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Tra labirinti umani e cataclismi ambientali. Viaggio nelle Cronache della sesta estinzione di Stefano Valenti


Nelle pagine di Cronache della sesta estinzione (Il Saggiatore, 2023), Stefano Valenti intreccia con maestria due temi di bruciante attualità: l’emergenza climatica e l’emergenza psicologica. Grazie a una struttura organizzata per frammenti, ci guida dentro i meandri della mente umana e i territori devastati dalla follia del progresso. I personaggi del romanzo, immersi in un’atmosfera di incertezza corrosiva, riflettono le profonde tensioni che permeano l’intera società, dove il disagio psichico e l’angoscia ecologica azionano un intricato meccanismo di disperazione e rivolta.

Valenti, giunto al terzo romanzo, conferma la sua abilità nella scrittura, regalando una prosa che affonda le radici in una tradizione narrativa ricca di eccellenze, come Thomas Bernhard, Max Frisch, Agotha Kristoff e Paolo Volponi. Tuttavia, ciò che rende davvero straordinarie Cronache della sesta estinzione è la capacità di trasformare la confessione in prima persona di un uomo comune in un’opera politica incisiva e tagliente. Attraverso il prisma della sua prosa – spigolosa, lirica e tendente alla paratassi –, Valenti costringe a interrogarsi sulle fondamenta stesse della contemporaneità, mettendo in discussione le illusioni della meritocrazia neoliberista e svelando le contraddizioni insite nel sistema economico dominante.

Con una lucidità implacabile, Cronache della sesta estinzione si offre come uno specchio in cui vedere riflessa la nostra stessa complicità nella distruzione del mondo che ci circonda, invitandoci a trasformare la disperazione in rabbia e la rabbia in azione politica.

Stefano Valenti, Cronache della sesta estinzione

Che cosa intendi per sesta estinzione?
In La sesta estinzione Elizabeth Kolbert (Neri Pozza, traduzione di Cristiano Peddis) racconta come, circa duecentomila anni fa, in una ristretta porzione dell’Africa orientale, era comparsa una nuova specie animale. È una specie non dotata di grande forza e neanche di alti tassi di fertilità. Tuttavia, i suoi membri attraversano fiumi e catene montuose, cacciando altri mammiferi. Arrivano in Europa, si mescolano con creature simili a loro e le sterminano. Incrociano il cammino di altri animali e li spazzano via. Attraversano i mari, raggiungono isole abitate da creature abituate all’isolamento totale e ne determinano la sparizione. Cominciano a riprodursi con una frequenza tale da alterare profondamente il pianeta Terra: intere foreste vengono abbattute, numerosi organismi vengono trasportati da un continente a un altro. Infine, cominciano a sfruttare riserve sotterranee di energia a tal punto da modificare la composizione dell’atmosfera e gli equilibri climatici e chimici degli oceani. La specie che ha alterato in tal modo la vita del pianeta si è autonominata Homo sapiens e, tra le catastrofi che ha causato, cinque sono state talmente grandi da meritare il nome di Grandi estinzioni.
È presto per dire se l’attuale sia comparabile, per forza e portata, alle prime cinque ma è in corso ed è nota col nome di sesta estinzione.

Come hai trovato la voce narrante?
La voce narrante nasce dalla tecnica del narratore inaffidabile di moderna accezione. Paolo Volponi, Max Frisch, Thomas Bernhard, sono non a caso presenti in esergo. La definizione di narratore inaffidabile, in ambito artistico, è quella di un narratore la cui credibilità è compromessa e il cui racconto è – chiaramente o presumibilmente, in parte o del tutto – inattendibile per l’ascoltatore, il quale però non sempre è in grado di stabilire quanta intenzionalità ci sia nella mistificazione operata dal narratore.

Qual è la sua paura maggiore?
Le due grandi paure del protagonista sono la follia e la fine del mondo.

