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L’immagine memorabile di Tundra e Peive, Francesca Matteoni



Ogni giorno una tempesta di immagini ci attraversa, come una nebbia di particelle oscure. Nuvole che si dissolvono rapidamente e non rimangono nella memoria. Rimane invece la sensazione di estraneità e disagio per tanta evanescenza, per la debolezza concettuale del linguaggio e del mondo. Calvino intercettava già negli anni Ottanta il discorso sui flussi dell’era globalizzata, dove la tecnologia mediatica, ormai diffusa su scala planetaria, genera e trasporta un fiume di informazioni provenienti da molteplici e contraddittori centri di produzione dell’immaginario, monopolizzando l’immaginazione. Dalle Lezioni Americane: «[…] i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili». La quantità di informazioni che visioniamo ogni giorno non ci permette di concentraci per più di qualche secondo, così come la privazione del potere immaginifico non ci permette di guardare oltre il buio, di scrutare nella poesia. Ogni libro che miri a indebolire questo sistema e a costruire immagini memorabili è un libro impegnato. Questa è la premessa necessaria per una lettura del nuovo romanzo della poetessa Francesca Matteoni, Tundra e Peive, pubblicato da Nottetempo nella collana Terra; poiché questo fa l’autrice, costruisce un’idea di letteratura che utilizza la fiaba per creare immagini memorabili.

Tundra e Peive

Le stesse custodite dai bambini, o che fino all’ultimo si portano dietro gli anziani: un bosco di anime in pena, una madre dei pozzi che canta per essere liberata, una donna dei venti: «La donna fece loro l’occhiolino e aprì la sporta, affondandovi il braccio. “State a vedere, ficcanaso!” disse. “Che hai lì dentro?” chiesero i bambini. “Venti, ovviamente. Che altro? Venti forti, fortissimi venti ostili. […]» I personaggi principali vengono eternati in un tempo e in un luogo indefiniti, a tratti è lo scenario di un sogno, forse un limbo dove passato e futuro si mischiano, e i morti attendono la reincarnazione.
Tundra è un folletto punk:

«[…]occhi irriverenti, capelli color stoppa con qualche ciocca blu a coprire gli occhi. Lo guardò bene: era esile e nervoso, portava stivali di pelo grigio topo, una casacca impolverata su pantaloni di toppe arlecchinesche e, allacciata in vita, una minuscola borsa di pelle incisa di simboli. Al braccio esibiva una serie di braccialetti di ogni materiale».

Il folletto si sposta con il suo gatto Peive. Talia è la giovane protagonista del romanzo, regolarmente colpita da visioni, simili ad alterazioni della coscienza:

«Così ripeteva la voce nei sogni di Talia. Frusciava. Un albero che si flette seminando vento. E il vento chiedeva di entrare nella notte della ragazzina, che era più vasta dei suoi giorni. Li avvolgeva in una ragnatela, cullando la sua preda. Nella notte una ragazzina era molto altro. Un insetto tutto preso dal volo. Sfugge al ragno invisibile, ronza sulle rovine, lontano dalla città, verso l’acqua. Una conchiglia che si spezza nelle alghe. Un corpo intento a levarsi la pelle, mostrando l’animale. Un mucchio d’ossa infantili che ardono senza bruciare. Occhi».

Bess è la sarta che proviene dalla stirpe degli Antichi, in grado di comunicare con il mondo degli alberi e delle fate. Lo scenario del lungo viaggio fiabesco è una natura infestata, fatta di alberi mutanti «Quasi tutti gli alberi della città si stavano facendo pericolosi. Alcuni mugolavano, sporgevano uncini di ferro vecchio al posto delle gemme. Altri vomitavano una bile gialla dove le radici si immergevano nel terreno. Alberi demone, pieni di collera». Ramosecco è lo spirito arboreo che ne difende le ragioni: «Non m’incanti, Tundra. Gli umani sono pericolosi, lo sai. È colpa loro se tutto sta cambiando, se gli alberi fra poco si ribelleranno».

Questi personaggi, e molti altri, che appaiono e scompaiono all’interno del romanzo, sono le pennellate di un’opera impressionista, tinte diverse che si armonizzano osservate da lontano e nella loro complessità. Uno sguardo ravvicinato invece, fa emergere l’imprevedibilità della poesia e tutta la sua vaghezza. Il gioco dell’anacronismo contribuisce a creare tali atmosfere, è possibile infatti incontrare un giovane Mr. Tambourine, suonatore d’armonica, o lo stesso folletto Tundra che «Mentre camminavano l’esserino suonava su un flauto rudimentale lo stesso motivo che fischiava dondolandosi dal ramo. “Che cos’è?” chiese Talia. “Che ignoranza! Sono i Ramones! I Don’t Wanna Grow Up”»; o la citazione di un brano degli Arcade fire, “And if the snow buries my/ My neighborhood”, accostati a parti poetiche che meritano di definirsi più antiche: «il folletto cantò sottovoce la vecchia poesia di un poeta defunto: E vengono sì, i bambini umani/ nelle acque e nella landa/ lontano, lontano/ dalle troppe lacrime/ di questo mondo strano»; o il rimando agli esserini provenienti dal folklore scandinavo, i bambini abbandonati nei boschi: Myling è anche l’appellativo utilizzato più volte per nominare Tundra il folletto.

