo o sapendo troppo poco. Grave? Un po’ sì, nel momento in cui reti televisive generaliste, vecchi blasonati giornali e per l’appunto teatri e eventifici culturali prendono a invitare e contrattualizzare senza se e senza ma, con effetti grotteschi. Cinquantenni che qualcosa nella vita hanno letto arresi al presunto fascino di ventenni che balbettano sulle loro prime letture, sempre restando nel campo dei libri. E al polo opposto, diciottenni che devono o vogliono sorbirsi le lezioni di fisica di Vincenzo Schettini, in classe e fuori, con quella patetica, insopportabilmente enfatica aria da youtuber tardivo e invecchiato male. Uno che introietta – li chiameremo così – gli stilemi degli youtuber nativi e disimpegnati, i buffoni in servizio permanente, i tiktoker delle faccette, delle mani a cuore, e li fa propri. Contravvenendo, prima ancora che alla decenza, all’opportunità professionale: dacché, nel caso in questione, si tratta di un insegnante di ruolo nella scuola pubblica. Con l’impensabile esito di un invito sul palco del festival di Sanremo, in barba alle polemiche, e con tanto di monologo inascoltabile sui giovani e la dipendenza da social. La dipendenza da social!

Mi rendo conto che tutto il ragionamento può suonare moralistico: qualcuno obietterà che mi sto comportando come i critici di Baricco trent’anni fa. Può darsi, e lo dirà il tempo. O forse non farà in tempo a dirlo, perché affogheremo in questo minestrone di niente e quasi-niente, dove nessuno riesce a spiccare per sobrietà e compostezza, per un uso della lingua poco sopra il minimo sindacale; per manifestarsi, in sostanza, alternativo ai cialtroni. Riesci, caro/a influencer culturale, a fare un po’ meno il pagliaccio? Anche solo un po’ meno, pochissimo. Poi per carità, non si tratta di essere seriosi o supponenti, né cattedratici. Si può restare leggeri e talvolta perfino spiritosi: in qualche comparsata a Splendida cornice, che è un programma molto intelligente, mi sono ritrovato a giocare con i pacchi di “Affari tuoi”, o a dire a memoria una poesia in piedi su una seggiola, come i bambini a Natale. Altrove, ho parlato del Barone rampante appollaiato su un ramo e del Grande Gatsby da una piscina.
Ma poi a un certo momento – o almeno una volta su tre – credo occorra smarcare il sapere dal cazzeggio infinito, dall’infinite jest di quel romanzo che si cita senza averlo letto. David Foster Wallace era stato su TikTok con tre decenni di anticipo: pubblicità subdole che si infilano ovunque, coreografie di massa, «un mondo galleggiante di non-spazio e di visioni private», video che alimentano la passione di assistere alle cose che succedono in diretta. Live! Gli ingorghi virtuali dei curiosi davanti agli incidenti stradali, alle esplosioni, agli scippi, alle tragedie altrui. «Il cameratismo e la comunione anonima di far parte di una folla di spettatori», una massa di occhi nessuno dei quali è davvero a casa propria. Aiuto! «Giocolieri, freak, maghi, mimi, predicatori carismatici». Accattoni. Uno spettacolo, un gioco, uno scherzo infinito, come dice il titolo del monumentale romanzo: il ritratto in anticipo di una società intrappolata nell’intrattenimento continuo, e in una ironia sinistra, spalmata a piene mani su tutto e dappertutto, «un semplice strumento di discorso sociale, che non provoca più nessun cambiamento, è solo un modo fico di fare, di parlare e di agire». Con l’aggravante degli influencer culturali che non fanno mai la differenza. Prima regalano fuffa e poi provano a venderla, atteggiandosi e offrendosi ai follower come una Chiara Ferragni prima del disastro. Magari hanno ragione loro. Almeno fino a che qualche pandoro non presenta il conto.