Esiste una correlazione fra disagio psichico e disagio ecologico?
Disagio psichico e disagio ecologico rappresentano le due grandi aporie del tardo capitalismo, racconta Mark Fisher in Realismo capitalista (NERO, traduzione di Valerio Mattioli). Nella cultura del neoliberismo la catastrofe ambientale è un simulacro, dal momento che le sue reali implicazioni sono troppo traumatiche per essere assorbite dal sistema. La radicale critica ecologista consiste nell’affermare che non soltanto il capitalismo non è l’unico sistema percorribile, ma che proprio il capitalismo minaccia di distruggere l’ambiente umano. La relazione tra capitalismo e disastro ecologico non è né casuale né accidentale. La necessità di espandere costantemente il mercato e il feticcio della crescita dimostrano come il capitalismo sia per sua natura contrario a qualunque nozione di sostenibilità. L’altra aporia riguarda la salute mentale. Il neoliberismo insiste nel trattare la salute mentale come se fosse un fatto naturale (come il clima). Uno dei temi centrali della contemporaneità è l’individualizzazione e la depoliticizzazione dei problemi di salute mentale. Ma nemmeno la relazione tra capitalismo e disagio psichico è né casuale né accidentale. Fin dagli anni Sessanta e Settanta del Novecento, teorici come Ronald Laing, Michel Foucault, Gilles Deleuze e Felix Guattari, si sono concentrati sulle condizioni mentali estreme per dimostrare come la follia fosse una categoria politica e non naturale. L’angoscia crescente nelle società capitaliste fa pensare che, anziché essere l’unico sistema che funziona, il capitalismo sia innatamente disfunzionale. La distruzione dei meccanismi di solidarietà e di sicurezza operata dal capitalismo neoliberista ha lasciato le persone psicologicamente devastate. Ma l’attuale ontologia dominante esclude categoricamente ogni possibile causa sociale della malattia mentale. Se la malattia mentale dell’individuo non è altro se non il risultato di una anomalia chimica del cervello, come sostiene la vulgata psichiatrica, non causata o rafforzata da fattori come la precarietà finanziaria oppure l’isolamento sociale, allora non esiste la necessità di chiedersi se sia la nostra stessa società a essere malata. Eppure, non sorprende che persone che vivono in simili condizioni – dove le ore lavorative e la paga sono soggette a continue variazioni e gli stessi termini del contratto sono estremamente labili – facciano esperienze di stati d’ansia, depressione e sconforto.

Perché la prosa è composta da frammenti, alcuni davvero di poche righe?
Il frammento è un genere letterario molto antico, presente in moltissime civiltà. Ne sono esempi prima della modernità Giacomo Leopardi, con il suo monumentale Zibaldone, così come i Frammenti poetici di Novalis. Il frammento può assumere una compiutezza tale da riconciliarsi con la narratività, e quindi assumere forme che appartengono alla letteratura più costruita. Un esempio, nella letteratura del Novecento, sono i Quaderni in ottavo di Franz Kafka. Un altro esempio sono i Passages a cui Walter Benjamin lavorò una vita intera senza mai giungere a completarlo: anche la scrittura incompiuta appartiene al genere del frammento.
Il frammento può spaziare dal microsaggio all’aforisma, come in Minima moralia di Theodor Adorno, affresco critico del Novecento e della sua società industriale, entrambi consegnati all’omologazione culturale.
La poetica del frammento incarna una concezione della letteratura legata alle dottrine irrazionaliste e prevede la costruzione dell’opera letteraria non tramite un insieme organizzato di eventi, ma tramite un mosaico di frammenti, di immagini e di episodi slegati fra loro. È una poetica che rifiuta il romanzo come forma espressiva.
La scelta del frammento come strumento comunicativo è dovuta innanzitutto a una visione della vita confusa, parziale e soggettiva; una rappresentazione della vita unitaria e compatta è, in questa ottica, impossibile, come in Robert Walser.
Un esempio contemporaneo di questo genere di racconto è Bluets di Maggie Nelson (nottetempo, traduzione di Alessandra Castellazzi), un libro di prosa non classificabile scritto in segmenti numerati che tratta del dolore, del piacere, del crepacuore e delle consolazioni della filosofia, il tutto attraverso la lente del colore blu.

Ci spieghi la scelta di inserire nella prosa il discorso fra le parentesi?
Le parentesi servono a racchiudere parole che non hanno un rapporto necessario con il resto del discorso. In Cronache della sesta estinzione descrivono l’afasia del pensiero del protagonista. L’uso che ne faccio nasce dalle ricerche formali del nouveau roman francese, corrente letteraria francese nata negli anni Cinquanta del Novecento, di Claude Simon in particolare. Modificare la forma e renderla intrinsecamente significante è il compito dello scrittore, diceva Simon.