Il progetto letterario di Francesca Matteoni si inserisce a pieno in un discorso più ampio circa il rapporto uomo-natura. Lo fa chiedendo uno sforzo in più agli esseri umani (lettori), e al processo di scrittura: non un ecologismo di facciata (tipico peraltro di quel flusso di immagini ingannevoli con cui veniamo quotidianamente bombardati), ma una ricostruzione del mondo attraverso gli occhi dei bambini, un punto di vista che riconsideri tanti aspetti della natura che ci sono sfuggiti, in un’era in cui l’uomo, in grado di alterare gli equilibri dell’ecosistema, è diventato un pericolo. Da un lato le ibridazioni tra vegetali e animali, o tra uomini e animali, del romanzo fanno pensare a un sortilegio, d’altro canto però possono rappresentare una forma di simbiosi da ritrovare per la sopravvivenza del pianeta. Viene in mente un racconto dello scrittore americano Frederick Pohl, intitolato Alpha Aleph (1972), dove donne e uomini spediti verso un pianeta inesistente di Alpha Centauri, regrediscono a uno stadio primitivo, ridisegnando, durante il viaggio nello spazio, la propria natura in simbiosi con il cosmo: «Lasciate che vi racconti una delle nostre giornate qui, tra sole e Centaurus […] A volte facciamo l’amore e cantiamo vecchie canzoni da campeggiatori, Ski allora scende, ma non per molto tempo. Poi se ne torna a osservare l’universo. L’arcobaleno di stelle è splendido e terribile. […] Probabilmente trasmetterò un manuale di orticoltura in futuro, ma nel frattempo è disonorevole mangiare una radice. Le carote, d’altro canto si divertono. […]». Donne e uomini iniziano ad avere comportamenti simili a quelli delle piante: «Ora, a noi tutti sono ricresciute le dita dei piedi, anche a Will; per lui è stato particolarmente difficile perché era morto». Infine il gruppo raggiunge uno stadio evolutivo superiore a quello di ogni essere umano, affermano di essere in grado di convincere la materia a condensarsi. In Tundra e Peive sono invidiabili le abilità di Ramosecco, essere fantastico che rappresenta lo spirito arboreo, dotato di bacchetta magica che gli permette di proteggere, plasmare, creare.

Tundra e Peive

I processi di scrittura e i risultati raggiunti sono fondamentali per ripensare il futuro, attraverso l’immaginazione e la conoscenza, la narrativa e la scienza in uno scambio continuo di intuizioni. Il tema torna costante anche in un autore che dimentichiamo spesso di nominare, Alberto Capitta, si pensi a Creaturine o ad Alberi erranti e naufraghi (Il Maestrale, 2013):

«Trasfigurate dalle vampate della luna le piante procedono trascinando come reduci le proprie radici; i vecchi camminano ricurvi, i neonati dormono legati sulle spalle dei tronchi, molti sono gli amputati, gli orbi, gli ustionati, né stelle né planetari nei loro fagotti portati sulla testa, solo qualche fascina di legna contro i rigori della guerra, nessun frutto nel grembo delle femmine sfiorite, nessuna forma di vita tra le loro braccia, né un gatto né un calabrone, solo un vento, appena uno zefiro tra i rami degli aranci che partono».

La collana Terra di Nottetempo è diventata preziosissima per questo tipo di indagine “ecologica”, ha infatti pubblicato altri importanti libri sul tema: Così parlò la pianta, Monica Gagliano; Elogio della terra, Byung-Chul Han, La caduta del cielo, parole di uno sciamano yanomami, Davi Kopenawa e Bruce Albert; Raccontare la fine del mondo, Marco Malvestio. In Tundra e Peive, la serietà con cui Francesca Matteoni affronta l’argomento ambientalista è individuabile dai primi capitoli: «L’incuria per il mondo, là fuori, dalle siepi alle montagne, porta conseguenze. Le piante ne mostrano i segni. Gli spiriti che le abitavano sono morti o scomparsi, oppure si sono corrotti con la sporcizia e le scorie tossiche, crescendo anomali dentro gli steli e i fusti».

Il titolo del capitolo primo, Questa non è una favola, ci introduce al racconto dicendo più cose contemporaneamente: che non siamo di fronte a un’invenzione ma che stavolta è la fiaba o la rielaborazione di molte fiabe a farsi realtà, e inizia: «Così conclude la voce legnosa che da molte notti mi porta nel solito sogno come in un libro d’infanzia: piante, spiriti, ragazzi animaleschi, orse con facce di esseri umani. Mi sveglio nel primo mattino invernale». I mondi raccontati sono distanti dalla nostra quotidianità, più vicini alle piante e alla furia degli elementi, ma a fine lettura un senso di nostalgia ci tormenta, quello per la connessione perduta con il pianeta, come se fossimo noi gli estranei del mondo, in un continuo processo di autoalienazione umana dal nostro milieu ambientale.



Immagine di copertina: Muneeb Syed su Unsplah

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