21.12.2025

Tillie Olsen, la scrittura degli invisibili contro la violenza della Storia

Un ritratto della scrittrice e militante socialista in occasione della pubblicazione del suo romanzo “Yonnondio. La storia degli Holbrook”

Una mattina del 1972, l’attivista americano Jack Olsen, tenendosi stretto al corrimano di una scaletta a scomparsa, salì nell’inesplorata soffitta di casa e, illuminando lo scuro antro con una torcia elettronica, trovò una scatola di cartone piuttosto impolverata dentro cui erano conservati, e messi a tacere, vecchi fogli ingialliti. Quelle pagine non appartenevano però all’uomo, bensì a sua moglie, la scrittrice e militante socialista Tillie Olsen: erano, infatti, il manoscritto e gli appunti di quel romanzo che la diciannovenne Olsen aveva incominciato a scrivere nel 1932 a Faribault, in Minnesota, e che, tre anni più tardi, fu costretta ad abbandonare, schiacciata com’era dall’impellente bisogno di un’occupazione lavorativa stabile e redditizia, dal suo impegno di madre di quattro figlie, nonché dall’accrescersi della sua attività politica e organizzativa presso la Warehouse Union e nelle varie manifestazioni politiche, compresa quella contro la guerra civile spagnola. Nel 1974, in seguito a un difficile lavoro di riordino delle carte e di editing sul testo, il manoscritto fu pubblicato dalla casa editrice Delacorte Press-Seymour Lawrence con il doppio titolo di Yonnondio: From the Thirties. «Nessuna riscrittura, nessuna nuova scrittura» scrive l’autrice in una nota datata al febbraio 1973, segnalando, però, come il materiale ritrovato sia stato inevitabilmente ricostruito, sulla base delle diverse bozze e versioni, e come il libro pubblicato non sia più solo il romanzo di quella giovane scrittrice di quarant’anni prima, ma sia diventato, «dopo un’ardua collaborazione», l’opera di una scrittrice più anziana.

Tillie Learner Olsen era nata, il 14 gennaio 1912, a Omaha, Nebraska, in una numerosa famiglia di origine ebraico-russa. I suoi genitori, Samuel Lerner e Ida Beber, si erano distinti come importanti attivisti politici ai tempi della Rivoluzione del 1905 – preludio della più famosa Rivoluzione d’Ottobre del 1917 – ed erano stati costretti a emigrare in America in seguito all’evasione paterna da un carcere dell’Impero zarista. Sostenendo una visione umanitaria del socialismo capace di liberare la società dalle ingiustizie inflitte dai regimi totalitari, i coniugi Lerner aderirono al Partito Socialista dello stato del Nebraska di cui Samuel fu nominato segretario. I sei figli della famiglia Learner furono formati con letture di stampo politico e la giovane Tillie si nutrì famelicamente di tutto quello che trovava in casa, soprattutto pubblicazioni sovvenzionate dal Partito Socialista. A differenza della madre, analfabeta fino ai vent’anni, Tillie ebbe la possibilità di frequentare la scuola superiore dove fu incominciata ai grandi classici della letteratura inglese – tra gli altri, amava particolarmente il poeta e scrittore Thomas Hardy. A diciott’anni si iscrisse alla Young Communist League e, a partire dagli anni Trenta, organizzò e prese parte a molte manifestazioni di protesta in difesa delle lavoratrici e dei lavoratori in seguito a cui fu più volte arrestata e tenuta costantemente, fino al 1959, sotto il controllo dell’Fbi.
Nella primavera del 1934, sulla “Partisan Review” apparve il suo racconto The Iron Throat (La gola di ferro), salutato dallo scrittore e critico letterario Robert Cantwell come «l’opera di un genio precoce». Queste sette pagine costituiscono il primo capitolo di quel romanzo che vedrà la luce solo nel 1974 e che la confermerà, a livello internazionale, come una grande scrittrice e come l’erede di quel “Proletarian Realism” da cui, però, ella si distaccò e si distinse per la sua costante attenzione verso la condizione subalterna delle donne.

tillie olsen

Pubblicato ora in Italia dall’editore Marietti1820, con la traduzione di Giovanna Scocchera e un preziosissimo saggio di Cinzia Biagiotti, Yonnondio. La storia degli Holbrook è un romanzo strettamente legato al momento storico della sua prima stesura. Al centro della narrazione, le vicende degli Holbrook, un’indigente famiglia statunitense che, mossa dalla disperata speranza di migliorare le proprie condizioni di vita, intraprende una lunga e difficoltosa emigrazione nei più vari contesti geografici, socioculturali e lavorativi dell’America alla vigilia della Grande depressione: dall’ambiente minerario dello Wyoming, alle comunità agricole del South Dakota, fino alla periferia di una grande città industriale. Attraverso gli spostamenti degli Holbrook, Tillie Olsen pare voler dare una risposta alla domanda che Rebecca Harding Davis – una scrittrice americana della seconda metà dell’Ottocento, dimenticata al momento della sua morte nel 1910 e riscoperta dalla stessa Olsen – si era posta, nel 1861, nel suo Life in the Iron Mills: «Che cosa sono i diritti senza i mezzi per esercitarli?».