A un certo punto, il romanzo si trasforma in una brillante dissertazione su Robinson Crusoe. Che rapporto c’è fra solitudine e capitalismo?
Riporto direttamente un brano contenuto nel romanzo nel quale il protagonista elabora una propria teoria sul Robinson di Daniel Defoe. È come se

«Defoe, nel descrivere Robinson Crusoe, non parli soltanto di un uomo che per caso finisce con l’essere isolato, ma presenti una allegoria della vita di tutti gli uomini nella società capitalista: solitari, poveri, incerti, spaventati. L’isolamento è più intenso nella mente di Robinson che nella realtà. Perché ciò che emerge chiaramente, incontro dopo incontro, è che ogni volta che Robinson deve affrontare un’altra persona, reagisce con paura e sospetto. Il suo isolamento, in breve, è né più né meno che l’alienazione dell’individualismo possessivo, ripetuto un milione di volte della società capitalista».

La crisi dei rapporti personali è anche una crisi di appartenenza a una classe sociale?
Fin da ragazzo ritenevo il mio disagio una prova ulteriore del mio essere un disadattato e mi vergognavo della mia origine operaia. Ero emarginato dal mondo borghese e dunque desideravo appartenervi. Mi appariva tutto uniforme, dettato da regole identiche le une alle altre. È stato necessario il trascorrere del tempo per comprendere quanto questa condizione fosse dettata dallo sradicamento di classe. La società in cui crescevo, dominata dalla classe media, che era e rimane borghese, mi escludeva. E ancora oggi, nel leggere riviste oppure libri, nel guardare film oppure programmi televisivi, nel parlare con colleghi e studenti, ascolto in continuazione gli stessi riferimenti a un ristretto circolo di autori borghesi. I loro libri sono citati dagli intellettuali della classe media. Sono autori che intervengono dal punto di vista borghese e nella grande parte dei casi questo significa che non raccontano il mondo concreto, reale, nel quale abita la maggioranza delle persone.

In che modo la realtà, via via, si trasforma in allucinazione?
È una sera di novembre quando l’alter-ego di Franz Kafka, dopo aver raggiunto «un punto proprio insopportabile», incontra il fantasma del suo doppio. Il protagonista del racconto Essere infelici, pubblicato nel 1913 nella raccolta Meditazione, si era messo a correre «sullo stretto tappeto della stanza come in un ippodromo, spaventato dalla vista della via illuminata», e a quel punto un fantasma con le sembianze di un bambino era uscito dal corridoio completamente oscuro. La reazione del protagonista è di composta eccitazione, perché quella visita era «comunque attesa». I due avviano una conversazione nervosa, sconclusionata, piena di fraintendimenti. Non viene mai detto esplicitamente che il bimbo-fantasma è il doppio del protagonista, ma commenti disseminati nel testo indicano che tra loro esiste un rapporto di intimità e persino di identità.
Aaron Mishara, professore di Psicologia clinica alla Chicago School of Professional Psychology, ha spiegato in un saggio che le allucinazioni descritte da Kafka nei suoi racconti e nelle lettere possono informare gli studi neuroscientifici sui disturbi del sé. Mishara si riferisce soprattutto alle allucinazioni che hanno come oggetto una copia di se stessi – il proprio doppio o doppelgänger. In psichiatria, questo tipo di allucinazione appartiene ai cosiddetti fenomeni autoscopici, un gruppo eterogeneo di esperienze che hanno in comune l’illusorio raddoppiamento del proprio corpo. In questo gruppo sono compresi fenomeni che vanno dalla più rudimentale «sensazione di una presenza», una presenza avvertita nello spazio extracorporeo appena fuori dal campo visivo, fino a esperienze percettive più complesse, tra cui le allucinazioni e le esperienze extracorporee.
Come ha scritto Mishara a partire dal racconto di Kafka, «il fantasma nasce da un momento di bisogno, di solitudine, […] e in modo simile, individui isolati per lunghi periodi di tempo (per esempio alpinisti, esploratori, marinai e naufraghi) riportano una variante dell’esperienza doppelgänger, il senso di una presenza». Esperienze allucinatorie sono state riportate da esploratori dei poli dispersi tra i ghiacci, naufraghi alla deriva, marinai che hanno attraversato l’oceano in solitaria, sciatori caduti in un crepaccio, superstiti di incidenti aerei isolati in ambienti ostili.
Sembra che Kafka scrivesse soprattutto di notte, al buio e in completa solitudine, in condizioni di privazione di sonno e di stimoli sociali e sensitivi. Queste condizioni gli permettevano di accedere a stati di coscienza liminali tra veglia e sonno che favorivano la comparsa di allucinazioni, dal cui immaginario avrebbe poi largamente attinto per i suoi racconti. In effetti, in una lettera a Max Brod, Kafka scrive che «precondizione dello scrivere non è l’allerta ma l’oblio di sé»; e in un’altra lettera: «Ciò di cui ho bisogno per scrivere è l’isolamento, non come quello dell’eremita, perché non sarebbe sufficiente, ma come quello del morto».

