Un tempo incaricata di perfezionare le capacità comunicative dell’IA, May perde il lavoro proprio a causa dell’automazione quando «la sua marginalità diventa incontestabile». In un atto estremo, decide di sottoporsi a una procedura sperimentale di tecnologia antagonista che promette di alterarle impercettibilmente i tratti del volto, quel tanto che basta per renderla irrilevabile dai software di riconoscimento facciale.
«I suoi lineamenti in bilico tra il consueto e l’inconsueto, l’aspetto che avrebbe potuto avere in una foto scattata da una strana angolazione.»
Il viso della donna, in cambio di dieci mesi di stipendio, diventa cavia del capitalismo tecnologico e garanzia economica per la sua famiglia. A manovrare l’ago è un Um, uno dei tanti robot che hanno sostituito gli umani nella maggior parte delle professioni, nella burocrazia e soprattutto nelle funzioni di controllo e vigilanza. May li ha visti «dispensare medicinali in farmacia, misurare la pressione ai bambini dal pediatra, pattugliare le strade al fianco di poliziotti umani, talmente richiesti da istituzioni statali e imprese private che la società che aveva capito come dar corpo con tanta eleganza all’esteso cervello della rete aveva una lista d’attesa lunga mesi».

È questo il mondo raccontato nel terzo lavoro di speculative fiction di Helen Phillips, edito da Nottetempo nell’ottima traduzione di Emilia Benghi. La società del romanzo dista di pochissimo da quella del nostro presente: le foreste sono carbonizzate, l’aria è tossica e irrespirabile, l’acqua contaminata. Le carriere stabili sono sparite, tanto che Jem (marito di May e fotografo mancato) tira avanti grazie a lavoretti precari, occupazioni talvolta degradanti e quasi fuori dal tempo per il modello di società descritto, come svuotare armadi e trappole per topi. Così la vita dei figli della coppia, Sy e Lu, diventa un ricettacolo di ansie ereditate, il metro di misurazione di un dissesto già in atto e di paure sempre sul punto di concretizzarsi. È l’infanzia guastata dalla precarietà e dal collasso ambientale, tra fragole insapori e ricreazioni saltate per via della qualità dell’aria.
May teme l’effetto dei robot sui figli, preoccupata che la loro subdola capacità di mostrarsi anche comprensivi e affettuosi possa renderla superflua o del tutto inutile. Nel tentativo di rifugiarsi in una delle foreste della sua infanzia e di ritrovare i suoi cari, acquista un costoso pacchetto di tre giorni ai Giardini Botanici: un paradiso artificiale, esclusivo e iper-pubblicizzato dove animali, prati e ruscelli sopravvivono come in un santuario, come spoglie.
«Mi piace, mi piace, mi piace, mi piace, mi piace, ma in realtà faceva fatica a guardare le immagini. Gli altri giorni non si sarebbe torturata andandone in cerca. Quei selfie e quegli scatti di momenti-di-pura-felicità prorompenti da chi era in vacanza al Giardino botanico, zeppi di flora, fauna, vassoi di pietanze coloratissime…»
Obbliga marito e bambini a lasciare i dispositivi a casa e proprio questo esperimento di disconnessione le si ritorcerà contro. Quando Lu e Sy si perdono perché non portano al polso i loro bunny, i braccialetti intelligenti che fungono (tra le altre cose) da strumenti di tracciamento, il giardino si rivela un diorama posticcio e claustrofobico.
«Come poteva il suo corpo dormire mentre i loro corpi andavano smarriti».
Phillips costruisce una distopia domestica e intima, in cui la narrazione non si gioca su temi e toni della calamità fragorosa e dove il perturbante si annida piuttosto nei dettagli costantemente registrati. Telecamere, computer e schermi sono onnipresenti e sempre in funzione, compresi quelli delle capsule immersive chiamate “grembi” e progettate perché chi accede si senta amato e protetto. Le pareti dei grembi proiettano contenuti senza sosta, adulti e bambini vi si rifugiano adoperandoli come uteri artificiali, per poi riemergerne quasi fossero feti abortiti dalla stessa tecnologia in cui cercano consolazione.