L’esistenza quotidiana di ogni componente della famiglia – da Jim e Anna, genitori di giovane età ma già affranti dal peso di vivere, ai loro cinque figli, Mazie, Will, Ben, Jimmie fino alla neonata Bess – è totalmente immersa tra le spire di una feroce battaglia per la conquista di quei diritti inalienabili ai fini di un’esistenza umana dignitosa: il diritto alla vita e alla salute, il diritto al lavoro, alla casa, all’istruzione e alla sicurezza sociale. «Il gesto reiterato della piccola Bess, che scopre la propria energia fisica sbattendo il coperchio del barattolo sul tavolo», scrive Cinzia Biagiotti nell’appendice in calce al romanzo, «più che un barlume di speranza, sembra un’ulteriore affermazione della fede di Olsen nelle primordiali potenzialità dei bambini».

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Dal racconto del lavoro in miniera, trasfigurata in un’immensa e fantasmatica creatura dalle mille braccia che agguanta ferocemente le facce dei cavatori, i cui corpi strisciano sottoterra come cadaveri, alla minuziosa descrizione del tanfo che, dalle industrie di carne in scatola, impregna e ammorba ogni esistenza, Olsen indaga la disumanità dei più diversi ambienti lavorativi la cui realtà materiale, a differenza di tanti altri scrittori di sinistra dell’epoca, ella conobbe e visse in prima persona – prima del riconoscimento letterario ricevuto nel 1961 con la pubblicazione della raccolta di racconti Tell Me a Riddle (Fammi un indovinello, Marietti1820), la scrittrice fu cameriera, lavandaia, operaia e saldatrice.
Rivolgendo la sua attenzione verso quei soggetti che, agli occhi della società patriarcale e capitalista, appaiono tutt’oggi marginali – le donne e i bambini – Olsen affidò il punto di vista del suo unico romanzo ai due personaggi femminili della storia: la madre Anna, e la figlia Mazie. Anna è una donna disperatamente stanca, le ginocchia le tremano costantemente, la sua schiena supplica riposo, ma lei non può acquietarsi, non può sedersi, costretta com’è a combattere contro l’aridità del suo seno e contro la violenza di un marito rincasato ubriaco dopo il lavoro. Mazie, “Occhi Grandi”, è una bambina sopraffatta dalle iniquità del mondo capitalista, umiliata da un’istituzione scolastica discriminatoria, e oppressa dalla violenza patriarcale conosciuta in famiglia e nelle strade. Se, nella prima parte del romanzo, la primogenita della famiglia Holbrook è una seienne curiosa che cerca continuamente risposte nelle figure adulte che la circondano – emblematica la domanda che la bambina pone al padre, evocando l’incredibile gabinetto, la lucida vasca da bagno e la tovaglia bianca di cui è padrone il proprietario della miniera: «Perché lui non vive come viviamo noi? Perché noi non viviamo come lui, papà?» – nelle pagine conclusive, dopo aver conosciuto e sperimentato sistematicamente sulla propria pelle ogni forma di crudeltà, Mazie si è trasformata in una novenne disillusa, rifugiatasi nell’osservazione degli astri celesti e nel volto “altro” di una madre finalmente vicina al suo dolore.

In esergo al romanzo olseniano, lettrici e lettori sono accolte da una sezione del “First Annex: Sands at Seventy” di Leaves of Grass di Walt Whitman in cui risuona la parola Yonnondio che, come spiega il poeta stesso, è un termine della tribù nativa americana degli irochesi il cui significato è “lament for the aborigines”: un lamento, un canto funebre in memoria di chi è stato spazzato via e dimenticato dalla ferocità della Storia.
A più di cent’anni di distanza da quel famoso componimento whitmaniano, e a mezzo secolo dalla pubblicazione statunitense del romanzo di Tillie Olsen, Yonnondio: From the Thirties costituisce ancor oggi una potente denuncia letteraria delle diseguaglianze sociali e un’esortazione umana a non distogliere i nostri occhi dagli ultimi, dagli “invisibili”.

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