Qual è la funzione di Carlina?
Carlina, la nonna del protagonista, rappresenta il mondo di prima, il mondo nel quale le classi trovavano rappresentanza per quanto contrapposta, un mondo al quale ho appartenuto nella mia infanzia e nel quale la vergogna era trattenuta dal calore dell’appartenenza.

Quanto il mondo che descrivi si avvicina al nostro?
Il mondo che descrivo è il nostro in itinere, è quello che già abitiamo e che si dibatte nella sua prossima fine. Questa volta possiamo affermare che il capitalismo ha fatto il suo tempo. Quello che non avevano indotto né Karl Marx né Frederic Engels, quello che non aveva prodotto permanentemente la Rivoluzione russa, quello che non era riuscito a fare il comunismo storico, abolire il libero mercato, le sue regole e i relativi rapporti di potere, è ormai alle porte a causa del previsto venir meno delle possibilità naturali di espansione. Senza rivoluzioni, senza masse oppresse in rivolta, sarà la crisi climatica a causare la contrazione dell’economia e quindi la condanna a morte di un sistema economico basato sulla crescita economica e sulla perenne competizione sociale.

In che modo possiamo definire Cronache della sesta estinzione un’opera politica?
La meritocrazia neoliberista coltiva l’illusione secondo la quale chiunque abbia voglia di lavorare sodo oppure abbia la giusta dose di coraggio e intelligenza possa effettivamente avere accesso ai gradi più alti della società. E che chi invece si trovi incastrato a un livello intermedio, oppure basso, debba biasimare soltanto se stesso per non essere riuscito a ottenere un livello di vita soddisfacente. E tuttavia, come dice il protagonista del romanzo, «ero perfettamente consapevole di come tutto intorno a me generasse miseria. In un angolo di mondo, un gruppo di impiegati, alienati dal lavoro, si affaticava in grigi cubicoli, redigendo documenti per le multinazionali dell’elettronica, e, in un altro angolo di mondo, un esercito di lavoratori dissolveva per pochi soldi e tanta fatica vecchie componenti elettroniche per estrarne metallo, mentre il livello del mare aumentava e i boschi andavano a fuoco, mentre i corpi si ammalavano e non avevano possibilità di cura, mentre ogni due o tre anni il mercato collassava, cancellando il futuro che migliaia di lavoratori erano convinti di avere infine messo al sicuro». La traccia più evidente del neoliberismo nella psicologia di massa è la rassegnazione. I tentativi di resistenza sono sempre più sporadici col passare del tempo. La nostra immaginazione è dominata dalla commistione di edonismo, cinismo e pietà che ha governato l’arte e la politica nei gli anni Novanta e nei primi anni Duemila. Se cerchi di contestare una autorità ingiusta ma il tuo obiettivo primario non è più quello di combattere per aumentare il potere della classe lavoratrice, in modo da contrastare il potere di classe e sostituire il capitalismo con il socialismo, sarai inevitabilmente costretto a disperdere le energie. I movimenti anticapitalisti nati negli anni Novanta non hanno causato preoccupazione al capitale. Parte della ragione è che sono stati sentiti come distanti dai lavoratori e dalle lavoratrici. È necessario un movimento socialista che sia strategico e coordinato, che non abbia paura dei riflettori, e che si impegni a strappare il potere dalle mani dei suoi nemici di classe. Qualunque altra cosa sarà una tacita accettazione della menzogna politica. La rivoluzione è ancora lontana ma il neoliberismo sta franando. In questo senso la disperazione descritta in “Cronache della sesta estinzione” è la condizione sociale, economica e politica nella quale il protagonista si trova a muoversi fin quando troveremo la capacità di trasformare la nostra depressione in rabbia e la rabbia in organizzazione politica socialista di classe.

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