Nelle pagine di Phillips maternità e senso di colpa (materno) s’intrecciano a preoccupazioni i cui segnali emergono a livello macroscopico, ambientale, sociale e contemporaneamente nel micro-universo privato dei legami coniugali e filiali. Le enormi difficoltà causate dalla scelta di sottrarsi al controllo continuo celano diversi dilemmi che riguardano l’eco-ansia, la crisi economica e ambientale, la reputazione (online), le reazioni sempre più violente degli sconosciuti, il controllo delle corporation tecnologiche, l’ubiquità della sorveglianza che può tanto determinare quanto risolvere un’emergenza. Sarà ancora possibile la cura senza controllo? Anche l’essere madre, il matrimonio, gli affetti in generale sono destinati all’obsolescenza a favore di forme alternative di accudimento e di relazione? La decisione di sottrarre i figli ai dispositivi fa di May una cattiva madre, una madre mostruosa, alterata sia nei tratti sia nella funzione che è chiamata a svolgere. «La mamma ci ha strappato i polsi», sono le parole agghiaccianti di Sy e Lu mentre vagano smarriti. Tutto appare precario ad eccezione di un avanzamento tecnologico sempre più invadente che scivola nelle pieghe di legami viscerali fino a minacciare di sostituirsi alle principali figure di cura.
«Ancora una volta, la strana luce arancione scompose i movimenti dei suoi figli in singoli fotogrammi; Lu che tirava un ramo verso il basso, Sy che staccava il frutto sconosciuto; toglievano il fiato; erano meravigliosi e uniti e non le appartenevano più».
Gli um, programmati per essere disponibili e gentili, sono in realtà strumenti ambigui della sorveglianza; eppure, possiedono una fisicità, una concretezza e riescono a innescare sentimenti e risposte emotive pur nella consapevolezza che non possono realmente ferirsi, soffrire o morire, ma al massimo disattivarsi.
May si muove in un orizzonte tutto basato sullo sfruttamento delle ansie e su ciò che si potrebbe offrire ai propri figli non in un’ottica di benessere duraturo, bensì di effimero appagamento di ogni capriccio momentaneo o di bisogni imposti dall’esterno. La maternità resta un ambito sotto osservazione e assedio, su cui continua ad abbattersi un giudizio amplificato e impietoso. Ed è anche uno spazio fortemente monetizzato: una vacanza costosa non dovrebbe essere la priorità per una famiglia che arranca e dunque la sensazione di non fare o dare abbastanza, persino dopo aver “venduto la faccia”, si lega a doppio filo alle pressioni del consumismo, allo stato di allerta scatenato dalle pubblicità targettizzate e dalle notizie inquietanti che arrivano dal mondo: «Nell’ultimo anno il numero di esseri umani che avevano vissuto intense emozioni negative era più elevato rispetto a qualsiasi altra epoca della storia documentata» (in coda al romanzo è presente un elenco di notizie vere che hanno ispirato l’autrice).
La forza della scrittura di Phillips risiede proprio in questa sfumatura: la società del romanzo è riconoscibile, la sua quotidianità è appena deformata. Possiamo già vederla delinearsi perché costruita per analogia con la nostra e perciò tanto più inquietante e sfibrante, come un segnale acustico ininterrotto. La sillaba “um” non allude solo all’umanoide e all’umano insieme. È anche (e paradossalmente nel romanzo è proprio un robot a spiegarlo) una variante del suono “più sacro dell’universo”, il suono dell’origine che si manifesta anche nella forma dell’Om. “Hum”, termine che dà il titolo originale al romanzo, può riferirsi ai rumori emessi dalle macchine, all’attività incessante che produce un ronzio ansiogeno. Allo stesso tempo è una parola a suo modo tenera e quando indica l’azione del canticchiare può evocare una ninnananna intonata per un bambino. Infine, è un verso tentennante: il mormorio dello smarrimento che accompagna ogni tenace tentativo di protezione e custodia dentro un mondo in rovina.