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Un destino inevitabile. Cent’anni di Gesualdo Bufalino

«Tutto è accaduto, nei primi dieci anni della nostra storia», e questo è particolarmente vero per gli scrittori, scrive Leonardo Sciascia. Se è vero che un destino è già assegnato alla nascita, fatalità, è maggiormente vero che nei primi dieci anni di vita di un individuo questa sorte ha il tempo per manifestarsi, per declinarsi. Si può tentare di sotterrarla, ma l’unica verità è che non si può sfuggire al fato. Gesualdo Bufalino ha tentato a lungo di sottrarsi al suo destino, ma nel marzo 1981 è successo: all’età di 60 anni, ecco lì in libreria la sua opera prima, Diceria dell’untore, pubblicata da Sellerio.
Oggi, 15 novembre, lo scrittore (e non è termine scelto casualmente) avrebbe compiuto cent’anni, se quell’incidente stradale del 1996 non l’avesse strappato via alla sua vita prematuramente. E del resto, è poi così vero? Si può davvero pensare di strutturare un discorso sul destino degli individui, sulla grandezza delle Moire o chi per loro e sull’imprescindibilità di una sorte e non ritenere che l’unica verità sia che si lasci il mondo nell’unico momento in cui questo può avvenire, che tutto vada come deve andare? Ma questi sono discorsi sui massimi sistemi che hanno, di fatto, poca immediata pertinenza con Bufalino. Sta di fatto che il suo centenario lo festeggiamo noi lettori, ringraziando il percorso di vita che lo ha portato, seppur tardivamente, tra le braccia di un editore testardo e deciso come Elvira Sellerio.

Perché il punto è che la penna di uno scrittore è tale da non poter essere ignorata. Alimentando una narrazione un po’ favolistica si potrebbe dire che ciò che è destinato a essere trova la sua via d’esistenza, in un modo o nell’altro: sembra magico e irreale ma è esattamente ciò che è avvenuto in quel 1981. La storia inizia così: il professore sessantenne Gesualdo Bufalino scrive un’introduzione per un libro di fotografie dal titolo Comiso ieri, la sua Comiso, paese situato nel sud della Sicilia che vedrà la sua nascita e la sua morte. Galeotto fu questo suo luogo: semplicemente, la prosa che ornava queste immagini fu talmente apprezzata che ci si iniziò a chiedere chi si celasse dietro a quelle parole. Elvira Sellerio non volle credere alle affermazioni di schermo dell’autore, era convinta che in qualche cassetto dimenticato ci fosse almeno un romanzo mai pubblicato. Nessuno riusciva a distoglierla da questa idea, perché quella di Bufalino era la parola di uno scrittore. E ovviamente Sellerio aveva ragione.

Gesualdo Bufalino

Diceria dell’untore viene «pensato e abbozzato verso il ’51, […] scritto nel ’71. Da allora, una revisione ininterrotta: fino alle bozze di stampa». “Revisione ininterrotta” che è ciò che fa la penna di Bufalino così indimenticabile. Alta, barocca e cesellata: ogni termine all’interno del ricco periodare dello scrittore ha un senso preciso per essere lì, accuratamente scelto per ognuna delle sue dimensioni.

«Confesso che il primo capitolo che scrissi, fu come un gioco serio: e consisteva nel trovare intrecci plausibili fra 50 parole scelte in anticipo per timbro, colore, carica espressiva. Qualcosa di meno maniacale delle scommesse di Roussel, essendo nel mio caso il legame tra le parole scelte non casualmente ritmico, né esoterico o cabalistico, ma insorgente da una parentela e coalizione espressiva e musicale, così come da un re, da un sol minore premeditato, nasce una sinfonia…»

Si parte dalle parole, dal loro fonosimbolismo, dalla semantica dei suoni che le compongono per allargare sempre più il campo d’azione e passare alla sintassi, con la ricerca della “sinfonia”, di un espressionismo sempre crescente. Da qui, uno stile sempre imbastito sulle figure retoriche di posizione, di suono, alla continua ricerca di un ritmo e di un effetto connaturati al valore stesso della parola. E come se non bastasse leggere una riga della sua narrativa per capirlo, l’interesse per la lingua non può che essere confermato per l’ennesima volta dalle definizioni, in epigrafe a quel primo romanzo, di “diceria” e “untore”, rispettivamente provenienti dal Tommaseo-Bellini e dalle Carte del processo agli untori di Milano del 1630, così come poi ripresa anche nella Storia della colonna infame di Manzoni.

Gesualdo Bufalino

Un sapere enciclopedico, un uso della citazione e del rimando letterario come pochi altri, senza mai cadere nel rischio dello sfoggio fine a se stesso di cultura. Del resto, la fortuna del Bufalino scrittore citazionista è stata la tisi che lo ha portato all’ospedale di Scandiano nel 1944: è nel magazzino di questa struttura che il primario, uomo di cultura, ha trasferito la propria biblioteca pur di salvarla dalle bombe. E l’accesso del Bufalino uomo a questa grande quantità di libri è ciò che gli ha garantito “l’ingresso nell’Europa”, offrendogli la possibilità di leggere Proust in lingua e di ancorarsi ancor più fortemente alla letteratura francese.

Ed è veramente difficile immaginare l’esistenza di un’opera quale è L’uomo invaso (1986) senza una sconfinata cultura nel suo autore: alternati nei racconti di questa raccolta si ritrovano protagonisti quali Jack Lo Squartatore, Baudelaire, Ferdinando I di Borbone, Euridice, Gorgia, Noè, Don Chisciotte. E da quel famoso 1981, lo scrittore non si è più fermato: vinto il Premio Campiello con la sua opera prima, vincerà anche il prestigioso Strega con Le menzogne della notte nel 1988. Pubblicherà traduzioni di autori quali Baudelaire ma anche Terenzio, saggistica, romanzi (tra i quali ricordiamo Argo il cieco, Qui pro quo) racconti e poesie. Quasi per ironia della sorte, l’ultimo romanzo pubblicato nell’anno della sua morte recherà titolo Tommaso e il fotografo cieco ovvero Il Patatràc. E non c’è che dire, il destino di Gesualdo Bufalino dell’ironia l’ha probabilmente avuta. Ricco di coincidenze da espediente da commedia forse, sì, ma del resto imprescindibile, inevitabile. Pur nella sua breve carriera letteraria, indimenticabile, unico nelle sue scelte stilistiche, come solo un vero scrittore sa essere.






Tutte le citazioni di Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino sono tratte dall’intervista che Sciascia ha condotto allo scrittore, pubblicata su L’Espresso il 1° marzo 1981.
La si può ritrovare nelle pagg. XIII-XIX di Diceria dell’untore, Bompiani ed. 2016.

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