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Una passeggiata dentro il Muggenheim di Giampiero Mughini



Dei libri possono essere contenuti in un solo libro? E se fosse possibile, cosa si potrebbe intendere per “contenere dei libri”? Le loro copertine? Il loro pensiero o magari addirittura il loro tempo? Del resto si sa che nulla è mai contenibile del tutto, anche perché ogni cosa è sempre lungamente contendibile. Impossibile immaginare che si possa davvero esaurire un discorso, un periodo storico o addirittura un’estetica. Il Muggenheim, l’ultimo libro dato alle stampe da Giampiero Mughini e pubblicato da Bompiani, in un certo qual modo prova a dare forma ad un libro impossibile.
Un libro fatto delle storie di altri libri, ma al tempo stesso l’opera compatta, precisa ed esattissima di un discorso che non può dare adito a nessuna ambiguità: il discorso di un collezionista. Allora in un certo senso si potrebbe leggere Il Muggenheim come una sorta di catalogo di una collezione? No, questo no, ma come catalogo di un collezionista sì. Già, perché il formidabile testo di Mughini è un compendio del desiderio e dell’eros di cui è composta la vita di un collezionista, ovvero di un amatore instancabile e per nulla seriale, sia chiaro.

Il desiderio è improvviso, alle volte stupisce lo stesso autore; pulsionale nella sua accezione migliore, ovvero quella che infiamma la voglia e trasforma ogni pazzia (anche economica) in un calcolo preciso. Il gesto sicuro che separa la vita dal tedioso e inutile consumo.
Il volume si apre con la Bologna del 1977, il Movimento e la meravigliosa ondata culturale che ne derivò. Una cultura nuova, figlia certamente di un radicalismo già allora fuori tempo massimo, ma soprattutto di quel luogo allora magico che fu il DAMS di Umberto Eco e Piero Camporesi, di Gianni Celati e di Tomás Maldonado e di molti altri stupefacenti maestri al cui seguito prese letteralmente fuoco la cultura italiana dal tempo. Mughini lavora come un archeologo: misura la propria distanza (anche ideologica) da un mondo che pare ormai totalmente rimosso e scomparso, ma nel farlo raccoglie i pezzi più preziosi. Mughini vive quel tempo in quel tempo e poi lo ritrova negli anni successivi attraverso gli oggetti culturali: dischi, libri e grafiche. Quando i fumogeni si sono diradati e le ombre sono scomparse, appare davanti agli occhi quello che purtroppo ha anche la forma di un cimitero – dove molte vite hanno finito di esistere spesso drammaticamente -, ma anche il panorama lucente di un periodo grandioso e incommensurabile della cultura italiana.

Mughini

Un luogo dove lo stesso Mughini può fare i conti con le proprie idiosincrasie e con le incomprensioni di un tempo la cui fine appare inevitabile quanto dolorosa. Il Muggenheim diviene così anche l’occasione rara per un inedito confronto tra l’incontro diretto con una galleria straordinaria di figure apicali dell’arte, della grafica e in generale della cultura del Novecento e con l’analisi e il piacere di una produzione ritrovata a distanza di anni. Sì perché nessuna ossessione per un oggetto culturale può essere tale senza una rete di amicizie e di affetti. L’incontro in sé è già una forma di collezionismo. Con tutti i suoi risvolti possibili, l’incontro diviene il perno attorno al quale prende forma un’idea e il suo piacere. Bellissimo in tal senso il racconto del rapporto con l’artista designer Andrea Salvetti che a casa di Mughini lascia un oggetto così caratterizzante da trasformare una possibile abitazione di Mughini nella sola possibile abitazione di Mughini. Un museo possibile? Sì, ma con un unico proprietario davvero possibile ovvero Giampiero Mughini. Non è una questione di banale diritto di proprietà, ma il risultato della fatica (anche enormemente economica) che è necessaria per generare un museo del genere. Una fatica e un desiderio che portano alla mente la divertita e ardente corsa all’interno del Louvre in Bande à part, perché è così che ci si immagina Mughini nelle librerie antiquarie del mondo o online: all’inseguimento felice ed erotico di miraggi, di un pezzetto salvifico di possibile eternità.

Certo poi il risultato è la collezione nella sua interezza, ma sempre partendo dall’unicità del pezzo singolo, dalla sua forza seduttrice. E, come in una spirale, passare dall’autore alla collezione e dalla collezione all’autore diviene assolutamente naturale, quasi ovvio. Al punto che è impossibile immaginare l’autore collezionista e la collezione come elementi separati, o almeno senza che a entrambi non possa venir danno. L’eros come forma di sguardo che coglie e accende là dove non avrebbe mai potuto anche solo esistere un pensiero. Una forza magica e dinamica che riporta di volta in volta in vita, agendo in maniera apparentemente casuale o improvvida, ma in realtà producendo un percorso chiaro e lineare. Il Muggenheim è il canto e il senso di un eros e del desiderio inesauribile di un collezionista, al punto da non essere assolutamente mai il contenitore o il catalogo di un museo possibile, ma esso stesso l’essenza primaria di quel museo, di quella storia e di una vita al cui affanno si ha ostinatamente opposto il piacere.

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